Infanzia e bestiario
In questo libro ci sono una bambina e un cane: la loro complicità, le loro esplorazioni del mondo complesso e indecifrabile degli adulti.
Ci sono una giovane donna e poi una donna non più giovane e i suoi cani: la stessa complicità e le stesse esplorazioni, in un mondo non meno complesso e indecifrabile. E ci sono gli animali: tassi, tartarughe, cavalli, serpenti, falchi pellegrini appaiono per farsi a volte portavoce di un ambiente minacciato, a volte messaggeri del vasto regno dell’infanzia.
Camminando in equilibrio tra racconto autobiografico e reportage narrativo, tra favola e cronaca, Claudia Quadri ci invita a seguirla nei luoghi che l’hanno vista crescere e a sondarne le trasformazioni: l’albergo di famiglia sul golfo di Lugano, che risorge magnifico nel ricordo; la Forca di San Martino, da lugubre scogliera a sedime di un dancing; il monte San Salvatore, dove si mescolano vecchi castagni, ciliegi selvatici e palme invasive. Registrando le trasformazioni del paesaggio e della sua fauna (umani compresi), l’autrice ci parla di un mondo definitivamente messo a confronto coi propri limiti. E anche lei, guardandosi alle spalle, si rivede lasciare il regno illimitato dell’infanzia, dove tutto sembrava possibile, per andare a tracciare, esplorazione dopo esplorazione, il proprio cammino, cane al fianco.
(Dalla presentazione del libro, Casagrande)
Recensione
L’ultima pubblicazione di Claudia Quadri, Infanzia e bestiario (Casagrande, 2022), come un breve romanzo autobiografico offre una serie di esplorazioni del quotidiano della vita dell’autrice. In un andirivieni tra passato e presente, la narrazione inframezza impressioni sul contemporaneo a ricordi di vita vissuta tra boschi, giardini e stanze dell’albergo di famiglia.
Infanzia e bestiario è la ricognizione di un periodo preciso della vita, l’infanzia, cui la mente ritorna, tramite flashback ordinati, come ad un luogo ginzburghiano: «Che avesse ragione Natalia Ginzburg, che si passa metà della vita a scappare da un luogo, e il resto a cercare di tornarvi. È così anche per l’infanzia?» (p. 82), si chiede l’autrice.
Luogo dell’infanzia e della memoria è l’albergo di famiglia, inizialmente evocato con brevi aneddoti – anche legati a episodi difficili, come l’accenno ad una molestia sessuale – fino a dedicargli degli interi capitoli, come ne Il criceto, la ruota. In questo caso, la voce narrante mescola passato e presente dell’albergo: la madre che accompagnava gli ospiti per le scale; il criceto tenuto nella stanza in cui viveva la famiglia; madre e figlia che attraversano l’albergo decidendo cosa tenere e cosa buttare, poiché «la ruota» del criceto è anche – con un filo invisibile che lega elementi diversi, concreti e astratti, su cui torneremo – «la ruota che non gira più», ossia il tempo finito dell’hotel, destinato ora ad incontrare «le scavatrici» (p. 67).
Ricostruire con le parole la demolizione di questo luogo cui i genitori dell’autrice hanno dedicato la vita è uno dei gesti della sua scrittura. L’albergo, la Wunderkammer (letteralmente: camera delle meraviglie), è restituito da diverse angolazioni – nella sua presenza e nella sua assenza –, dagli esordi fino alla sua scomparsa, attraverso le persone e gli oggetti che l’hanno riempito, tanto che «bisognerebbe costruire un altro albergo, edificio gemello dove mettere tutto quanto» (p. 68). La scrittura è un modo per rivivere le memorie attraverso fotogrammi del passato, con un occhio attento ai «piccoli dettagli», l’autrice cita di nuovo Natalia Ginzburg:
Come dice Ginzburg, a un certo punto ci piace avere delle memorie. Ma mi prendo troppo sul serio e in questo esercizio di autoconservazione finirei per trasalire di fronte al più piccolo dettaglio come davanti a un grandioso panorama. (p. 83).
