Volontà Romanzo
Una madre, un padre, un figlio e l’indagine di una procuratrice. Un caso giudiziario diventa lentamente esplorazione delle coscienze di tutti i personaggi e delle loro contraddizioni. Si può trasformare il dolore in bellezza? Con quali parole si pronunciano l’assenza e la perdita? La narrazione di ognuno ha un abisso dal quale riemergere. Per tornare in superficie è necessario nuotare con forti bracciate, uscire allo scoperto, riprendere fiato e poi ripartire.
(Dalla presentazione del libro, Capelli)
Recensione
Il nuovo romanzo di Olimpia De Girolamo, Volontà, esplora i rapporti familiari e in particolar modo quelli tra genitori e figli in occasione di un lutto; questi temi, cari all’autrice, sono già stati affrontati in Tutto ciò che siamo stati, pubblicato nel 2022 sempre da Gabriele Capelli Editore.
Il romanzo si apre con la notizia della morte di Giacomo; i segni sul cadavere fanno pensare ad una morte violenta e i genitori, increduli davanti al decesso del figlio, sono convocati dalla procuratrice per l’avvio delle indagini. Se nel romanzo d’esordio la città di Napoli era parte integrante della storia, in questo caso il racconto si svolge in un non luogo e quindi il lettore, in assenza di indicazioni geografiche precise, si immedesima facilmente nei personaggi e nel dolore causato dalla scomparsa di Giacomo. La voce narrante riporta le emozioni della madre: «Il colpo all’addome la fece piegare in due. Non era stato un pugno o un calcio, era stata la notizia, che dalle orecchie era passata direttamente alla pancia e gliela stava squarciando» (p. 11).
La trama del romanzo si concentra su Arturo ed Elena, divorziati da qualche anno, che, davanti alla procuratrice, ridiventano in occasione del primo colloquio i signori Volontà; cognome di Arturo e titolo del romanzo. Nel corso di quell’unica deposizione comune, attraverso le accuse reciproche, emergono le tensioni, le incomprensioni e la distanza che caratterizzano il loro rapporto. In effetti, dopo il divorzio Giacomo viveva con la madre, ma da qualche mese aveva deciso di trasferirsi dal padre: i contatti con Elena diventati sporadici sono la prova tangibile delle loro difficoltà.
Successivamente i genitori saranno convocati separatamente e la trascrizione delle loro deposizioni costituirà l’essenza della narrazione. Il rapido susseguirsi dei brevi capitoli permette la continua alternanza dei punti di vista in cui la concomitanza di ricordi e riflessioni, espressi in lunghi monologhi sottoposti alla procuratrice, suscita nel lettore non tanto spunti di indagine, quanto più considerazioni sull’elaborazione del dolore e la sua difficile espressione.
L’indagine giudiziaria, affidata alla procuratrice Improta, diventa quindi soprattutto indagine dei sentimenti e una messa in discussione delle relazioni affettive, attraverso l’esplorazione delle ferite generate da una perdita. L’autrice indaga strategie e risorse impiegate da ognuno nel tentativo di sottrarsi a una situazione dolorosa.
Se da una parte Elena e Arturo si esprimono alla prima persona, dall’altra i pensieri della procuratrice sono affidati al narratore, e solo raramente il lettore sente direttamente la sua voce. In un primo momento Elena appare fragile, ancora instabile dopo il divorzio, però ha il coraggio di mettere progressivamente a nudo le sue contraddizioni di donna e di madre, analizzandosi con grande sensibilità. Nel corso dei colloqui, Elena riesce a esprimere veramente a pieno sé stessa, cosciente del fatto che ciò che dice non corrisponde a quello che ci si aspetta da lei; poiché non è in grado di assolvere un ruolo che la società le ha cucito addosso: nel lutto tenta di non sentirsi discriminata, etichettata, marchiata da un tragico evento, identificata poi solo e soprattutto attraverso la sofferenza: «Forse anche la Madonna la guardavano così dopo che Gesù era morto sulla croce, pensava. Il dolore di una madre mette reverenza, gli altri si sentono in soggezione di fronte alla sofferenza di una madre» (p. 26). Le deposizioni di Arturo sembrano meno introspettive, i dettagli richiesti dalla procuratrice gli permettono di ricordare momenti di vita familiare ed è turbato dalla trascrizione di questi frammenti appartenenti alla dimensione intima: «Il suo agente prende proprio appunti parola per parola? Scrive così velocemente che mi fa un po’ impressione sapere che ogni mia sillaba pronunciata si stampa sulla carta. […] È solo che fissare i ricordi così, per mano di un altro, lascia veramente una sensazione strana addosso» (p. 131). Le manifestazioni di disagio di Arturo non trovano risposta nel racconto, e il lettore non può che riflettere sul parallelismo tra la trascrizione delle deposizioni e la scrittura letteraria, tra il lavoro della procuratrice e lo scrivere, nel tentativo di indagare la natura umana.
