Il Tullio e l'eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino

I Ghiringhelli sono una strampalata famiglia italosvizzera che abita nel Canton Ticino, in una casa piena di gatti che si chiamano come avverbi o congiunzioni. La signora Ghiringhelli è una donna imperturbabile e pragmatica che lavora nella sede luganese della Banca d’Elvezia, il signor Ghiringhelli è un poeta avanguardista che traduce in quartine guide e manuali d’istruzioni, la figlia grande è un’adolescente sempre imbronciata. E poi c’è il Tullio.
Il Tullio fa la quinta elementare, ed è un bambino timido e silenzioso, che cerca di passare inosservato. Ma nella sua smisurata immaginazione vive e pulsa un’intera città popolata da supereroi, alieni, piante carnivore parlanti, Roger Federer, cavalieri medievali e tutto quello che può abitare la fantasia di un bambino di dieci anni. Il Tullio presta più attenzione a loro che ai maestri, ragion per cui a scuola va così così. Ma una sera trova un eolao, e se hai un eolao non puoi proprio passare inosservato.

Tra superlativi iperbolici, girondi stornati e animali fantastici, sui sentieri dell’assurdo tracciati da Gianni Rodari, Pennac e Vonnegut, dai film di Wes Anderson o dai fumetti di Calvin & Hobbes, Rigiani ci ricorda che felice e sovversiva sarabanda possa essere la letteratura. Un gioco spericolato con la lingua, una trovata esilarante, la messa a soqquadro di quella metafora dell’ordine universale che è la Svizzera.

(dalla presentazione del libro, minimum fax)

Recensione

von Matteo Ferrari
Publiziert am 14.11.2022

Il Tullio, protagonista del curioso e fortunato romanzo d’esordio di Davide Rigiani Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino, è un ragazzo svagato e sognatore che vive con la sua strampalata famiglia, i Ghiringhelli, alle porte di Lugano. Ha una sorella più grande, liceale spesso imbronciata, e una madre di origini genovesi che lavora nella sede cittadina della Banca d’Elvezia, dove, tra «uffici con i soffitti altissimi, le colonne di marmo all’entrata e le scritte in rilievo con le lettere d’oro sulle porte» (p. 13), si muove un campionario di capi e impiegati che, dal gran direttore Francograsso a scendere, contempla una serie quasi fantozziana di vicedirettori, vicevicedirettori, vicevicevicedirettori, i quali tutti, di fronte alla minima mansione, finiscono in realtà per fare riferimento alla mamma del Tullio, l’unica capace di cavarli d’impaccio.

Il papà del Tullio invece lavorava in casa. Poeta avanguardista era. Godeva di fama molto molto locale, e per far tornare i conti alla fine del mese prestava il suo estro anche alla traduzione dall’inglese, dal francese e dal tedesco di guide e manuali, e in generale di qualunque cosa gli proponessero.
«Senza por tempo in mezzo», scriveva per esempio, «tosto colloca giustappunto l’apposito filtro antipolvere nella relativa scanalatura a L come Libertà». Cose del genere. Oppure, quand’era dell’umore e magari la traduzione si prestava, componeva cose più futuriste. «Infila la presa, schiaccia su Start. Pim pum pam. Zac! Gira, svita e ruota. Oibò, orsù, suvvia. Sboing! Urrà!» Non sempre lo pagavano. (p. 14)

Nella loro casa alle soglie della Val Colla, non mancano poi un’infinità di gatti, tutti chiamati con nomi che sono in realtà avverbi o congiunzioni (Innanzitutto, Mentre, Suppergiù, …), a dimostrazione della scanzonata intenzione del libro di giocare con le parole e con la lingua. Su questo sfondo già di per sé magico-fiabesco, «com’è e come non è», capita un giorno qualcosa di inatteso: la famiglia s’imbatte in un eolao che il Tullio (non si pensi, né ora né mai, di poter rinunciare nel suo caso all’articolo) decide di adottare. Misterioso animale fantastico, forse reale forse no, l’eolao accompagna da quel giorno il ragazzo ovunque vada, non senza provocare delle strane reazioni e dei capovolgimenti inattesi nel mondo circostante, coerenti per altro con il trasformismo perenne che interessa il corpo dell’animale e che impedisce per tutta l’opera di darne una descrizione fisica univoca. L’eolao dunque come un compagno di avventure che, se per un bambino portato a perdersi nei sogni come il Tullio diventa una presenza imprescindibile (una materializzazione, per così dire, delle sue stravaganze), in molte persone provoca invece reazioni opposte:

l’interesse che nelle prime settimane aveva accompagnato l’eolao ovunque andasse si era oramai ridimensionato, e tra i compagni di scuola del Tullio, molti cominciarono a considerare l’eolao non più come un animale curioso, buffo o divertente, ma strano. Avevano un modo speciale di calcare sulla parola strano, perché ovviamente le parole spesso non significano quello che significano, e quando dicevano strano in verità intendevano sbagliato. Siccome poi le persone vogliono stare alla larga dalle cose strane nel senso di sbagliate, il Tullio, che fino alla quarta elementare aveva attraversato la vita all’ombra di un’indifferenza generalizzata né buona né cattiva, ora invece doveva fare i conti con un’ostilità che diventava sempre meno celata ogni giorno che passava. (pp. 120-121)

La citazione è un bell’esempio per dimostrare uno dei grandi pregi del romanzo: la convivenza costante nell’opera di diversi piani di lettura. Uno immediato, che rimanda – anche grazie alle illustrazioni a colori presenti nel volume – alla più nobile letteratura per l’infanzia (la terza di copertina fa, tra gli altri, il nome di Gianni Rodari, a cui può aggiungersi per ammissione dello stesso autore il Calvino de Il barone rampante, mentre a p. 241 si cita Attraverso lo specchio, séguito del celebre Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll), e uno metaforico, disponibile a farsi acchiappare dal lettore adulto che volesse vedere nell’opera anche un messaggio altro, e tuttavia in realtà sempre sfuggevole e dunque mai veramente circoscrivibile. Non è, Il Tullio, un libro né simbolico né, forse, metaforico tout court, ma un grande, ininterrotto inno alla fantasia che, come tale, non pone frontiere particolari neppure all’interpretazione. Perché, come dice il bonario maestro Bizzozero, docente di italiano del protagonista, uno dei pochi ad apprezzare la condizione perennemente stralunata del Tullio: «il bello della fantasia è che si viaggia gratis. Né, Ghiringhelli?» (p. 207).

Un leggero ma costante sfasamento rispetto alla realtà interpella d’altra parte il lettore anche quando l’opera parrebbe più reale, per cui, ad esempio, la quinta elementare che il Tullio frequenta è in tutto e per tutto una scuola media. Lo sfasamento può poi ampliarsi, e anche di parecchio. Così ad esempio, quando per sbaglio viene schiacciata la coda dell’eolao durante il pranzo di Natale a casa dei Ghiringhelli, per un’intera giornata i presenti parlano in modo sconclusionato pur continuando a capirsi. Oppure, un’altra volta, complice sempre l’eolao, capita che in tutta Lugano le metafore si concretizzino e inizino a sovvertire la vita della città (sorprendente, per chi lo conoscesse, Il buon vento di Massimo Bontempelli, sapido racconto di cento anni fa costruito sullo stesso principio).

Particolarmente inquietante l’episodio di un’agente immobiliare di quarantaquattro anni, madre di due bambini, che nel bel mezzo di una conversazione, anziché lasciare che il suo interlocutore finisse di parlare, era saltata direttamente alle conclusioni. Testimoni oculari riferivano dunque di averla vista decollare «come un canguro legato a un razzo» per poi atterrare nientepopodimeno che al cimitero in via Trevano, giacché appunto di conclusioni si trattava. (p. 401)