Oggetti e ricordi: le cose – centrali anche nella poetica ginzburghiana – sono protagoniste di alcune pagine del libro; tra queste troviamo i “cartoni” su cui la madre annotava le stanze libere e quelle occupate, le stoviglie, l’abito verde bottiglia, le fotografie, i batuffoli di ovatta, gli adesivi che formano una delle primissime «collezioni» della bambina, cui seguiranno «i campioncini» di profumo e, infine, la «collezione di impronte d’animali».
Con gli animali si arriva al secondo elemento del binomio che dà il titolo alla pubblicazione. Gli aneddoti sono costellati da diverse ed eterogenee presenze animalesche, animali domestici o con i quali la protagonista ha un legame, o anche animali selvatici, che attraversano quasi indisturbati la narrazione. In primis il cane Wisky, che apre e chiude la raccolta, testimone fedele e pacifica dei pensieri delle «passeggiate dell’antropologa», ma compaiono anche altri cani del vicinato, gatti, tartarughe, serpenti, cavalli – Fanny e Oriflamme – e falchi pellegrini.
Come in Bestiario sentimentale (La Nuova Frontiera, 2018) dell’autrice messicana Guadalupe Nettel, nel capitolo Pasqualino due uccelli diamantini divengono simbolo dell’amore sbocciato tra la protagonista e un giovane ragazzo. Tuttavia, se per Nettel gli animali sono spesso emblema delle relazioni umane, Quadri in quest’opera pone il suo sguardo sul rapporto uomo-animale e riflette sulla presenza ferina come parte integrante di un mondo che cerca di confinare la natura ai margini. Non è un caso che anche ai boschi e agli alberi siano dedicate alcune riflessioni che hanno ritmo e tono poetico (si notino le rime e le allitterazioni interne):
Oggi sappiamo che gli alberi comunicano tra loro. Malgrado in superficie tronco e chiome non esistano più, le radici di questi alberi fantasma sono ancora vive. Cosa si dicono, ora, nell’alfabeto Morse dei miceti, delle ife? Il lamento silenzioso dei grandi alberi tagliati si srotola nel sottosuolo, sotto le nostre scarpe, gomitolo triste che viaggia da un albero all’altro, che racconta la ghigliottina, l’acciaio della lama. Riavvolgo il filo della costernazione: mi scuso con voi, alberi, a nome della mia specie. (p. 40).
Quello ‘ecologico’ è uno dei piani ulteriori di questo libro stratificato. I riferimenti all’inquinamento delle strade, a quello luminoso e a quello delle acque, sono uno dei punti di forza della narrazione, da cui emerge, da parte della voce narrante, un occhio critico verso l’essere umano: «Rifiuti, plastica, i resti dei naufragi di gommoni partiti dalla Libia. Anche questi brandelli sono tessere del mosaico dell’Antropocene» (p. 22).
Durante il cammino – che è un modo per «rammendare» i ricordi – la scrittura di Quadri procede per suggestioni, legandosi a un dettaglio minimo, anche apparentemente casuale o superfluo, come un sintagma (il caso della ruota del criceto, ad esempio), un luogo o un oggetto.
Il ritmo della pagina e della lettura è scandito da brevi paragrafi o «frammenti» separati fra loro, a volte apparentemente sconnessi ma con rimandi interni capaci di rivelare un legame inatteso tra elementi lontani. La pagina presenta una scrittura stratificata, in alcuni punti più controllata, in altri sorta di monologo interiore fatto di domande che la voce narrante pone a sé stessa. La scrittura registra i cambiamenti del paesaggio e restituisce nessi (quelle suggestioni di cui si diceva sopra) assecondando anche un certo gusto per il bisticcio, innestato sul gioco di parole, come in questa descrizione del lungolago di Lugano:
Qui c’era la filanda. [...] Le filandiere, spesso giovanissime, srotolavano chilometri di filo, le facce rosse per i vapori, le mani bianche e bollite nei calderoni, come i bachi all’ultima muta. Poi al posto della Filanda ha aperto l’albergo Du Lac. Questa periferia di Lugano, poco soleggiata d’inverno, un po’ lugubre per la vicinanza alla Forca di San Martino, è diventata Paradiso. Sono arrivati i turisti con i loro costumi interi. Ma nel 2021 l’albergo Du Lac è stato demolito per far posto a una casa per anziani. Tocca a noi babyboomers andare in pensione. Dai bachi ai bacucchi. (p. 90).
