Strade bianche
«L’inizio sicuro di un poeta nuovo» aveva definito Maurizio Cucchi il libro d’esordio dello svizzero Pierre Lepori, che riserva alla poesia la sua voce più lancinante. In questo libro sfilano i volti dei passanti, le emozioni di una performance coreografica, lo choc provato nell’incontro con l’architettura dello Jüdisches Museum di Berlino. In una lingua alta, percorsa da clangori e franamenti, Strade bianche tesse una fragile ma implacabile litania dei giorni, con un’attenzione spasmodica al linguaggio del corpo e alla poetica dei “tempi deboli” del cineasta francese Raymond Depardon.
(Quarta di copertina)
«Ma oltre alla sostanza del racconto certamente in Lepori colpisce la precisione della parola e della costruzione, una voce in grado di addentrarsi anche all’interno di tematiche più oscure e difficili della storia, come per esempio la Shoah, la capacità di affrontare la disumanizzazione proprio con gli strumenti tipici dell’uomo, rendendo tangibile il riscatto, la possibile conversione. Una voce alta e solida» (Matteo Fantuzzi, «La Voce di Romagna», 09.12.2013).
«Pierre Lepori da sempre entra nelle pieghe dell’avventura umana percorrendone i frammenti, non vite unitarie e piene, ma tracce intorno alle quali si snodano sentimenti alterni. Da questi, è forse possibile ricomporre un senso a quanto accade, non senza attraversare vaste aree di solitudine e compassione» (Massimo Daviddi, acpnet.org, febbraio 2014).
«Si capisce, di nuovo, come il corpo sia anche il palco prescelto - o predestinato – per la ricognizione, per la ricostruzione, silenziosa e paziente, di un senso, perchè è principalmente attraverso il corpo che nell’universo di Lepori si percepisce il mondo e si interagisce con l’altro. Il corpo con la sua voce e i suoi depositi o residui della memoria agisce come uno specchio che riflette un’immagine sempre distorta di sé, una voce dissonante, una maschera che però sa di essere maschera, un pierrot che non piange perchè, come succedeva con Vittorio Sereni, è “troppo carico di coscienza” per concedersi alla pietà.» (Prisca Agustoni, «Atelier», n°74, giugno 2014).
Come scrivere poesia dopo l’indimenticato Qualunque sia il nome (Casagrande, 2003)? Come non tradire la sua «tragica volontà di dire»? Con Strade bianche, Lepori – negli ultimi anni anche autore di romanzi – propone un percorso esplorativo («Mi pare di capire perché scrivo poesia: perché non sono del tutto sicuro di esistere»), tracciabile sin dai titoli delle sezioni: La stanza, Il corpo, Linea d’ombra, La strada, Jüdisches Museum, Chiusa sul Mare del Nord. Poesia tesa, dal lessico cangiante e dalla versificazione irrequieta, pronta a spezzarsi; del resto, «Le nuvole si spostano, / le forme non importano, / non si leggono più, non sono auspici, / ma matrici della luce che cambia».
(Yari Bernasconi, in «Viceversa Letteratura», n. 8, 2014)