A questo grande, gioioso e spesso ironico rito di sovvertimento del reale partecipa dunque – come già accennato e come logico – anche la lingua. Lo provano il «superlativo iperbolico Ghiringhelli», incastonato perfino nel titolo («più stranissimo»), o le più improbabili formulazioni per cui, ad esempio, il plurale di eolao non è eolai ma eoleolaolai. L’opera utilizza anche termini tipici dell’italiano parlato in Svizzera (i cosiddetti elvetismi); non con intento realistico, e forse neppure, o non solo, con l’intenzione di far apparire esotica la pagina (sebbene molti di questi termini, alle orecchie di un lettore italiano, esotici lo siano veramente, come «gipfel» per ‘cornetto’, «schlafsack» per ‘sacco a pelo’, il dialettale «fungiatt» per ‘cercatore di funghi’, o il fatto che quella sotto il massiccio del San Gottardo non sia una galleria bensì un «tunnel», probabilmente da pronunciare con -ü-); l’utilizzo di questi termini è piuttosto un’ulteriore occasione per inserire uno sfasamento tra il piano della realtà e quello della fantasia, come capita d’altronde in tutta l’opera, non senza sottendere alla narrazione una discreta ma costante riflessione sullo stesso fatto linguistico:

Nelle scuole del Canton Ticino le prove scritte venivano chiamate «esperimenti» o, se uno andava di fretta, solo «espe», e siccome nel mondo tutti andavano sempre di fretta si diceva per esempio «giovedì c’ho l’espe di mate» oppure «l’espe di storia mi è andato malissimo» o anche «la Bergbahnhofplatz nell’espe di tede chiedeva il verbo radfahren». (p. 86)

La narrazione procede a spirale, aprendo vaste digressioni centrifughe che, come bolle di sapone, sanno gonfiarsi al punto giusto (e anche oltre, a volte) prima di scoppiare o di volare via; un rigoglio che dilata la narrazione e che per questo richiede al lettore lo stesso abbandono alla fantasia che il Tullio vive suo malgrado quotidianamente. Intanto (per dire della trama, che, scava scava, non solo c’è ma è anche più lineare di quel che si possa credere), mentre il Tullio si avvia a entrare nell’adolescenza, un evento s’impone sugli altri per le conseguenze che potrebbe avere: l’irruzione a scuola della supplente Ornella Robbiani, sorta d’inflessibile Crudelia Demon che, attraverso la profusione di insufficienze che inizia a distribuire nella propria materia, l’italiano, rischia di compromettere la promozione alla fine dell’anno del Tullio, che a scuola, ça va sans dire, va così così.
Tutto nel romanzo si presta a una satira scanzonata: la concezione dell’italiano che ha la Robbiani, la scuola frequentata dal Tullio, l’arte alla quale aspira il padre e il mondo delle banche nel quale è impiegata la madre. Una satira che finisce per colpire la società in generale, di cui il Ticino e la Svizzera altro non sono se non una sorta di parte per il tutto o, come avverte la descrizione dell’opera affidata alla terza di copertina, una grande «metafora dell’ordine universale». Proprio la scelta del Canton Ticino, esibito persino nel titolo, serve anch’essa non già a porsi in un fantomatico altrove quanto, probabilmente, ad ampliare agli occhi del lettore italiano il senso di spaesamento e di estraneità che il romanzo coltiva per oltre quattrocento pagine.
Tra scene divertenti (alcune persino esilaranti), un anno scolastico da passare e le riflessioni fuor di metafora sempre in agguato dietro la narrazione, si giunge così alla gita finale dei Ghiringhelli a Torino, per portare l’eolao, chiuso in un frigorifero e malconcio per varie peripezie capitategli, dalla dottoressa Kohlkapfer, medico fantaveterinario. Una gita che vede sfilare in direzione della città piemontese, come in un comico e maccheronico giudizio universale, tutti i personaggi via via incontrati nelle pagine e altri ancora, fino al finale, che non si vuole svelare ma che potrebbe essere definito addirittura poetico.
Esordio sorprendente e riuscito, Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino è quel genere di libro che un genitore potrebbe leggere la sera ai suoi bambini, divertendosi a immaginare lo scarto esistente tra la maniera diversa in cui l’adulto e il bambino intendono la storia. Che sarebbe anche un bel modo per arricchire la lettura con lo sguardo dell’uno e dell’altro.