Domino dell'amore
Tessere di un racconto autobiografico

NINO

In quel di Modena, chi ti ricorda

ha un’esitazione nel cuore.
Ignoranza dolente di figlia.
Senza un inizio, con un giudizio incerto
striminzito, assistito dal silenzio.

La mamma ti nominava
con gli occhi bassi.
I tuoi gesti, per lei erano gesta.
La sua luce di gioventù. Il suo altro
mondo dopo il collegio, la diversa
prospettiva. Lei finalmente viva.
O quasi. Lei che vedeva in te
la vita osare.
La suggestione della possibilità
dentro la villa borghese di Via Emilia,
dove la camomilla odorava il caldo
dell’estate, che piccola assiepava
gli sterrati bordi delle strade
fuori dal cancello.
Per lei spazio recluso ancora,
ma dove i nomi (ninna-nanna)
avevano un’ identità e una gerarchia:
Nonna Pina, Nino, Annamaria.

Saccheggiatore dei gioielli di famiglia,
rematore atletico di pedalò,
con cui sparivi per interi pomeriggi
con fantastiche ragazze, che tornavano
a sera arrossate (ridevano gli amici)
dal sole e dal Garbino.
Campione di compagnia, di canzoni,
di allegria.
Vacanziere della vita.

Anche quel tuo recarti a Lipsia
ogni anno, per le fiere dei pellami
di cui tu eri esperto, sta dentro un’aura
di leggenda. Per il resto, niente
in agenda. Se non vivere.

No, non hai fatto la fine del topo.
Lo avevi promesso.
Non ti sei fatto prendere nel buco
di cantina oscurato dove stavi
murato, con poche ore d’aria,
dopo la rotta del regime.

Fu uno scatto.
La corsa fulminea
l’ inconfutabile esistere,
la testa nelle gambe
le gambe nella testa,
dentro l’assoluto
a precipizio,
la stretta
perfetta e irripetibile
di corpo e mente.

Ti hanno abbattuto
nel momento del balzo.

Sei caduto
ai piedi del muro che stavi
per sorvolare.
Senza compagni, senza amici,
senza il conforto della storia,
senza qualifica nella memoria.

Solo col tuo volo.
Col tuo estremo, aereo assolo.

(Alla chiara fonte)