La seconda bellezza Poesie vegetali
Questo libro sui segreti delle piante e della natura, specchio dell’umanità, è una vera scoperta della «seconda bellezza», una fioritura di parole e storie. Il decano dei poeti svizzeri, Alberto Nessi, ci invita a seguire le impronte vegetali della vita. È un catalogo di volti botanici, «piante vagabonde che non sanno / dove saranno domani», come noi, «sempre in fuga / da noi stessi, alla ricerca di una luce / che non s’accende se non il mattino / quando siamo soli e un ramo s’agita al vento». Il lettore attraversa un prato, costeggia un lago ed entra in un bosco per aiutare il poeta nella sua ricerca, tra un incontro e l’altro: «Questa notte ho perso una poesia / è volata via / s’è impigliata ai rami spogli del glicine…»
(Dalla presentazione del libro, Interlinea)
Recensione
L’ultimo libro di Alberto Nessi, che prolunga un’esperienza poetica condotta con serietà e coerenza per oltre mezzo secolo, elegge a titolo, come esplicita l’esergo, un sintagma del Petit traité de la marche en plaine dello scrittore svizzero Gustave Roud, tradotto dal ticinese nel 2014: «Più misteriosa della vita stessa mi è apparsa ieri la bellezza seconda di certe vite». All’intestazione, che indica una bellezza «indéfiniment rénouvelée» irradiata da «certaines formes de vie», si aggiunge il sottotitolo Poesie vegetali: sono così suggerite, a libro chiuso, le due coordinate semantiche sulle quali si orienta la silloge. La raccolta guarda da un lato agli uomini, per lo più agli umili e ai dimenticati, nei quali il ladro di minuzie individua una «beauté seconde»; dall’altro a una presenza vegetale, che attraversa l’opera assumendo un evidente ruolo coesivo. Questa dualità trova riscontro, sul piano strutturale, nelle due sezioni più cospicue, attorno alle quali si incardina l’intero macrotesto, ovvero Piante e Incontri: una prima tesa verso il dato naturalistico, una seconda più stretta alla vicenda umana, pur con frequenti e reciproche compenetrazioni. Tra queste si innestano alcuni brevi capitoli riconducibili per modalità all’impianto del journal intime, che asseconda, sviluppando la cronologia suggerita dalla flora, un assetto diffuso. L’isotopia vegetale offre, con il ritmo delle fioriture, una coordinata alternativa, che assegna all’intera raccolta una postura implicitamente e imprecisamente diaristica: infatti, se da un lato i ritmi della natura contestualizzano nel tempo le tranches de vie raccontate da Nessi, dall’altro alcune allusioni a piante metaforiche o innaturali falsano il riferimento cronologico. Ad arricchire la già abbondante vegetazione convocata a testo, spigolando fra le pagine, è l’infiorescenza dipinta a ornamento dell’affresco Der Stundentanz (1923), eseguito da Philippe Robert nella sala d’attesa della stazione di Bienne (La danza dei fiori); o ancora, nello stesso modo, alla Rosa del Serpiano si aggiungono quelle d’inchiostro, tatuate sulla pelle della cameriera del Caffè della Posta (Rosa tatuata). L’elemento naturale in alcuni componimenti è dunque alterato e impoverito della sua vitalità; nel libro risulta tuttavia più frequente una dinamica contraria. Le presenze vegetali si profilano e staccano dallo sfondo, assumendo rilievo nel discorso poetico: la flora è soggetto attivo, che ascolta (Agapanto, vv. 1-4: «L’agapanto zitto zitto / nella sera tranquilla d’estate / ascolta le parole smozzicate / di un bambino che gioca con le bambole») e osserva il circostante (Amarillis, vv. 1-2: «Comincia a guardarsi in giro / un po’ stupita nella sua solitudine»), facendosi testimone della realtà, spesso abietta e deteriore. Trova così spazio, anche nelle Poesie vegetali, l’impeto civile che muove e innerva l’intera esperienza letteraria del poeta. La vis polemica di Nessi, mai didascalica o prescrittiva, si annida nelle descrizioni naturalistiche e si manifesta per rapide allusioni, che invitano alla riflessione individuale. Si vedano, ad esempio, l’avvio del componimento I tigli di Via Stoppa e la chiusa di Alberi di notte, entrambi relativi alla tragedia dei migranti africani:
Stasera il cielo sembra il mare
Dove annegano i migranti. […]
(vv. 1-2)Gli alberi sentono la tempesta che sradica
Deboli schiavi braccati
Lungo le frontiere d’Europa.
