Un cielo blu genziana

Il racconto prende spunto dalla figura di un grande intellettuale del nostro paese, l'architetto Tita Carloni. Prima della sua scomparsa andava ripetendo una frase che ha segnato profondamente l'autore: “sotto la nebbia sarà tutto cemento, sopra vivranno gli animali e coloro che vi si adegueranno”. Interrogandosi sulla frase di Carloni l'autore ha scritto il racconto ambientandolo in uno dei luoghi preferiti dall'architetto, il Monte Generoso. Un viaggio introspettivo ma non solo, un percorso in cui le riflessioni di Tita Carloni a difesa del territorio e della fauna contro la speculazione edilizia e la caccia vengono portate alla loro estrema conseguenza.

Presseschau

«Un cielo blu genziana (Gabriele Capelli editore, 2014), viaggio iniziatico che l’autore compie verso il Monte Generoso, i torrioni del Baraghetto, sulle orme del suo protagonista, quel Brando/Tita che “aveva lottato fino all’ultimo per arginare il declino, per fermare il cemento, per salvare prati, colline, vigneti dalla furia edilizia ed affaristica che stava ammorbando il genere umano”. […] Fermarsi, ritirarsi per non soccombere. Come hanno fatto Clelia e Domenico abbandonando il cemento, il lavoro, per gestire una baita nei luoghi indicati proprio da Brando. O come Danilo, l’alpigiano, che ha preferito gli animali agli uomini, alla loro vita sociale “fatta di commerci e contese”. […] negli incontri con esseri umani che hanno scelto la sottrazione all’accumulo, l’autore capisce che questo allontanarsi è in realtà un avvicinarsi a sé stessi, un ritrovarsi» (Maria Pirisi, «La Regione Ticino», 01.10.2014).

Kurzkritik

Una sorta di racconto iniziatico. Questo è Un cielo blu genziana, l’ultima pubblicazione di Mattia Cavadini, che arriva dopo quasi dieci anni di silenzio. A spingere Cavadini a tornare alla narrativa è un tema di forte attualità nel Ticino di oggi: l’invadente cementificazione, che colpisce una parte sempre più ampia del fondovalle, in cui «il cemento è come la nebbia, non conosce argini, pervade e inghiotte ogni cosa» (p. 9). Il racconto, un omaggio a Tita Carloni (1931-2012), «architetto e maestro», una vita in prima fila nel denunciare lo scempio del nostro territorio, è costruito su una contrapposizione fin troppo chiara tra un basso – il fondovalle, la città in generale – e un alto immaginato sopra le nuvole, in una sorta di purezza blu genziana. Spronato da una frase sibillina udita dal maestro («sotto la nebbia sarà tutto cemento, sopra vivranno gli animali e coloro che ad essi si adegueranno»), l’io narrante decide di lasciare la città e di partire in montagna. Una salita-elevazione in cui incontrerà alcuni personaggi che hanno fatto la sua stessa scelta, ognuno con le proprie riflessioni e le proprie verità. Personaggi senza sfumature, assoluti, come assoluta è tutta l’impalcatura del racconto, che ricorda in quest’aspetto il romanzo d’esordio di Cavadini, Inganno turrito (Casagrande, 1995), e che si conclude nell’ultimo capitolo con una sorta di visione che chiama in causa l’uomo: «siamo noi il peccato originale, noi con la nostra incapacità di essere felici, di vivere a fondo il tempo […]. Il peccato originale sta nel nostro introdurre la morte nella vita» (p. 60).

(Matteo Ferrari, Viceversa ha letto…, 11.03.2015)