Voi che avete visto il mare
La mia famiglia, il Sessantotto e altri ideali

«La mia famiglia era così: si facevano cene in una stanza dove tutti fumavano, gridavano e parlavano di politica. In vacanza si partiva in almeno venti persone, da qualche parte al mare in una casa con tante stanze e un bagno solo. Alla fine tutti divorziavano.»

Sara è cresciuta tra i sessantottini; quando però, nel 2016, sua madre si ammala, si accorge di non averle mai chiesto di parlarle del Sessantotto. Inizia così una ricerca molto personale su quella stagione, la cui forza propulsiva aveva sospinto in avanti i suoi genitori e la loro comunità per molto più che un singolo anno. Seguendo una pista tracciata da ricordi d’infanzia e racconti di amici, Sara ci porta dapprima nella fattoria cooperativa Crespera, e poi in Russia, Ucraina, Sardegna, al Cairo, a Venezia e tra le valli del Ticino. Una domanda la guida nella sua ricerca: che fine hanno fatto gli ideali del Sessantotto? ci sono ancora? e cosa muove gli idealisti di oggi?

Azzardando una forma letteraria dove testimonianze dirette e racconto autobiografico si fondono grazie a una parlata sghemba e coinvolgente, la scrittrice e giornalista Sara Rossi Guidicelli compone un ritratto divertente, acuto e caloroso di una generazione di idealisti, da cui ha ereditato il «cocciuto interrogarsi sull’essere umano».

(Dalla presentazione del libro, IET)

Recensione

von Anna Margherita Vallaro
Publiziert am 05.06.2023

L’ultimo libro di Sara Rossi Guidicelli, pubblicato da IET nel 2022, ha una dimensione autobiografica importante non solo perché, come suggerisce il sottotitolo, il volume ripercorre una parte della storia della sua famiglia, ma anche per la motivazione iniziale che l’ha portata a scriverlo: la malattia della madre. L’autrice riflette sul contesto familiare, sociale e politico della sua infanzia, un Sessantotto lungo che arriva fino ai primi anni ’80, visto che lei è nata nel 1978. Adesso, adulta, laureata in letteratura russa, giornalista e madre, si chiede cosa sia rimasto degli ideali e della voglia di cambiare il mondo dei suoi genitori, e della comunità che ruotava loro intorno: quello che emerge fin dalle prime pagine è l’aspetto comunitario dell’esperienza da lei vissuta durante l’infanzia. Attraverso «una specie di mappa di memorie» (p. 8) Sara Rossi Guidicelli, cosciente del fatto che ogni ricordo è soggettivo, e che gli scritti a carattere autobiografico non rispecchiano la realtà, ci invita, con brevi capitoli, a seguire la sua personale indagine.
Il lento evolversi della malattia degenerativa della madre, il suo percorso di accettazione di un esito ineluttabile, sono intervallati da ricordi e testimonianze; queste ultime precedute da una breve presentazione degli intervistati: il filo che li lega è la ricerca di una maggiore giustizia e libertà. Nel libro vengono affrontate tematiche disparate: tentativi di vita comunitaria, metodi educativi, maternità, viaggi o politica, racconti incrociati di un mondo che con la violenza aveva un rapporto diverso, espresso anche nella contrapposizione tra destra e sinistra. Il volume documenta le attività in Ticino di gruppi progressisti come il Movimento Giovanile Progressista che prenderà poi il nome di Lotta di Classe e aiuta ad avere un’immagine più precisa della penetrazione di ideali comunisti e anarchici in quelle zone, argomenti ancora poco studiati se non nella recente tesi di laurea di Giacomo Müller, Inseguendo la rivoluzione, pubblicata nel 2022 dalla Fondazione Pellegrini Canevascini.
Non mancano gli aneddoti divertenti che riflettono l’immagine della Svizzera all’estero, come ad esempio lo sguardo di un tassista siberiano:

«Comunque, in Siberia e precisamente a Irkutsk, un tassista una volta mentre ci portava in albergo e ci faceva tante domande sul nostro paese, a un semaforo rosso era fermo e ha commentato: Qui da noi c’è povertà di soldi e di cultura, invece voi in Svizzera avete tutto, parlate quattro lingue e non vi fate la guerra per questo.
Siccome il semaforo era ancora rosso, si è girato, come se avesse avuto un’improvvisa illuminazione, e ci ha chiesto: Si può dire che da voi è riuscito il comunismo?» (p. 95)