(vv. 4-6)
Tesa all’ascolto del mondo, La seconda bellezza raccoglie testi colmi di vitalità, non solo antropologica. La poesia di Nessi è infatti tendenzialmente antilirica, orientata verso l’esterno piuttosto che verso l’introspezione; oppure, è poesia di introspezione condotta paradossalmente attraverso l’ascolto e la conoscenza dell’altro. Anche nei componimenti che elaborano esperienze personali particolarmente difficili, come la serie Ogni oltraggio, scritta durante una cura oncologica, un’altruistica empatia si sovrappone alla pietà di sé. Bene lo documenta la quarta strofetta della serie, che amplia l’incertezza e la sofferenza individuale alla barbarie delle guerre dei Balcani:
Colore dell’aquilegia – che dicono fiore
dell’amor nascosto – una piccola croce
mi ha tracciato, il ragazzo serbo, sulla pelle
con la matita copiativa
e mi sembra d’avere l’anima fragile
nel cilindro della TAC: ma ci saranno
effetti collaterali
come nelle guerre dei Balcani
che ammazzano donne e bambini?
A fronte del malessere umano, la natura è proposta come virtuosa alternativa (Giaggiolo, vv. 1-4: «Segui le curve del giaggiolo / se vuoi essere felice, non indugiare / tra le bestemmie degli umani / che calpestano i giorni»). Di conseguenza, acquista rilievo lo sdegno maturato dal poeta dinanzi a un inquinamento e a un’urbanizzazione dilaganti, che hanno stravolto il paesaggio: l’impianto bucolico delle Poesie vegetali è infatti arricchito da una costante voce di contrappunto, che tematizza il risentimento. Benché sia riduttivo parlare di ecopoesia, nella raccolta prende consistenza «l’oltraggio dell’offesa, la ferita» (Aconito, equiseto, frassini e altre piante) di cui siamo colpevoli, «Noi devastatori del mondo» (2022). A una natura armoniosa si alternano, allora, le brutture di una società prevaricante e consumistica; a tale proposito, sono indicativi i versi in apertura alla quinta strofetta di Aconito, equiseto, frassini e altre piante, nei quali il poeta segue il corso della Breggia a valle, nei pressi delle rovine del castello di Pontegana, dove il torrente attraversa i centri commerciali e costeggia l’autostrada racchiusa nei ripari fonici a forma di albero disegnati dall’architetto Mario Botta:
Oggi lascio la libellula di luce
per seguire il tuo corso in pianura
tra alberi di metallo, pareti di cemento
che t’imprigionano, ultime occasioni
di auto show logistic markt erotik
accanto ai resti di un antico castello […]
In questa prospettiva, la polarità natura-uomo suggerisce un implicito paragone tra una vegetazione salubre, immutabile e regolata da forze e sistemi superiori, e un’umanità disorientata, in continuo e scomposto cambiamento. Così, lungo l’intera raccolta, la flora accompagna l’uomo, che in essa trova conforto, testimonianza di armonia, ma al contempo anche l’evidenza della propria incompiutezza e transitorietà.
