Morte del drago
Una storia

C’è una qualità che balza agli occhi non appena si legge con la dovuta attenzione la poesia di Andrea Moser: una poesia affabile, trasparente come “la superficie dell’acqua dei giorni / senza vento” (Amleto, p. 69), ma profonda come i laghi della sua Svizzera. Sto parlando della capacità del poeta di evocare in modo vivido soprattutto le scene della gioventù, rivissute nella memoria che le ammanta di un velo di magia e di un alone nostalgico, ma anche dell’inquietudine tipica delle fiabe. E come tutte le fiabe, in modo del tutto naturale, l’inconscio emerge e preme sul conscio, crea un alone di mistero, agita la superficie mescolando gioie e dolori, inquietudini e paure [. . .] In Moser troviamo ricchezza e profondità di riflessione, capacità di concepire una raccolta con coerenza e coesione, il tutto trasfuso nel “pensiero poetico” della pietas attraverso vividi exempla, piuttosto che tramite aride e astratti “ragionamenti in versi”, in un discorso sempre piano, scevro di sentimentalismo e che tende alla totale trasparenza nel rapporto tra significante e significato.

(Dalla Prefazione di Mauro Ferrari, Puntoacapo)

Recensione

von Josephine Bohr
Publiziert am 13.02.2024

«La storia di una vita comincia da un punto qualsiasi, da qualche particolare che per caso ci capita di ricordare», C. G. Jung. Tornare indietro, riesaminare la “storia di una vita”, cercare di ristabilire l’equilibrio dopo una lunga crisi: è questo il cuore della raccolta di Andrea Moser, Morte del drago, una storia, edita da Puntoacapo nella collana Altre Scritture, con un’attenta prefazione di Mauro Ferrari e, in esergo, le parole di Jung. E fin da subito sogno, inconscio e memoria si intrecciano in un viaggio a ritroso nel tempo, metaforico e biografico. Alla radice del viaggio, due grandi eventi personali che toccano Moser in pochi anni, in una seconda parte della vita che lo spinge a una maggiore introspezione: la morte del padre e un infortunio importante che, come chiarisce la nota in fondo al libro «mi hanno costretto a interrogarmi, e a ripensare completamente il senso della mia storia e, forse, anche a confrontarmi con le misteriose, e spesso brutali, ragioni che stanno alla base del fenomeno della vita». Ricordi che lo riportano all’infanzia e a tutte quelle volte che, per usare la sua metafora, il drago lo ha stretto tra i suoi artigli. Il sottotitolo, una storia, segna l’andamento narrativo di questa raccolta, ma anche il suo duplice aspetto: da un lato la storia dell’autore, la sua necessità di andare a fondo nella vita passata; dall’altro, una storia universale, quella di qualsiasi essere umano davanti agli abissi della propria esistenza. In ogni poesia la narrazione si riflette in una scrittura fluida, in cui suono e ritmo si accordano al senso, con una grande cura per l’aspetto lessicale nel suo insieme e una metrica libera, dove si incontrano anche misure classiche come endecasillabi e settenari.

La raccolta è suddivisa in nove parti: un prologo, un inizio, sei sezioni e un epilogo. Il prologo è costituito dalla poesia Il drago, introdotta da una citazione dal Re Lear di Shakespeare: «Come not between the dragon / and his wrath». Se il monito a non sfidare le ire del drago segnala la pericolosità dell’impresa, la voce narrante sente il bisogno irreprimibile di spingersi oltre: «Non c’è alternativa devo tornare / indietro, seguire il sentiero», affrontare la grotta del drago per ritrovare «fiochi echi di parole tedesche / memorie imprigionate» «e un bambino nel buio / che grida da sempre la sua paura» (Il drago).
Le tre poesie dell’inizio, Roveredo, Cimitero, Operazione danno il la alla raccolta, introducendo i tre grandi temi: Roveredo in Mesolcina, il paese nei Grigioni dove Moser ha trascorso l’infanzia; Cimitero, la morte del padre e la fine di una generazione; Operazione, l’intervento chirurgico subìto: «Solo un buio senza sogni, / il nulla senza dolore».

