Il prima e il dopo dell'acqua

Attraverso una straniante sequenza di inquadrature, a volte in dialogo con opere d’arte contemporanea, Laura Accerboni osserva il nostro mondo mentre si miniaturizza, si duplica, si trasfigura. Al centro della raccolta stanno la casa e la città, luoghi instabili e in perenne metamorfosi, che crollano addosso a chi li abita, aprendo abissi vertiginosi. Ed è proprio negli abissi che si tenta di dare ordine ai rapporti di violenza e di sopraffazione. Se gli esseri umani sono ormai poco piú che frammenti, effetti residuali della storia («la città | ha deciso | di mettere noi | come rovine | abbiamo spigoli | abbiamo muschio | sulle gambe»), è nelle profondità dell’acqua che si possono nominare i paradigmi piú feroci, classificarli, tentare una loro tassonomia, mentre si disgregano e si disciolgono nei loro elementi costitutivi. Ecco allora una colorata sequenza di animali acquatici (dai coralli alle meduse), tutti apparato digerente e tentacoli, che permettono all’insignificante di accumularsi e calcificarsi nel tempo. Dando rilievo alle affilate ambiguità tra mondo umano, vegetale e animale, tra naturale e artificiale, Accerboni scava tra le rovine del reale svelandone tutta l’assurdità e ferocia, ogni suo incubo e doppio fondo.

(Dalla presentazione del libro, Einaudi)

Recensione

von Ariele Morinini
Publiziert am 21.10.2024

Quarto libro dell’autrice, la raccolta Il prima e il dopo dell’acqua è nuovamente affidata, come la precedente Acqua acqua fuoco (2020), alla prestigiosa collana bianca Einaudi. Nel segno di una continuità esposta dal titolo, in questa nuova opera Accerboni prosegue l’esperienza di una poesia fortemente analogica, poco praticata nella letteratura italiana contemporanea, ottenuta con l’accostamento di immagini sorprendenti, le quali possono sconfinare nel surrealismo o nell’orizzonte dell’assurdo.
Suddivisa in tre sezioni, la prima e la terza anepigrafe, la seconda intitolata Cnidaria, termine tecnico che indica una famiglia di animali acquatici, la silloge è costituita da poesie tendenzialmente brevi. Queste ultime sono spesso ordinate in suites o poste scopertamente in dialogo tra di loro, generando delle sottounità che danno consistenza ai singoli componimenti. La raccolta procede dunque per frammenti, ordinati o meno in serie tematiche, che trovano compimento in un discorso complessivo, di natura emotiva piuttosto che narrativa. Questa frammentazione si produce, come appare evidente ad apertura di pagina, in primo luogo sul piano metrico: tolta l’ultima poesia, un inaspettato sonetto con la coda, i testi sono composti da versicoli, che in alcuni casi, come da tradizione, sono ricomponibili e tendono alla misura canonica, con ampie possibilità di infrazione. Si vedano, ad esempio, i primissimi versi della raccolta, che segmentano un endecasillabo regolare («La sedia / ha solo / tre gambe / ma resta»), facilmente restaurabile: la dizione dell’autrice in occasione delle sue letture pubbliche va in questa direzione. Sempre sul piano della forma, nuove possibilità combinatorie sostituiscono talvolta i legami logici consueti, che tendono al collasso nella scrittura di Accerboni. A parziale compensazione dell’assenza di uno sviluppo logico-narrativo, il discorso poetico può allora fondarsi sul gioco verbale, di prossimità fonica tra le parole: «Ruminando / gli oggetti sconosciuti / per la casa / dico che i pascoli / sono plastica / e noi la ricicliamo / Brave belve / che mangiano ordine / prima dei fuochi / prima che i fuochi / falsamente / cancellino» (miei i corsivi). La caratteristica più vistosa della sua poesia, che guarda alla grammatica dell’ermetismo o della poesia pura, è infatti una testualità che rinuncia a offrire un significato univoco, una chiave di accesso; al contrario, Accerboni tende a un’ambiguità del dettato che moltiplica le letture possibili. L’autrice descrive una realtà, spesso minima o quotidiana, che risulta profondamente trasfigurata da collegamenti e sovrapposizioni improvvise e inattese: i componimenti assumono così di volta in volta connotazioni ora sinistre, ora disorientanti, ora allucinate. La centralità dell’immagine, che attenua o annulla la dimensione riflessiva, produce una poesia d’impressione, evocativa. Si veda, tra i testi-immagini che rimangono più presenti al termine della lettura, il componimento Da piccolo (p. 77), il quale sembra derivare dalla suite ispirata a Colazione in pelliccia di Meret Oppenheim, contenuta nella silloge precedente:

Da piccolo
suo padre
lo travestiva
da volpe
sei furbo diceva
impara a scappare
e mimava
gli spari
con la bocca.
Sua madre
alla sera
lo metteva
intorno al collo
dicendo
ho una pelliccia
nuova
che apre e chiude
teneramente
gli occhi.