Questa dicotomia, di riflesso, si manifesta anche sul versante linguistico. La poesia di Nessi è condotta con una lingua piana, arricchita agli estremi da alcuni forestierismi, spie lessicali di una modernità antropocentrica («il dio del supermarket», «intercity», «Kiosk», «le tristi cattedrali iperdiscount», ecc.), e dall’uso ricorrente di una nomenclatura precisa relativa alla flora (che non esclude però gli iperonimi, sin dal titolo dei componimenti: Albero, Erbe, Infestanti, ecc.). Pagina dopo pagina prende forma un evocativo catalogo onomastico di fiori e piante, che diventa produttivo di senso. Gli iponimi della botanica suggeriscono infatti, sulla scorta della loro consistenza fonica, delle (par)etimologie: ad esempio, assecondando il proprio nome, l’Amarillis «sente l’amaro degli uomini», mentre il Villucchio (dal lat. volvere, ‘avvolgere’) si «avviticchia al palo della luce». Senza tradire un impianto sostanzialmente colloquiale, dai nomi le strutture foniche si irradiano diffusamente nei versi, generando una musicalità discreta e sorvegliata. A riprova del controllo formale esercitato su questi testi, sarà sufficiente osservare l’ultima poesia menzionata:
Quel VIlluCCHIo spericolAtO
che si aVVItiCCHIa al pAlO della lUce
alla fermata del bUs
racCOntA le miserie di chi
cerca qualCOSA tra una fermata e l’ALTra
una sCOSsA e una ripreSA. Lui sorride, dall’ALTo
dELLE sue CaMPanELLE CoMPatisce
la dOnnA obeSA con le scarpe rOSA
la Range Rover vestita da carro funebre
il ragazzo etiope che preme il pulsante
e quell’AlTRO soliTARiO nel parcheggio
del centro commerciale
che beve da una bottiglia con MAno che treMA.
Le costruzioni foniche sono sempre funzionali e ben dissimulate nella medietà complessiva dei componimenti, esito di una scrittura all’ascolto del mondo prima che di sé stessa: ne risulta una poesia nutrita di letteratura ma non letteraria. Per quanto concerne la tradizione cui si allinea Nessi, fatte salve le citazioni in esergo da Gustave Roud e Rocco Scotellaro, l’unica presenza scopertamente evocata nel libro è quella di Giorgio Orelli, omaggiato nel testo Cachi di Giorgio Orelli. Più che in quest’ultimo, tuttavia, la memoria della poesia orelliana risuona nel componimento La colomba di Brusino, allusiva e pungente come i suoi Cardi:
Davanti a un pomeriggio tanto mite
con queste forsizie che sporgono dai cancelli
l’odio sembra proprio impossibile:
quando arriva il pensionato brianzolo
in vena di conversazione.
E tra cavedani e alborelle
e quei pesci voraci che tutto divorano
lui si scaglia contro i negri e gli zingari
e quelli da Roma in giù e i musulmani.
I barconi dei migranti? Da affondare.
È uno che abita poco lontano ma viene qui
a prendere il sole svizzero, più puro. Suo figlio
fa lavorare gli albanesi per pochi soldi
di là dalla frontiera […]
Nella silloge lavora inoltre tanta altra letteratura, della quale si ha sentimento diffuso (Pavese, ad esempio) o addensato in singole immagini: si veda l’incipit di Uomo al bar («Era lì ad aspettare la morte / al tavolino del bar»), che subito richiama alla mente la celebre I veci che ’speta la morte di Virgilio Giotti. I riferimenti cui guarda Nessi non sono tuttavia circoscritti alla tradizione italiana, dal titolo della raccolta il dialogo intertestuale si apre a lingue e letterature diverse. Per citare un modello anche ideologico, nella poesia Fucsie è riconoscibile la lezione dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master, nella quale l’aneddotica di paese si anima assumendo una tensione morale universale e vigorosa:
Adesso più nessuno guarda
il giardinetto della parrocchiale. Ma era lei,
l’Enrichetta, a curare le petunie
del prete, le fucsie dai ciondoli viola
i tageti dei morti viventi,
e adesso non è più qui
perché vedeva il diavolo, sentiva
le voci, gridava di notte
chissà, forse per quella volta
che da ragazza il giorno dell’Ascensa
quando le rose fioriscono ai cancelli
dopo il rosario un bruto pieno di vino
l’aveva presa sul tavolo dell’osteria.
In conclusione, La seconda bellezza è libro nel quale l’autore coglie di sorpresa la realtà, nelle pieghe della memoria o del presente, isolando immagini ed episodi latori di senso. Ne risulta una raccolta vitalistica, anche nella tragedia e nel dolore, attenta alle vicende minime, degli ultimi, che sono valorizzate e assumono una portata paradigmatica. Gli scorci bozzettistici e i toni affabili, sommati alla postura diaristica che attraversa la raccolta, fanno di questo volume una sorta di carnet à esquisses nel quale, una pagina dopo l’altra, il poeta appunta agilmente vicende e ricordi o attende a composizioni più ampie e impostate: prende così forma una coralità di volti e di fiori, che si intrecciano e rispondono irradiando la beauté seconde del titolo.