Il tono scanzonato e lo stile colloquiale rendono il testo scorrevole, le voci dei testimoni si inseriscono attraverso un dialogo con l’autrice che così ne uniforma lo stile rendendo più omogeneo il racconto. Le frasi, a volte brevi e incisive, a volte aderenti al parlato, permettono di far sentire la voce dell’autrice che non nasconde la sua ammirazione per lo scrittore Paolo Nori, al quale effettivamente può essere accostata, non solo per lo studio della letteratura russa, ma anche per lo stile narrativo.
Le citazioni o i riferimenti alle varie espressioni artistiche permettono di disegnare un’altra mappa che inizia con Gaber e Caparezza e arriva a Don Chisciotte, e testimonia la necessità di sostituire l’ideale politico dei genitori con un ideale culturale. Questo meccanismo scaturisce da un viaggio dell’autrice in Russia l’anno della caduta del Muro di Berlino. Nello scoprire il disfacimento dell’URSS, «un paese che il consumismo non aveva toccato» (p. 48), prende forma un ideale culturale che sostituisce quello politico, compagno dell’autrice sin dall’infanzia, e frutto della forza propulsiva delle aspirazioni condivise dagli adulti che l’hanno circondata.
Le storie inserite nel volume non riguardano tuttavia solo amici di famiglia, perché l’orizzonte di ricerca si allarga e l’intreccio biografico della giovinezza dialoga con il presente, in racconti che solo parzialmente si svolgono in Ticino, anche perché l’indagine va ben oltre i confini delle relazioni dei genitori e dà voce alle persone che inseguono un ideale, a esperienze di comunità come quella affascinante del paese di Lula in Sardegna. Quando il suo lavoro di giornalista la porta in Egitto, a documentare la primavera araba al Cairo, l’inchiesta diventa un’occasione per proseguire le riflessioni sul Sessantotto: l’incontro con alcuni attivisti le permette di gettare una nuova luce sulle contestazioni in corso e sul perdurare degli ideali di giustizia e libertà.
Le interviste ci portano a ripensare i nostri comportamenti quotidiani, ad esempio il racconto di Mario Di Martino propone una riflessione sulla fruizione dell’arte e del bello. Quest’uomo, amico dell’autrice, vive a Venezia, dove si occupa di arte contemporanea, e davanti alle folle di turisti afferma sconsolato: «invece di usare gli occhi filmano per far vedere a qualcun altro» (p. 103). Paradosso della società dell’immagine, dove conta maggiormente la foto dell’opera d’arte rispetto all’attenta osservazione dell’opera stessa. Proprio da questa testimonianza deriva il titolo del volume che suona come una riflessione dolce e amara:

«Come si sopravvive a quella crisi esistenziale, mi chiedi. Eh, soffri.
Soffriamo un po’ di più, noi che abbiamo visto il mare e non lo vediamo più. Però, se hai visto il mare, soffrire è anche una cosa bella. È bello sapere che il mondo poteva andare diversamente e che potrebbe ancora andare diversamente.
E cosa è rimasto di tutto quel mare, mi chiedi.
Posso dire a me cosa è rimasto... mi è rimasta un’ipercriticità nei confronti di tutto e di tutti. Ho fatto un bel pieno, allora, ho fatto proprio un bel pieno, quindi ancora mi è rimasto molto.» (p.104)

Emerge quindi un interrogarsi costantemente sull’essere umano, e l’autrice, in quanto giornalista, indaga e raccoglie testimonianze, per arrivare alla fine in Crespera, il casolare nel quale ha vissuto da piccola in una comunità che rispecchiava gli ideali dei genitori. Il dialogo con il padre è toccante e ci offre l’immagine di un uomo sorridente con il pugno alzato, che insiste più volte su un aspetto particolarmente interessante quando spiega le dinamiche di diffusione delle idee, e riflette sulla violenza che ha caratterizzato quegli anni e sulla necessità di istruire:

«Formavamo anche le persone che volevano far parte del nostro movimento, perché bisognava essere i più forti in economia, storia, diritto, insomma in tutte le materie, se si voleva combattere con le idee.» (p. 124)

Il libro di Sara Rossi Guidicelli è una piacevole lettura dove la leggerezza apparente non banalizza il dolore e la sofferenza; le ultime pagine raccontano la morte della madre con commozione ma senza perdere il tono lieve. Un gradevole viaggio nel tempo e nello spazio accompagnato dalla colonna sonora di un universo che ha testimoniato una fiducia sempre rinnovata nell’essere umano, con la consapevolezza che il mondo non si cambia ma non è un buon motivo per smettere di volerlo cambiare. «Questa cosa di provarci e poi di essere impediti dai difetti del mondo è bellissima. Perché vuol dire che dentro le nostre teste siamo capaci di sognare cose più belle e molto più perfette della realtà» (p. 96).