Sempre mondo
“di nuovo tentano gli altri
di esistere, di affrancarsi dal silenzio,
mentre tirano su una tapparella,
ridono, si urlano rimproveri e dopo
spariscono in un vuoto che speriamo
duri sempre pochissimo”.
Siamo ricchi, papà? O siamo poveri?
Come si può vivere in mezzo a gente che non ascolta neppure il tuo nome? Tornerà, mamma?
È più scuola o galera, secondo lei, questa qui?
A ogni poesia, nuove domande.
Uno scavo incessante nelle relazioni fondamentali della vita – fra padre e figlia, insegnante e allievi, sogni e realtà – e nella connessione misteriosa fra spazio, tempo, cose.
Questa tessitura di domande che reclamano risposte e una scrittura chiara, fotografica, a tratti confidenziale e a tratti affilata, fanno della poesia di Massimo Gezzi un’inquieta e fedele compagna di tutti i giorni.
(Presentazione del libro Marcos y Marcos)
Recensione
Il titolo della nuova raccolta di Massimo Gezzi è tratto, esplicita l’esergo, da un verso dell’ottava elegia duinese di Rilke, ove all’animale siamo contrapposti noi, che vediamo soltanto forme e non l’aperto, non ci troviamo mai, neppure per un istante, di fronte allo «spazio puro»: davanti a noi, che viviamo per la morte, «è sempre mondo / e mai un nessun luogo» («Immer ist es Welt / und niemals Nirgends»). Trapela così da subito la scelta di collocarsi nell’alveo della tradizione maggiore della lirica novecentesca, proclamando come a un secolo di distanza le questioni poste dal modernismo siano tutt’altro che chiuse o superate, meno che mai risolte. Lo conferma e anzi lo esplicita la poesia di apertura, Per chi, che guarda al «punto di intersezione che lega / lo spazio percorso e il tempo dimenticato», alla ricerca del momento in cui «il nodo / si rompe» e «appaiono le cose», «gli anni si annullano» e «a volte si indovina il significato / di queste storie»: lì, di fronte a fili leggerissimi appena districati, «lo spessore / del vuoto diventa pagina da ricoprire» e nasce la poesia.
La voce di Gezzi si conferma sicura e riconoscibile, con una lingua sorvegliata ma intrisa di oralità quotidiana. Lessico e sintassi sono piani e comunicativi, senza accensioni orfiche, il ricorso allo strumentario retorico-stilistico è parco e poco appariscente, fatto salvo per l’uso abbastanza rilevante di versi tradizionali: oltre al ‘taglio’ prospettico che inquadra i bozzetti fissati dalle singole liriche, è forse proprio il ritmo ‘classico’, che a tratti quasi cede al cantabile, a marcare con decisione la distanza dalla prosa (si veda ad esempio, benché sia un caso estremo, la serie di endecasillabi e settenari in Il freddo di notte).
La raccolta, che conta in tutto 47 poesie compreso il testo proemiale, è organizzata in quattro parti: Un’educazione sentimentale (16 testi), Cronaca nera (10), Quattro lettere di Paul Signac a Émile Verhaeren (4) e Basta il tempo (16). La specularità fra prima e quarta sezione è suggerita, oltre che dalle analoghe dimensioni, dal fatto che il primo testo dell’una e l’ultimo dell’altra sono stampati in corsivo, a sottolinearne la dimensione liminare. La prima, Accordo al vostro il mio respiro, è un’apostrofe alla seconda persona plurale ambientata prima dell’alba, un’apertura al mondo sul finire della notte come riscoperta del proprio esserci («intreccio la mia ansia / alla vostra presenza e sono certo, / un’altra volta, di esistere ancora»). L’ultima, Come di notte il male, percepisce nella «mattina che comincia» i primi rumori della vita che riprende: «di nuovo tentano gli altri / di esistere, di affrancarsi dal silenzio». I due poli dell’esistenza propria e di quella degli altri tracciano in effetti la direzione fondamentale della raccolta, che fa dell’intreccio tra lo scavo delle proprie vicende intime quotidiane e l’apertura alla cronaca il proprio ambito fondamentale.