Ascoltare e accogliere le storie dolorose degli altri è il lavoro di Improta, ma i contenuti delle deposizioni lavorano dentro di lei, la scuotono, e, attraverso la voce narrante, la procuratrice si chiede cosa venga restituito quando si mettono per iscritto le parole dette, facendo così eco alle inquietudini di Arturo. Cosa è vero? Le sensazioni che lei prova mentre ascolta, o il materiale archiviato nelle carte giudiziarie? Inoltre, Elena le smuove qualcosa dentro, il coraggio di confessare le difficoltà della maternità con voce schietta la rende così lontana dall’immagine icastica di madre promossa dalla nostra società: «Non sono mai stata fatta per essere madre e nemmeno moglie. Mi manca quella capacità di abnegazione che appartiene alle madri vere, quelle che sanno mettere da parte i propri sogni e desideri, quelle che sanno dimenticare di aver avuto una vita prima dell’arrivo dei figli» (p. 51). Le emozioni sono restituite anche con frasi brevi, lapidarie, che punteggiano il racconto, come nella scena del funerale che toglie il respiro. Il romanzo si legge tutto d’un fiato, spesso con un nodo in gola, davanti alle angosce profonde di Elena e alla lucidità di Giacomo.
Il ragazzo è presente attraverso i racconti dei genitori; tuttavia, il lettore scopre i suoi pensieri intimi e le sue difficoltà grazie alla trascrizione di alcune lettere che si inseriscono nella narrazione. Giacomo si racconta, emergono la passione per il nuoto e per l’acqua, il rapporto difficile con i genitori e l’affetto che prova per loro. Giacomo vorrebbe stabilire un nuovo record, «quello di chi sa scegliere per cosa vale la pena tuffarsi e cosa no e che ha saputo stare a guardare senza aver bisogno di dare un nome a ogni cosa» (p. 116).
La morte di Giacomo è quindi il punto di partenza delle indagini giudiziarie ma soprattutto dell’analisi introspettiva dei personaggi. Elena racconta di aver sempre sperimentato un senso di inadeguatezza nei confronti dei suoceri dal momento che in quelle occasioni suo marito Arturo era irriconoscibile, e afferma: «forse siamo tutti altri a seconda delle circostanze in cui ci capita di stare, pronti a recitare un ruolo diverso nelle varie situazioni» (p. 21). Del resto, anche Improta, dopo le deposizioni, realizza che davanti a lei le persone devono «Imparare a raccontare chi erano e chi avevano fatto credere di essere per una vita intera» (p. 50); in questo frangente la procuratrice sembra scoprire l’io sociale proustiano e quindi l’indagine scava non tanto per individuare il colpevole della morte di Giacomo, ma piuttosto per disvelare dall’abisso l’io profondo di tutti i personaggi.
L’autrice riflette sull’espressione del dolore e sulla sofferenza come grande occasione per reinterpretare il senso della vita, perché nel dolore degli altri si specchia il nostro, e nei più disparati e a volte maldestri tentativi di rielaborazione vi è la possibilità di una rinascita. Una sofferenza così grande si può trasformare in bellezza quando il dolore permette di guardare chi ci circonda con altri occhi, si può ritornare in superficie dopo essere scesi nelle profondità e riemergere con una visione nuova: dopo aver messo la testa sott’acqua si torna a prendere aria. La metafora filata dell’acqua abbraccia la narrazione, l’oceano della vita è uno spazio grande, dove tuffandosi e nuotando si sperimenta fatica e si possono aprire altre prospettive: l’acqua potrebbe accogliere il personaggio che in copertina si tuffa in uno spazio bianco e sembra nuotare nell’aria; non sapendo da dove viene e dove va possiamo immaginare nuovi orizzonti.