Spettri familiari

Spettri familiari è il romanzo di una famiglia normale, normalmente segnata da ipocrisia e tacite reciproche coperture. Suddiviso in due parti, la prima ambientata negli anni Ottanta del Novecento, la seconda ai nostri giorni, si sviluppa su più piani narrativi: al racconto in terza persona si alternano taccuini, lettere, architetture morte e nella seconda parte la voce in prima persona dei protagonisti.
La geometria della struttura e il teatro delle cose inanimate fanno emergere in filigrana i sobbalzi dell’esistenza.

(Dalla presentazione del libro, Ibis)

Recensione

von Sara Lonati
Publiziert am 25.09.2023

Spettri familiari, uscito nel 2023 presso le edizioni Ibis, è un romanzo che ha le sue radici nei racconti de Gli anni di Nettuno sulla terra, pubblicati dalla medesima casa editrice comasca nel 2018.
Dall’irruenza nettuniana dei molteplici flutti infernali di Jean Fautrier al dettaglio di quattro fragili papaveri sfumati emersi dal fango di Luca Mengoni: tale è il passaggio iconografico da una all’altra copertina, dai racconti al romanzo, a suggerire una filiazione grafica e tematica naturale stricto sensu e ad avvalorare più nette focalizzazioni e una tensione ascensionale verso l’acme più definita attraversante la forma narrativa lunga.
Con il titolo, si passa dalla chiave di accesso temporale de Gli anni di Nettuno sulla terra al cerchio familiare spettrale, evanescente come i fiori della copertina. In entrambe le opere, temporalità mondana e ultramondana in cui si tessono i legami familiari si confermano le chiavi di lettura imprescindibili.
Prima ancora di cominciare la lettura, altri aspetti comuni fondamentali alle due produzioni sono: la paratestualità, fatta di citazioni care ad un’autrice in primis traduttrice di Thomas Bernhard e Nelly Sachs, e il peso conferito alla struttura, mai banale.
La citazione di Bernhard, legata alla temporalità e alle relazioni interpersonali («Da quando ho perso il mio orologio / sono costretto, di tanto in tanto, / ad attaccar discorso con qualcuno»), apre il primo racconto della raccolta del 2018, La gelata del ’63, che immerge in una fredda ambientazione zurighese, la quale si ritrova nel romanzo del 2023. Le descrizioni precise nei dettagli delle linee dei tram, dei caffè, dei quartieri non si dilungano, ma testimoniano l’efficacia linguistica di Anna Ruchat: immersiva e senza orpelli. Il freddo non è soltanto climatico e architetturale, ma è l’orizzonte nel quale i personaggi si muovono e agiscono (p. 74):

Teresa rimase sola nella piazza davanti al museo. Sentiva freddo e si strinse nel cappotto mentre salutava con la mano Maria che s’era incamminata su per la Rämistrasse. Il cielo era bianco ma non nevicava. Nonostante il bel regalo e la mattinata trascorsa al museo, Teresa aveva sempre più la sensazione che Maria le sfuggisse, che si nascondesse dietro i propri racconti.

Il rimando di natura teologica e teleologica a Nelly Sachs («Del resto nessuno torna integro al suo Dio», p. 109) introduce la seconda parte del romanzo sotto il titolo Diramazioni e sarà perfettamente chiuso dall’explicit salmodico del finale aperto.
Se ne Gli anni di Nettuno sulla terra struttura e paratestualità si limitano ad un tessuto di citazioni criptiche e faits divers su vari piani temporali, accompagnanti i dodici racconti, uno per ogni mese dell’anno, nel romanzo il discorso dell’organizzazione testuale si complica, nonostante la bipartizione macro-temporale in Matrice e Diramazioni, dai primi anni Ottanta della prima parte all’evoluzione dei personaggi e dei loro rapporti una trentina di anni più tardi.
La Matrice parte dalla base del sesto racconto de Gli anni di Nettuno sulla terra, dal titolo Il nuovo lavoro, che vede la giovane valtellinese Teresa partire alla volta di Zurigo in veste di ragazza alla pari in una famiglia di intellettuali borghesi italofoni, incaricata della cura dei piccoli Pietro e Giovanni. Il racconto, il più lungo e sviluppato della raccolta, filtrato attraverso lo sguardo innocente e genuino di Teresa, nella prima parte del romanzo è spezzato da interni di case, nature morte di impianto teatrale. Sono descrizioni di scena presagio di nefaste azioni familiari innominabili, presentate differentemente anche dal punto di vista tipografico, essenziali a esplicitare il pesante non-detto del teatrino borghese (p. 23):

La casa dell’inizio è spoglia ma le pantofole di feltro promettono un silenzio alleato. Lenzuola di lino con i monogrammi ricamati danno man forte. Il letto rifatto fin dal mattino. Eleganti stoviglie svedesi, la tavola apparecchiata con la tovaglia, anche per due. In soggiorno il parquet, poltrone con le ali, un tappeto di lana bianca contengono il dolore.