La lingua di questo romanzo presenta in alcuni punti espressioni del parlato o dialettali, in altri parole in tedesco e francese, lingue mediamente conosciute nell’area elvetica italofona (e lingue parlate con i turisti ospiti dell’albergo), con una resa fedele e azzeccata della voce narrante, calata nel suo contesto. Ne è un esempio la parola “sghezzo”, a cui è dedicata una nota esplicativa a piè di pagina (pur se ribadita qualche riga dopo: «Mia sorella [...] si è presa un enorme spavento, uno sghezzo coi fiocchi», p. 17); mentre per i lemmi dialettali la formula più seguita è quella di marcare il testo con il corsivo e precedere o far seguire alla parola la sua parafrasi italiana: «àsan, asino»; «Un bütèr – diceva qualcuno, un burro», «a manetta, a pata vèrta», anche se non sempre (come il caso di pociarsi). Il linguaggio locale è reso anche attraverso modi di dire come «Al mör mia gnanca a cupàl!» o «A gò can da cinquant’ann!», o frasi di canzoni popolari come «E mi sun chi in filanda». Alcuni ticinesismi («che tarello»!), o altre parole specifiche come «i Selecta» (i distributori automatici di cibi e bevande), non vengono spiegati né con parafrasi né con rimandi. L’apparato finale è destinato solo ad una serie di lemmi e a disparate spiegazioni e contestualizzazioni che risultano per il lettore forse (ma non sempre) desumibili dalla situazione narrativa, e in fondo, si sarebbero potute inserire nella pagina senza il rimando.
Lo stile paratattico riflette quello di un occhio che registra, in modo fotografico, un susseguirsi di impressioni. Questo modo di procedere nel racconto ha una funzione duplice: se da un lato chi legge segue il flusso di pensieri che balenano “a grappolo”, proprio come funziona la nostra mente, nel pensiero della narratrice, dall’altro questo affastellamento restituisce i cambiamenti dello spazio circostante. Il movimento intimo del pensiero si sincronizza così sul veloce mutamento del paesaggio che cambia con il procedere del cammino.
Scrittrice, camminatrice e lettrice, Quadri in questi ventotto capitoli rimanda ad opere che indagano il rapporto con gli animali – Gerald Durrell, La mia famiglia e altri animali o Konrad Lorenz, L’anello di re Salomone – o ad autrici care (come Ginzburg), indaga infanzia, famiglia e memoria, ma segnala anche, in modo disparato, film, canzoni e incontri casuali, parole captate da un balcone e notizie laterali. La sua poetica si accosta a quella di Perec, che nel suo L’infra-ordinario, pubblicato per la prima volta nell’ ’89, scriveva:
Come parlare di queste «cose comuni», o meglio, come braccarle, come stanarle, come liberarle dalle scorie nelle quali restano invischiate; come dar loro un senso, una lingua: che possano finalmente parlare di quello che è, di quel che siamo. Forse si tratta di fondare finalmente la nostra antropologia: quella che parlerà di noi, che andrà cercando dentro di noi quello che abbiamo rubato così a lungo agli altri. Non più l’esotico, ma l’endotico (Georges Perec, L’infra-ordinario, trad. di R. Delbono, Milano, Bollati Boringhieri, 1994, p. 13).
L’antropologia di cui parla Perec ben si lega a quelle «passeggiate dell’antropologa» di alcuni capitoli: spostamenti in cui il doppio movimento (fisico e metaforico) fa scaturire ricordi «interni» ed «episodi comuni, tutt’altro che indimenticabili» (p. 78) i quali diventano in un certo senso anche il contenuto e in definitiva il motore dell’opera di Quadri, che non di rado accompagna al recupero retrospettivo di fatti apparentemente banali degli squarci di riflessione, per riscoprirvi infine il segno di un possibile riscatto, un guizzo di serenità, la bella notizia che «in quei momenti eravamo felici» (p. 78).
Questi nuclei di una vicenda privata a cui l’autrice-narratrice guarda con una punta di nostalgia, non sono solo il racconto di un albergo che non c’è più ma anche emblema di un territorio cambiato nel corso del tempo per fare spazio a nuove realtà architettoniche, non senza che in quella nostalgia si senta una punta di critica verso la nostra contemporaneità.