La linea delle ali

Leggendo le poesie di Donata Berra si ha l’impressione di ascoltare musica trascritta in parole. I ritmi e la raffinata variazione di toni accompagnano i significati, e la musicalità pervade briosamente questo libro da cima a fondo. Molti sono i paesaggi, mai però posti in funzione descrittiva: sono piuttosto il linguaggio scelto per arrivare all’espressione di ciò che altrimenti non si lascia dire. E in questi componimenti è ben presente una linea ludica, che punta le sue carte sul lasciarsi portare dalla catena associativa dei significanti, e dal ritmo, per giungere alle immagini, e infine dalle immagini al senso.

(Dalla presentazione del libro, Manni)

Recensione

von Josephine Bohr
Publiziert am 28.02.2023

«E non sarebbe forse meglio / chiuderlo, l'alato, a prender velo / – ah, ma sottile, di zendado». Zendado. Dalla definizione di Treccani: antico, o poetico, un velo o scialle, un manto femminile finissimo, per lo più di seta, per coprire il capo e le spalle. Un velo sottilissimo, in cui chiudere delicatamente il desiderio, per poterlo poi prendere tra le mani e «sentirlo, sempre, ardente / percorrere con il pensiero / la linea delle ali». È quest’ultimo verso a dare il nome alla raccolta di Donata Berra, riprendendo il titolo di una selezione comparsa nella rivista «Poesia» di Crocetti nell’ottobre 1999. Edita da Manni Editore, con una preziosa postfazione di Pietro de Marchi, La linea delle ali è la prima pubblicazione italiana di Berra e raccoglie oltre trent’anni di lavoro in una selezione personale di testi editi (tra gli altri, Santi quattro coronati e A memoria di mare usciti per Casagrande), di cui alcuni leggermente rilavorati, insieme ad altri inediti e nuovi. L’antologia conta ottantatré testi suddivisi in cinque sezioni, non ordinate per pubblicazione ma costruite per affinità tematica. Ogni sezione si apre con una citazione in esergo, a introdurre il tema, senza per questo limitare il dialogo tra le varie parti della raccolta, per esempio con la presenza di diverse serie o variazioni a partire da un’immagine, o un titolo, come Bocca di Magra, Paesaggi con Gatto Assente, Cinque Regine. Leggendo La linea delle ali, colpisce il forte dualismo che pervade l’intera raccolta, con un lato più riflessivo, profondo, e un lato più ironico e sperimentale. Come due poli opposti che giocano a rincorrersi, uno a dare peso e gravità, l’altro a portare la leggerezza di chi sa di non doversi prendere troppo sul serio, i due aspetti si tengono in equilibrio con delicatezza.

La sezione I si apre con una citazione di Friedrich Dürrenmatt: «Non sono i miei pensieri a generare le mie immagini, sono le mie immagini a generare i miei pensieri». Immagini, e soprattutto immagini d’acqua, riflessi di luce sul mare o sul fiume:

E lasciava, la nave
il lungo profilo del suo lento passare,
e del nostro, più incerto,
a memoria di mare scritta serrata, ma poi
appena stretta la cima alla bitta, la nave
viene solo richiesta di pronta consegna
del pesce pescato
ai camion del ghiaccio.
(La nave)

La ricercatezza nella scelta delle parole è una delle peculiarità della poesia di Donata Berra, che crea una sua lingua, ricca di termini tecnici attinenti a campi ben definiti, come la navigazione o la sartoria. Sceglie parole antiche, non più nell’uso corrente, o di quella lingua che i dizionari definiscono poetica, che conferiscono una certa gravità ai testi, con incursioni meno frequenti in un registro più comune. Come lei stessa indica nelle note, la sua poesia è pregna della parola altrui, ricca di riferimenti letterari, alcuni espliciti, altri più celati. Tra gli autori, Montale e Gozzano, Borges, Petrarca, Dante, ma non solo: Donata Berra attinge anche alla musica e in particolare al libretto d’opera, con rimandi al Rosenkavalier di Strauss e a Le nozze di Figaro di Mozart, al cinema, con il film Casanova di Fellini, e alla pittura, con dipinti di, tra gli altri, Lorenzetti e Vermeer. Aspetto, quest’ultimo, messo particolarmente in risalto nella sezione II, introdotta da una citazione di Paul Cézanne: «Je vous dois la vérité en peinture, et je vous la dirai». Una serie di testi in cui figurano ekphrasis e poesie più liberamente ispirate a opere d’arte, in particolare a grandi temi come l’Annunciazione, una nascita spesso raccontata dal silenzio, quello stesso silenzio da cui nasce la poesia: «Sommessamente nasce/ la voce, solo, se mai, / per sottrazione» (Sommessamente).