A fronte dell’incomprensibilità delle singole poesie, nel macrotesto si ripetono strategicamente parole, metafore e più ampiamente atmosfere che offrono un point de repère grazie al quale orientarsi nell’opera: la lettura della raccolta implica così un’operazione musiva, la necessità di collegare fra loro e riordinare le tessere per ricostruire un disegno di senso complessivo. Schematizzando, il discorso poetico si articola attorno a una terminologia fondamentale, nella quale si addensano i suoi significati: ad esempio, sono ampiamente indagati il campo semantico dell’acqua, quello del corpo o ancora della città, che già erano i nuclei tematici della silloge precedente. Nei componimenti spesso questi ultimi si sovrappongono, si mescolano in immagini surrealistiche che stravolgono il referenziale e offrono un punto di vista sulle cose deformato e deformante:

Hai contato
le città?
Quanto ci metti
ad assegnare
ogni strada
alle dita?
Ho visto
sotto i guanti
assembramenti
di palazzi
fino ai polsi
non c’è centimetro
che non possa
crollare
da un momento
all’altro. (p. 4)

Pur nella sua astrattezza, la poesia di Accerboni non trascende i faits divers, sviluppa anzi degli spunti di cronaca, degli episodi biografici, ma ne dà versione profondamente interpretata, sconvolta dall’elaborazione poetica. In questo senso, è allestita una «invenzione del vero» (con Stefano Verdino), che nella presente opera sposta il proprio baricentro verso l’intimistico, il privato: è sempre il fatto ad essere “disfatto” e inserito in una rilettura ambiguante, foriera di nuovi significati, ma ora è tendenzialmente privato. Complice la pandemia, di cui riferisce la prima parte del libro, l’esperienza della maternità, tematizzata nell’ultima, vengono meno i riferimenti a puntuali episodi di cronaca e sembra placarsi l’impeto civile di una «poesia politica in forma macabro-surreale» (dalla quarta di copertina di Acqua acqua fuoco). Permane invece inalterato nella raccolta il dialogo con alcune opere d’arte visiva: ricollegandosi a una tradizione cospicua, Accerboni pratica la via dell’ecfrasi o, assecondando la naturale permeabilità delle arti, scrive dei testi guardando a dipinti, fotografie e installazioni. In alcuni casi la relazione tra poesia e oggetto è tradizionale, come nel poemetto Cnidaria, messo in relazione con due dipinti di Mark Rothko, dei quali sono riprese le scelte cromatiche; in altre occasioni, l’opera d’arte è fonte d’ispirazione per le immagini surrealistiche che popolano le poesie – così ad esempio i centauri di Uffe Isolotto esposti alla Biennale di Venezia nel 2022 – o ancora innesca insospettabili sovrapposizioni con la realtà, come nel caso della fotografia Il gioco del killer di Letizia Battaglia:

Vorrei che
tu portassi
una maglia a righe
e io essere
quella mamma
e andarcene
intonati al cielo.
Invece tu metti
le mie calze
sulla faccia
e ridi
con una pistola
che finge
e il resto
nero.

In conclusione, Il prima e il dopo dell’acqua mette a frutto una poetica fondata su dei modelli démodés – i versicoli, l’analogismo radicale – che sono riattualizzati e caricati di forza grazie allo sguardo originale dell’autrice. Isolata nel panorama della letteratura italiana contemporanea, quella di Accerboni è una poesia facile-difficile, per forma e contenuto: se da un lato la sua è una raccolta suggestiva, che si affronta agilmente anche senza grande esperienza in questo ambito, dall’altro è libro che invita all’attraversamento paziente, alla rilettura. Andando oltre all’immaginario sensazionale, di indubbia fascinazione, il senso complessivo della sua poesia si delinea infatti per accumulo di immagini, si crea nei rapporti sotterranei che si generano fra i componimenti: emergono così sensazioni sinistre, presagi distopici, uno sguardo sghembo e straniante sui piccoli fatti quotidiani, dei quali è rilevata con impassibilità la ferocia. Uno sguardo fisso, che non vacilla e registra così i drammi, le ossessioni, le angosce dell’autrice e di tutti, cedendo poco o nulla a un’ironia amara e sarcastica («Ho fotografato/ l’inferno/ è sempre a fuoco/ perfetto», dalla copertina del penultimo libro).