CTRL+ALT+DELEUZE 99 Snippet Quatrains
Un Martini, per favore, scecheràto un po’ mescolato. L’esordio a stampa di Mercure Martini
Terzo volume dei Camions, la collana dalla quale ha preso avvio l’esperienza insolita e vitale dell’editore Il Verziere di Locarno, CTRL+ALT+Deleuze di Mercure Martini (il nome è d’arte), presentato alle ultime Giornate letterarie di Soletta, è una plaquette che può sorprendere. Per più ragioni. Sicuramente per l’uso spregiudicato e spregiudicatamente moderno dello strumento della quartina, che nell’opera è intesa soprattutto come frammento (la raccolta, come recita il sottotitolo, propone infatti 99 Snippet Quatrains). Ma anche per la scoperta autobiografia dei testi, che pare sempre molto seria ma che è anche, e sempre, almeno un poco ironica. E poi per la presenza non di uno (Mercure Martini) ma di molti eteronimi, attraverso le cui rifrazioni l’autore è incitato a svelarsi o a nascondersi (i due aspetti nella raccolta non vivono uno senza l’altro). Il libello è frutto di un’attenta selezione operata dall’autore tra i molti testi da lui scritti negli anni e mai pubblicati. La raccolta è quindi stata l’occasione di pensare e articolare un esordio. Sotto gli occhi del lettore si snoda un tentativo (uno dei molti possibili) di ricomporre una vita, o meglio una lotta con la vita, con le sue passioni, i suoi crucci, le sue pulsioni. E questo sin dagli esordi (certamente della vita, forse dell’ispirazione). Non a caso il primo testo s’intitola S/Z Kinderszenen. Giovane James (Art and Agitations Since MCMLXXXVII) e recita:
Ho avuto un’infanzia colta,
corta – e assai poco felice.
Leggevo Wittgenstein,
Eliade, Gozzano e Nietzsche. (p. 7)
La ripresa paronomastica «colta-corta», che accelera e al tempo stesso soffoca la dizione (ma che accelera e soffoca soprattutto l’infanzia di cui vuole parlare), vale come esempio dell’attenzione dell’autore allo snocciolarsi fonico dei testi. La rima «felice-Nietzsche», conscia della lezione di un altro autore citato (il crepuscolare Gozzano), suggerisce invece quanto le soluzioni non siano immemori di una certa tradizione. Sarebbe però sbagliato pensare alle molte citazioni che occhiaggiano qua e là come a degli omaggi, perché nella fioritura verbale del volume c’è soprattutto una ricerca di sé e di una propria via. Si veda in merito Insert Coin (prima pagare poi vedere plaquette), con in chiusa un altro spregiudicato gioco rimico:
Ho una mia koiné, e
non è la stessa degli altri.
Il mio stile è diverso:
frequento altri posti, altri parties. (p. 33)
Due altri sono i temi ricorrenti della raccolta, trattati anch’essi attraverso il filtro autobiografico: le riflessioni sullo scrivere e sulla poesia in generale e, dall’altra parte e molto semplicemente, l’amore. Ecco Pierrot le Fou o: Il bandito di mezzanotte:
Ci rotolammo per ore per terra,
ci sembrò fosse per poco.
Chiesi: «… e i preliminari?»
«I preliminari dopo». (p. 14)
Il metro breve permette esiti spiazzanti, lapidari, grazie anche, come si è visto, agli accostamenti lessicali e alle rime, come quella dissacratoria che in L’urgenza della voce (5 papers left) unisce «quartine» a «cartine»:
Ho scritto più che altro quartine.
Avevo poco tempo
(e poco spazio:
usavo come carta le cartine). (p. 40)
Spesso l’andamento dei testi ricorda il flusso del poetry slam, come emerge bene in J.D. Ray’s Grand Slam. RadioRimbaud Revisited, minidisc freestyle 2010:
Se scendi per il clash, finisce che ti stendo.
A donne, con la lama, a rime o col Nintendo.
Te lo ripeto, amico, sei a terra al primo round:
se tu eri David Foster Wallace, io allora ero Ezra Pound. (p. 11)
Anche quando, come qui, approfitta maggiormente del dispiegamento orizzontale del verso (si noti come la serie di doppi settenari della quartina sia rotta solo nell’ultimo verso, e solo per l’inserimento del nome proprio di Foster Wallace), quella di Mercure Martini rimane una poesia nervosa e scattante, tesa a registrare come un sismografo impulsi, istinti e umori. Poesia come raptus, verrebbe da dire, scatto d’illuminazione, sfogo. Un canto decisamente altro. Poesia d’altro canto che stipa in poco spazio molto di più di quanto il testo potrebbe a prima vista contenere, come dimostrano i titoli, i quali, al posto di cercare la concisione un po’ descrittiva e un po’ declamatoria che gli è solita, si configurano spesso come una poesia nella poesia. A volte nascondono l’occasione della composizione o una chiave di lettura, altre suggeriscono un abbozzo di serialità (vera o presunta), più spesso offrono una seconda via per far vivere il testo o addirittura vivono a sé stante rispetto al testo (si arriva, in un caso – posto subito in entrata –, al paradosso di un titolo più lungo della poesia a cui è riferito). D’altra parte, se i testi selezionati per la plaquette sono ‘soltanto’ 99, si ha sempre l’impressione che potrebbero essere molti di più, e che molti in futuro potranno seguire, come testimonianze di un impulso inesausto ma anche come modo di accettare la vita e di viverla.