L’unità di tempo viene scardinata dai flashbacks dei taccuini tipograficamente dattilografati di Maria, accademica in carriera, madre di Esther, Giovanni e Pietro. Tali taccuini, risalenti alla fine degli anni Settanta, sono nella fattispecie scritti destinati a un defunto: il suo primo marito, padre di Esther.
Il dialogo coi morti dell’ultima raccolta poetica di Anna Ruchat, La forza prigioniera (Passigli 2021), si innesta nel romanzo. La forma epistolare consente lo sviluppo e la focalizzazione del personaggio di Maria, con il cambiamento del punto di vista che diventerà una costante delle Diramazioni successive. La vedovanza vissuta dalla prospettiva femminile, assieme alla genitorialità solitaria senza il contraltare paterno, rappresenta inevitabilmente uno dei fil rouge di Ruchat anche ne La gelata del ’63. Maria scrive ad uno spettro lamentando il progressivo allontanamento della primogenita Esther: queste due assenze ingombranti tengono costantemente alta la tensione della lettura.
Durante tutta la prima parte, il lettore, come Teresa, non aspetta altro che l’epifania di Esther, trait d’union degli uomini-spettri, morti e viventi, di Maria, giudice implacabile della figlia, ma cieca indulgente verso sé stessa. A Esther, Teresa e il lettore affidano la speranza di poter dissolvere ombre e vergognose reticenze che incombono soprattutto sui piccoli Pietro e Giovanni. I tratti di questo personaggio (un’infanzia legatissima alla madre, i disturbi alimentari da adolescente, la morte del figlio nel ventre e il conseguente capolinea del matrimonio, la brillante carriera negli studi, il non voler fermarsi in famiglia più dello stretto necessario) emergono in particolar modo già nell’undicesimo racconto de Gli anni di Nettuno sulla terra, Il gufo, introdotto dai versi di Amelia Rosselli: «[…] I miei vent’anni / mi minacciano Esterina, con il loro verde disastro».
Nella seconda parte del romanzo, Diramazioni, si sviluppa un nuovo nucleo tematico: l’amicizia femminile tra Teresa ed Esther, fatta di complementarietà e aiuto reciproco, tra due ragazze divenute donne nel frattempo. Il riguardo dell’autrice verso di loro è palpabile, materno, delicato, fatto di toccanti gesti minuti (p. 170):

Esther sorride, commossa per quel tocco di riguardo che Teresa e i suoi figli hanno sempre avuto nei suoi confronti. Ringrazia allungando una mano sul tavolino di marmo per stringere quella di Teresa.

In questa sezione, a prendere la parola, colmando l’ellissi temporale creata tra le due parti, saranno a turno i vari personaggi maturati, non più soltanto Maria, malata terminale, bensì anche Teresa, Giovanni e Pietro. Le focalizzazioni, atte a fornire ogni volta una diversa visione dell’universo familiare vissuto, non riguardano però Esther e Bruno, il secondo marito di Maria, psichiatra controverso, il secondo spettro, appena defunto, padre dei due figli maschi. Il punto di vista di Esther emerge sempre per interposta persona, dagli scritti degli altri. Come nella lettera di Maria a Bruno del 24 novembre 2014, in cui riporta un dialogo secco ed illuminante avuto con la figlia, in un gioco di citazioni che rimanda al Frisbee buddhista del 1990 di Giulia Niccolai (p. 149):

Poi ha citato quella sua amica poetessa buddhista che le piace tanto: «‘Ho la quasi certezza di essere stata una foca in un circo in una precedente incarnazione. Andavo matta per il pesce e per gli applausi. Andavo matta per il pesce e per gli applausi? Bene, in questa vita ho imparato a farne a meno’».

Nelle Diramazioni delle prospettive, il punto di fuga verso il quale le storie parallele dei personaggi arrivano a convergere è rappresentato dall’attesa dell’incontro di tutta la famiglia sopravvissuta, Pietro, Giovanni, Esther, figli di spettri, e Teresa, l’umile ragazza alla pari arrivata dal Sud delle Alpi decenni prima a scoprire le abominevoli ipocrisie borghesi.
Anna Ruchat si ferma qui sapientemente, giusto un attimo prima dell’acme, del burrone dei defunti.