Il Poemetto del drago occupa per intero la sezione I, introdotta da una citazione dall’Apocalisse. Si comincia a fare luce sulla figura del drago, simbolo del male che seduce e si annida dentro e fuori di noi, ma anche un male che ereditiamo: «un debito furioso contratto / dagli altri, inestinguibile / come il sole che brucia / da milioni di anni». Particolarmente incisiva la sequenza “Fotogrammi”, frammenti di una primissima infanzia, alcuni incredibilmente luminosi: «un prato di altissime margherite, / il cappello bianco di mia madre. / La luce accecante», altri più oscuri e violenti: «Roveredo paesino selvaggio. / Un codirosso per terra schiacciato. / Usarono i palmer».
Ai fotogrammi fa eco la sezione II del libro, “Frammenti”. Nella prefazione, Mauro Ferrari si sofferma sulla capacità dell’autore «di evocare in modo vivido soprattutto le scene di gioventù, rivissute nella memoria che le ammanta di un velo di magia e di un alone nostalgico, ma anche dell’inquietudine tipica delle fiabe». Qui Moser torna ai ricordi più lontani, alle avventure in un mondo rurale quasi estinto, ai primi traumi, la crudeltà, la paura, la scoperta della morte: «Un toro intrappolato / in un labirinto di calore, di lingue / di fuoco, disperato cercava un varco» (Le lucciole, il toro e l’innocenza), «la pianta allagata, la mia casa / e a otto anni capii che si poteva / anche morire, veramente» (Alluvione 1978).
Come artigli conficcati nel cuore della sensibilità, la sezione IV vede traumi e dolori personali affiancati a traumi e dolori universali, una sofferenza in cui le distinzioni lasciano spazio a una condivisione empatica e profonda. Al dolore per la morte dei propri cari e la consapevolezza di un destino inevitabile – Attesa, con la ripresa di parole di De André; Funerale a Zurigo, per la morte del padre; Esercizi, dedicata alla madre malata – fanno eco osservazioni tratte dalla sua esperienza di insegnante in Tornando da Curzútt e riflessioni su avvenimenti storici in Rileggendo Primo Levi e Il giardino delle rose bianche.
In una progressione quasi catartica, la raccolta si avvia alle sezioni finali passando per le “Apparizioni”, una sezione introdotta dalle parole di Jaccottet: «una poesia assolutamente trasparente, nella quale le cose siano semplicemente disposte» che sembrano indicarne la poetica. Nel solco di una grande tradizione ticinese, quella di Orelli e Pusterla, Moser dedica questa parte della raccolta ai paesaggi naturali del Ticino. Le montagne (Denti della Vecchia, Monte Ceneri), la flora e la fauna locale: corvi e folaghe, ma anche il nibbio, il falco, il codirosso, il cigno. Qui emerge tutto il carico simbolico della natura, l’eternità immobile della roccia e il fluire delle stagioni, la malinconia di Ultima rosa. Ma la bellezza, parola ricorrente in questa sezione, resta sempre il centro del paesaggio: «qui tutto è troppo bello / per pensare al domani. / Oggi mi basta, finché dura» (Il nibbio e le nuvole) e «eppure ogni cosa che mi guarda / è di un’assurda bellezza» (Acqua).
La sezione VI, “Ritratti”, è ancora un’occasione per riflettere sul passato, sui legami personali, i non detti, per fare pace con i propri rimpianti. Ancora una volta, a testi più intimi come la toccante Negli occhi di un amico si alternano ritratti di allievi, o di persone incontrate per strada (Alle miti donne peruviane).
L’ultima sezione è intitolata “Epifanie infantili”: quattro piccole perle che testimoniano della saggezza spontanea dei bambini. In questo caso non si tratta più di un’infanzia autobiografica ma dell’incontro dell’autore con una bambina di quattro anni, un momento di luce e stupore davanti alla potente franchezza delle sue espressioni: «ma tanto vince sempre la vita» (Saggezza).

Tornare al presente dopo un simile viaggio non è impresa da poco. Tuttavia, sembra esserci la speranza di «liberarci finalmente / da quel senso ossessivo / di un lunghissimo addio» (Occhi di stambecco) con il sostegno dei “punti fermi”, la luce, le persone amate, «Gocce di vita che cercano una via». E infatti, il drago è sconfitto, «il bambino è diventato l’eroe. / Il drago si è disciolto, della sua ombra non rimane / che una pietra verde» (Morte del drago), una conclusione che si ricongiunge alle prime parti della raccolta come la figura magica dell’uroboro. Riavvolgendo il filo dal “punto qualsiasi” del primo ricordo emerso, con una scrittura limpida e un discorso piano, scevro di abbellimenti, Moser consegna un esordio poetico attentamente ponderato, maturato per una decina d’anni, che attraverso ombre e inquietudini, dall’oscurità della grotta affronta il drago alla ricerca del bambino perduto, per riaffiorare in superficie tra salvifici sprazzi di luce.