La forza prigioniera

«… Se teniamo presenti i legami della chimica come quell’insieme di forze che si stabilisce fra atomi di specie diverse o anche identici in grado di consentire la formazione di molecole, allora dobbiamo convenire che i legami sono indispensabili. Ma ogni legame prevede un vincolo, una sorta di stretta che il più delle volte è disposta ad allentarsi a tal punto da spezzarsi. In un legame, si chiede all’altro di legarci alla sua vita. Legami significa lègami. Quello che spesso mi turba dei legami è il fatto che ricordano i cordoni, e dall’ombelico all’inconscio passa un niente. Ci nutrono. E nello stesso tempo ci chiedono qualcosa in più. In qualche modo ci ricattano. Anche spezzati continuano a legarci. Raggiungono le sembianze di radici. Le radici di Anna Ruchat attraversano l’aria. Ogni verso sembra ripercorrere il cammino dei legami. Anche quando la morte vorrebbe dichiararne la fine. La parola mantiene la promessa: chiamare per nome ciò che esiste per sempre. Leggere è avverarsi».

Dalla nota di Domenico Brancale.

(Presentazione del libro, Passigli Editori)

Oro e dimenticanza

von Lorenzo Cardilli
Publiziert am 04.05.2022

Nella sua quinta raccolta poetica, La forza prigioniera, Anna Ruchat ricapitola e insieme sviluppa due motivi tipici della sua produzione letteraria. Da un lato la cronaca familiare e domestica, spesso segnata da intoppi e piccole-grandi malinconie; dall’altro, il dialogo ininterrotto coi morti, l’impegnativa esplorazione della «vaneggiante amara | oscurità che scende su chi resta», per dirla con Montale (Stanze, in Le Occasioni). I due temi sono facce di una stessa medaglia, dato che sulla quotidianità raccontata da Ruchat si stende spesso l’ombra lunga del lutto («Quanta giovane morte | mi hai dato | vita | […] occhi senza filtri | per leggere | al di là delle ossa», scriveva nella sua seconda raccolta, Angeli di stoffa). Ne La forza prigioniera la dialettica tra cronaca e lutto varia lungo le sezioni e i singoli testi, che ora spingono sul pedale del tragico ora su quello della malinconia, talvolta screziata da una vena ironica. Insieme al registro varia anche la quota di astrazione dei componimenti: si va dal racconto di occasioni o aneddoti a riflessioni epidittiche più generali, passando per resoconti dell’esperienza interiore, caratterizzati da un’alta intensità metaforico-figurale. Con la prima sezione, “Pietre”, di forte ispirazione cimiteriale, la raccolta parte “in salita”: i testi offrono la descrizione scorciata del cimitero acattolico di Roma (secondo quanto riporta la nota dell’autrice, ma si vedano anche i «pini marittimi» e le «lingue straniere», p. 13), e insieme affrontano i dilemmi, i paradossi della morte. Se la tomba presenta uno «spazio limitatissimo» (p. 12), prossimo allo zero della sparizione e del nulla, il nome inciso su di essa è una «formula magica | che spalanca | le porte del tempo» (p. 14), traccia di un ostinato e postumo “desiderio di durare”. E si veda, a questo proposito, la poesia che chiude la sezione, in cui ci si chiede se i morti rammentino i vivi, tentando implicitamente una specie di equa ripartizione degli oneri della memoria («Chissà se si ricordano di noi», p. 15).

La seconda sezione, eponima rispetto al libro, si sposta a esaminare alcuni nodi critici del vissuto dell’io, sempre ruotanti più o meno indirettamente attorno al trauma del lutto e della sparizione. Abbiamo così il «buco di sgomento» che trasforma la memoria in una trappola («Credevo | di esserti fedele | mentre tradivo in me la gioia | e la vita», p. 22); oppure l’incomunicabilità, che rende inutili e quindi analoghi «parola o silenzio», innescando una frustrazione contagiosa («come sonnambuli i bambini | zittiscono l’affetto | imparano a mentire», “Astio ronza nel prato”, p. 28).
L’immaginario della raccolta si iscrive fin da subito nell’orbita di Celan, per il Leitmotiv funebre e per la ricorrenza di “sostanze” tipiche come la notte (ad esempio nelle analogie preposizionali «le dita della notte», p. 21, e «il camice della notte», p. 80) o la pietra, usata in connessione con la tomba ma anche con la speranza. Per il legame con Celan, ancora prima degli espliciti richiami addensati nell’ultima sezione, si legga Eco verticale:

Il testo, amaramente brachilogico, è quasi un rifacimento dell’Epitaffio per François, scritto da Celan per il primogenito, morto poco dopo il parto («L’una e l’altra porta | del mondo, aperte: | […] Le udiamo sbattere e sbattere», in Di soglia in soglia; la metafora della doppia porta è usata da Ruchat anche nel racconto breve «Un lutto bianco» – da In questa vita, Casagrande, 2004 – ugualmente dedicato alla morte di un neonato).

Anche la terza sezione de La forza prigioniera, “Impronte”, prosegue il lento corpo a corpo col lutto. Stavolta i testi si concentrano sul modo in cui i morti deformano l’esistenza: con un vuoto, ad esempio (“Esibisce il tuo nome”), oppure lasciando esili tracce nella memoria, che spesso scivolano verso l’istante fatale (“Oggi ti ho incontrato”, “Alla fine | di un viaggio breve”, “Una pozza di petali rossi”). Non mancano, però, momenti di distensione, come il resoconto di una telefonata con Giulia Niccolai – d’argomento tragicomico – e la prosa Disperanza, sorta di condensato ritratto narrativo, a metà tra pettegolezzo e gastronomia. In Disperanza le molte rime baciate – insieme all’arguta agglutinazione antitetica del titolo – accrescono il tono giocoso, che però resta in bilico tra «una punta d’amarezza» e «l’ombra di un sorriso», per citare l’introduzione della stessa Niccolai ad Angeli di stoffa.

