Distrazioni
«a buon diritto Alessandro Martini potrebbe essere definito (invochi chi vuole antiermetismo o linea lombarda, contronovecento o poesia del post-moderno) l’ultimo, né certo il più piccolo, dei petrarchisti in lingua italiana, per la sua capacità di combinare e comporre un’ispirazione così piena di tutto l’arido amarore del vivere e di tutto l’interrogativo smarrimento dell’esistere con una forma cui a me non riesce di trovare appropriati paragoni nel suo eccellere per studiosa e virtuosa semplicità (fin giù al gemütlich e all’alltäglich) e per peculiare e perfetta nitidezza».
(dalla prefazione di Gian Piero Maragoni)
«la poesia è quella cosa mirabile che ci aiuta a conoscerci sempre meno». La citazione dell’amico artista Raggenbass, posta in esergo al volume, suggerisce il senso di queste Distrazioni. Nei testi infatti emerge lo smarrimento del poeta, ben consapevole, parafrasando un celebre adagio rimbaudiano, che la poesia «non si occupa di qualcosa / se non dell’io ch’è un altro»; serpeggia allora nello sguardo del poeta un intimo e perplesso stupore, spesso veicolato dalle parole-chiave «ma» ed «eppure». Non si tratta però di rivelazione catartica, piuttosto di disillusa accettazione. Anche la scelta di una metrica classica e di un registro linguistico tendenzialmente tradizionale concorre al senso della raccolta: Martini si muove dialetticamente in territori da lui ben conosciuti mostrando grande padronanza del metro e del canone; ciò serve ancora una volta ad esaltare lo scarto che dall’interno rivela l’alterità: non a caso dominano la ripetizione e soprattutto la paronomasia (figura che meglio sottolinea la differenza nel conosciuto), nonché spiccano le variazioni di registro, in particolare quando rimodulano espressioni popolari. Questo spaesamento trova una tregua apparente sul finale, nel testo Neiges d’antan, dal titolo villoniano e dall’attacco popolareggiante che occhieggia all’opera del padre: «Viene giù a riso e non si farà alta, / vien giù dritta e pesante, quasi pioggia, / incalzata da imminente primavera, / accenna ad altre nevi e primavere, / eppure è ben accetta: / cala una calma che non c’è mai stata».
(Andrea Grassi, Viceversa ha letto…, 04.09.2015)