A queste due parti iniziali guidate dall’arte visiva ne segue una più autobiografica, dove si raccontano i ricordi, i legami e i luoghi attraversati dalla poeta negli anni: Milano, la villa sul lago Maggiore dove ha trascorso molte estati della sua infanzia, Berna. Le Vedute bernesi nascono quasi per gioco, con la decisione di scrivere una sequenza che contenesse sempre la parola “ponte”. La terza veduta: «Noi, non più sensibili / alle albe del sole / ma cittadini di quelle, più regolari, / del passaggio del primo tram / alto sul ponte». A proposito dell’ultimo verso della quarta: «hai già dato da mangiare al gatto?” / mentre come allora / scorre sontuoso il fiume verso Köln» Berra dichiara di aver preferito Köln a Colonia per questioni di ritmo. Non è difficile rendersi conto che la musica, tra l’altro suo ambito di studi, ha un ruolo notevole nella raccolta. La ricerca di un effetto ritmico e sonoro in grado di variare al variare del senso è sempre presente, in un verso libero organizzato con una struttura di cui si indovina la trama in controluce.
La sezione IV affronta il tema del dolore, la mancanza, il passare del tempo, l’infanzia perduta, la morte, e forse proprio per questo, come una forma di protezione, è la più ermetica: «non così se ora – e chiedo / se nominare avesse questo senso – / il sapere non lascia la sua preda: / che ogni cosa ha dentro la sua fine» (Nominare). Così, come fa notare Pietro de Marchi, quando i tratti di una persona amata si fanno imprendibili e sfocati, anche le parole scompaiono: «Si alza un alto volto senza sguardo / e abbuia a noi le sillabe / di un’ultima parola» (Cose Ultime).
Le citazioni di Torquato Tasso, Orazio e Palazzeschi in esergo alla quinta e ultima sezione portano subito all’estremo opposto con l’amore e l’erotismo nelle loro sfaccettature più scherzose. Il lato ludico emerge più che mai, con testi ricchi di giochi di parole, allitterazioni, associazioni di suoni, dove i significanti prendono il sopravvento sui significati e permettono al suono di guidare il senso. Berra mescola registri diversi, lingue diverse e l’uso del dialetto, galitti, per esempio, italianizzazione della parola “solletico” nei dialetti lombardi. La sua ironia sottile prende di mira figure maschili piene di boria, come racconta Maddalena, nel tautogramma sulla lettera M: «Mezzanotte minaccia. Maschi mordaci / millantano meraviglie: / magnifici muscoli, membri muschiati. [misericordia! / Mentono male, mimando / mille moine, melense, mielose».

Tra lessico ricercato, acrobazie linguistiche e nuclei ermetici, forse la voce più intensa di Donata Berra è da ricercare nelle cose piccole, quando i toni si fanno più smorzati, là dove entra il quotidiano, portando con sé la lingua di tutti i giorni:

ti conoscevo ti aspettavo
e si è fatto avanti un vecchio
decrepito cadente

fin nel centro del cerchio
a dire che tu
non c’eri.
(Circo)

Un’intensità sommessa, vicina a quella della poesia Vermeer di Wisława Szymborska citata in una delle note a Liscivia: «Finché quella donna del Rijksmuseum / nel silenzio dipinto e in raccoglimento / giorno dopo giorno versa / il latte dalla brocca nella scodella / il mondo non merita / la fine del mondo» (Trad. di Pietro Marchesani). E allora qualcosa di delicatissimo si solleva: «giù come a ridere, a salti/ salvi infuocati e pare/ che l'anima dentro è come/ alzasse piano le ali».