La prima sezione mette a tema l’esperienza di padre e insegnante, e gioca fin dal titolo su un compito educativo del quale l’io dovrebbe essere, per statuto, soggetto, ma che egli può tentare di assolvere solo a patto di farsene allo stesso tempo e innanzitutto oggetto. Le poesie sulla paternità formano una serie di quadretti vivaci e partecipati, dialogo tra un padre che si sente in dovere di proteggere e rassicurare, e una bambina che con le sue domande e il suo sguardo limpido sul mondo non finisce di metterlo in difficoltà, riportando a galla verità che egli, con un senso di colpa sottilmente esibito, si sforza sempre di smussare o attutire («“Ma perché / ci sono i poveri?” […] / “Perché qualcuno vuole avere / più denaro di quanto gliene serva / per vivere, star bene”. / “Noi no, non è vero?” “Noi no”, la rassicuro. / Ma ho mentito, ho barato e forse un giorno / non mi perdonerà»: Altre domande). Seguono i versi ispirati dalla vita scolastica, dove a prendere la parola sono soprattutto gli studenti, anch’essi immancabilmente puri nel denunciare le ipocrisie e le violenze nascoste dell’istituzione e più in generale degli adulti («Come si sentirebbe, lei, / di fronte a delle statue parlanti, / gente che non ricorda nemmeno / il tuo nome […] / ma poi decide / di te, di quanto vali?»: Confessione di A.).
La Cronaca nera a cui è dedicata la sezione successiva, spiega l’esergo tratto da un’intervista a Paolo Volponi, «è un parte della vita di tutti, […] una parte in termini di responsabilità morale, civile». Essa allarga dunque lo sguardo, passando dall’espressione del proprio vissuto al tentativo di esprimere quello degli altri: vi si riconosce però un’analoga posizione di fondo, che qui si esprime come volontà di dar voce, per così dire, alle solitudini: prima accostandosi alle esistenze drammatiche e violente di figure spinte ‘ai margini’ («Nella foto sul giornale sei in toga, / in Nigeria, da poco diplomata: / adesso ti ripescano gonfia e svestita / dalle gelide acque di un’Europa / a libertà condizionata»: Blessing Matthew), e poi coi testi sulla pandemia (iniziata «in questa primavera / mai così sprovvista di legami»: Farsi una doccia in piena…, datata 1 aprile 2020).
La sezione III segna uno stacco, mutando più drasticamente contesto e modalità elocutiva: le immaginate Quattro lettere del pittore Paul Signac all’amico poeta Émile Verhaeren, con la morte di quest’ultimo e sullo sfondo la Prima guerra mondiale, fanno da ponte tra la prima metà del libro e quella conclusiva, sostando sui temi dell’amicizia, della nostalgia e della morte, in un mondo che sente prossima la propria fine («Perché ci siamo illusi, / Verhaeren? Quale storia credevamo / di vivere se adesso la storia / è questa marcia infernale di macchine / e delirio?»: E poi ci sono i giorni di lutto…). I testi, che le note spiegano ispirati da una mostra luganese di Signac e dall’anniversario della morte dell’amico e maestro Antonio Santori (1961-2007), proiettano ancora una volta sull’oggi le ombre dei primi tragici decenni del Novecento.
L’ultima sezione, Basta il tempo, espone una selezione più ampia di occasioni disparate: se a un primo sguardo si mostra meno compatta delle altre, essa sembra poi rivelare nella propria organizzazione un impegno concettuale più teso. Fa da sfondo il tema dell’irreversibilità del tempo, della distanza e dell’immobilità del passato che rendono intelligibile il percorso di ciascuno, facendo emergere una possibile precaria ipotesi di senso per ogni storia personale: «Nel rumore delle auto che rincasano senti / che nessuno decide, tu per primo, / cosa sei stato» (Cosa sei stato); «se li apri / a decenni di distanza certi armadi / dischiudono tesori. / Basta il tempo per rendere infinita / la storia trascurabile di ognuno» (Scendere con la memoria…). La fissità dell’immagine è uno degli aspetti attraverso cui questa dimensione entra a far parte della nostra esistenza quotidiana, e gli scatti, i racconti e i ricordi all’origine di diverse poesie fanno tra il resto balenare l’intima contraddizione che essa assume una volta immersa nel flusso – paradossalmente effimero e permanente – dei social network (fino alla piccola suite ‘Instagram’, con sei poesie che danno voce ad altrettante fotografie ivi postate). Nelle poesie finali è poi messa a tema in modo più aperto l’alterità, soprattutto attraverso l’inquietante e al contempo familiare presenza degli animali, dal volo di una gazza in cui «hai visto […] / qualcosa che si oppone a chi dice / che in fondo non è nulla, non importa» (Il volo di una gazza), fino alla nuotata in un banco di saraghi, «esseri diversi»: «La loro alterità è pari alla mia, / […] la loro simbiosi così estranea / e familiare alla nostra» (Nel banco di saraghi). Si arriva così al già citato testo finale, che rilancia il mai concluso tragitto dall’io agli altri («un ronzio, un motore che si accende / e mette gente nella nuova / mattina che comincia»): nelle loro storie, intraviste per frammenti, questa poesia cerca nutrimento e trova la sua giustificazione.