La penultima sezione, “Il rovescio nascosto”, reca in epigrafe un’emblematica citazione di Erika Burkart: «Non guardare giù | allontanati dall’abisso, | cammina nell’entroterra | procedi | verso te stessa» (la traduzione in italiano, opera della stessa Ruchat, si legge nelle Note ai testi a p. 82). In conformità con l’epigrafe, i testi spostano il fuoco sull’interiorità e sull’esperienza dell’io, cercando nuovi rapporti di forza. Nella sezione poesie mosse da occasioni puntuali, sempre estremamente scorciate – come l’ecfrasi di un San Michele (“Splende così”) o una nuotata in piscina (Capodanno) – si alternano a componimenti più riflessivi, tra cui si veda “Noi nati sghembi”:

Gli acrobati descritti in questa sorta di apologo richiamano – con tenue rovesciamento parodico – i saltimbanchi rilkiani della Quinta Elegia. In “Noi nati sghembi” e in altri testi contigui emerge anche il tema della senilità e del passare degli anni, in relazione alla maternità o, più in generale, al tortuoso negoziato con la nostalgia (“Parliamo da sole, noi”, “Sono così i ricordi”). Nella sezione spicca l’ultimo testo, “«Alzati!»”, un originale e sentito requiem scritto forse per la stessa Silvana Pontiggia a cui è dedicato l’intero libro. Riporto per intero la seconda strofa:

La strofa spicca per dolcezza ed eloquenza, ed è anche un buon esempio della versificazione di Ruchat, che a forza di spaziature e scalini ottiene una particolare prosodia “per l’occhio”, costretto a continui saltelli e spostamenti durante la lettura. In combinazione con la sintassi, questo tratto stilistico crea un particolare effetto di staccato o di ralenti.

L’ultima sezione, “Grat Wanderung” (escursione in cresta), annuncia fin dal titolo un aumento della temperatura lirica, che ritorna con circolarità ai livelli dell’incipit. Il sottotitolo della sezione, Rileggendo Paul Celan e Domenico Brancale, a settembre, dichiara il carattere intertestuale e dialogico delle 8 poesie conclusive (ma è tutto il libro ad essere fitto di epigrafi e dediche, segno di un marcato bisogno di colloquio, fuori e dentro la scrittura). Nel testo più denso della sezione, “Non è lo schianto”, l’autrice afferma con forza le ragioni della speranza, che permette di tornare al «rischio della vita» (p. 76) a dispetto di qualsiasi trauma o lutto, per quanto inesorabile. Tuttavia, come riportano le Note ai testi, “Grat Wanderung” significa anche, «in senso figurato, una fase di ambiguità, incertezza». L’ultimo testo della raccolta, “Indossato | il camice della notte”, si chiude infatti nel segno di Celan, con un movimento di pacificazione rivolto più alla morte che alla vita. Tre versi di Stretta – poemetto conclusivo di Grata di parole – vengono citati direttamente, tra virgolette e in traduzione a cura della stessa Ruchat: «Vai, la tua ora | non ha sorelle, tu sei | a casa» (lo stesso passo, in lingua originale, figura nell’epigrafe del componimento immediatamente precedente). Ma l’autrice inserisce anche una dittologia tratta da Argumentum e silentio, un altro testo di Celan, di cui viene richiamato anche il gesto estremo: «ti tuffi giù | tra oro e dimenticanza» («Messa alla catena | tra oro e oblio: | la notte», in Di soglia in soglia). “Oro” e “dimenticanza”, poesia e silenzio, dicibile e indicibile sono prerogative della scrittura e della conoscenza: è la pendolarità tra i due poli, la possibilità di opporre l’uno all’altro a rendere praticabile la vita. Ma Gold e Vergessen sono anche le catene che per Celan costringono la «notte» della morte e del dolore, imprigionandone la forza, che è di suo irriducibile e scalena a qualsiasi ragione umana.

Nella breve e affettuosa nota posta in calce al libro, Domenico Brancale sostiene che «Chi scrive, traduce e trascrive le pagine di una vita che sono andate perdute. […] Traduce e trascrive ciò che rimane a venire. Là dove è stata la perdita cresce la speranza». La traduzione – mestiere di Anna Ruchat – è in effetti un tema presente in sottotraccia nella raccolta, alluso in “Parliamo da sole, noi” («noi che abbiamo | un lavoro di parole», p. 55) e associato più direttamente al dolore dei viventi («quel su e giù del respiro | quel tradurre avanti e indietro il dolore», “Chissà se si ricordano di noi”, p. 15). L’insistente ritorno dei morti lungo La forza prigioniera dà a tratti l’impressione che il dolore non sia mai detto una volta per tutte, che la sua dicibilità sia sempre provvisoria, precaria, che necessiti di continui aggiustamenti e nuove versioni. Di testo in testo (e di libro in libro), Ruchat rimescola dicibile e indicibile per tenere vivo il legame con gli scomparsi, senz’altro, ma anche per lasciarli andare, perché evadano dalla prigione delle parole e delle intenzioni, «verso un distacco più liscio | senza voci o promesse» (p. 80).