Diorama

Il farsi e il disfarsi della storia, il mondo vegetale come elemento che contiene il divenire, un mondo che è cristallo, cenere, e poi ancora cristallo: sono queste alcune delle immagini che dipinge Laura Di Corcia in DIORAMA, in un gioco di rimandi dove l’autrice e altri personaggi emergono dall’ombra per poi riconsegnarsi, inevitabilmente, a essa.
In DIORAMA si legge la vastissima raffigurazione di un mondo in movimento, sia attraverso lo spazio che all’interno del proprio vissuto. Entrambi percorsi faticosi ma illuminanti.

(Presentazione del libro, Edizioni Tlon)

Recensione

von Natalia Proserpi
Publiziert am 08.12.2021

Con Diorama, pubblicato dalle edizioni Tlon, Laura Di Corcia offre al lettore una selezione di testi poetici e di componimenti in prosa che ritraggono un’umanità che si muove nel tempo e nella storia, ricostruita attraverso brevi momenti ed episodi disparati. Dalla preistoria al Medioevo al presente in cui evolve l’io lirico, la raccolta attraversa epoche diverse facendo riferimento a molteplici luoghi, e colloca i personaggi all’interno di un più ampio percorso segnato dal mutare e dal trasformarsi del tempo e della vita. Marcate da una ferita che sembra evocare una frattura, un trauma condiviso, le figure rappresentate si confrontano con un dolore che è tanto storico quanto esistenziale, e che rimanda a una condizione di sradicamento che denuncia l’impossibilità di fermarsi e di trovare un rifugio.
Opponendosi al movimento continuo e angosciante che trascina il mondo e l’uomo che lo abita, il desiderio di fuga, la possibilità della casa come riparo e protezione, introducono tuttavia nel libro un moto di speranza, un’idea di salvezza che emerge con rara intensità in alcuni brevi, fugaci passaggi («Ma quando tornerò ci saranno i frutti appesi all’albero/ le cose saranno attaccate alle cose/ le parole alle parole/ tutto quello che avevamo sognato e sogneremo», p. 49).

In questo quadro eterogeneo in cui compaiono a un tempo figure singole e collettività, personaggi con un’identità e io lirico dell’autrice, episodi collocabili nella storia e un passato indefinito, emerge con forza l’idea di una totalità che, contrastando il rischio della dispersione, tiene uniti componimenti diversi. Come tessere di un mondo in continua trasformazione, i vari episodi e momenti ritratti nel libro – a cui, come scene ricostruite, pare fare riferimento il «diorama» del titolo – si susseguono in un insieme composito in cui prendono forma alcuni motivi riconoscibili.

Interamente dedicata a componimenti poetici, la prima sezione pone al centro l’idea del movimento già introdotto in limine dal testo di apertura, attraverso una serie di domande e asserzioni con le quali l’io lirico si interroga sulla spinta che origina il moto delle cose («Ente/ che sei partito da lontano/ qual è la tua spinta originaria? [...] e ora vai, non sapendo/ dove girare la testa,/ vai come chi è in preda/ ad un’angoscia tutta in moto.»). Facendo seguire alle prime poesie, ricche di riferimenti a un passato lontano, un secondo gruppo di componimenti che alludono a vicende situate in un tempo più vicino e definito, l’autrice traccia una storia in divenire in cui il destino del singolo e quello della collettività si raggiungono. La violenza evocata in Salem, 1692, il trauma vissuto dalla bambina di Keiko Ogura – riportato come se l’io lirico fosse la bambina giapponese sopravvissuta allo scoppio della bomba atomica («80 mila anime volate in cielo, 80 mila brandelli di me») –, il dolore alluso attraverso le parole e i pensieri dello studente curdo di Lugano, Scuola professionale («poi ricorda le sue radici, le impasta con il tempo presente, il lavoro/ come inserviente, la clinica [...] dimentica di nuovo, si perde, affoga»), sono allora da inserire in una dimensione spazio-temporale in cui la ferita si manifesta a più livelli.
Connessi all’idea del flusso del tempo – o, per usare le parole della voce di Keiko Ogura, della «vita che per definirsi distrugge altra vita» (p. 40) –, alcuni passaggi agiscono in questo quadro da filo rosso, richiamandosi efficacemente all’interno della sezione:

I contadini rimangono a lato
la storia continua e li sfiora
(p. 18)

la storia si nutre di memoria
l’ora il qui scappano
la corsa ha preso il sopravvento
(p. 19)

Aspettami fra il Tigri e l’Eufrate
Ovvero quel punto della terra
triangolo da cui parte la retta
della storia
(Kobane, 2019, p. 41)

In questa fuga del tempo emerge con potenza il sentimento della distruzione, la percezione del disfacimento, che prende forma attraverso versi particolarmente evocativi che si richiamano anche per lessico e struttura:

Tutto si depositava
in silenzio, nel vuoto
si decomponeva subito dopo.
(p. 20)

Ma sopra c’è il cielo
sopra le stelle
una curva
un abbraccio
tutto si piega.
(p. 22)

Voglio entrare nella tua bocca
voglio scoprire il Medioevo.

Dentro la tua bocca
si sgretolano muri
tutto si accartoccia.
(p. 24)

Già suggerita dalla varietà della prima parte, l’idea della frattura viene accentuata dallo scarto formale e linguistico che si crea tra le prime due sezioni. Ai componimenti in versi già di per sé molto diversi per stile, lingua e metro che aprono il libro, seguono infatti nel secondo capitolo testi in prosa poetica che affiancano passaggi riflessivi, osservazioni nate da dati concreti, stralci di dialoghi e considerazioni quasi aforistiche in cui la lingua, pur non rinunciando ad accostamenti poetici e alla densità figurale della prima parte, diviene più distesa.
Se a un livello formale si produce quindi uno stacco tra le due sezioni – sorta di corrispettivo formale della faglia che è al cuore della raccolta –, sul piano della riflessione prosa e poesia presentano invece una chiara continuità che invita a leggere la prosa come una forma alternativa tramite cui portare avanti i medesimi interrogativi.
Insieme alla varietà di figure, episodi e ambienti tratteggiati, che spingono in molteplici direzioni e possono talvolta produrre un effetto di disorientamento, tornano in questa sezione i temi e i motivi già presenti nella prima parte, quasi a rivelare l’ansia con cui l’autrice esamina la questione del divenire nel tempo, della violenza, dello sradicamento. Chiaro è il legame, in questo senso, che si istituisce tra i versi già citati e i passaggi che seguono:

Tutto è ampio ed è una meraviglia accoglierlo, tutto smonta i cardini delle cose, tutto divora il tempo smembrandolo. Che cos’è il tempo. Si apre a raggiera, contiene. È contenuto. [...]
Da questo burrone una specola guardo il mondo che cambia e resta uguale.
(Piccioni e vetro, p. 59)

Queste cose che succedono sopra, sopra, dove la realtà avviene, passa, scompare. Il buio. E sotto qualcosa che rimane, che si aggrappa al centro delle cose, dove tutto pulsa e tace. [...]
E poi c’è ancora il resto, fuori, che si moltiplica oscenamente. I pesci, i pani. Il divenuto che diviene.
(I mercanti, pp. 63-64)

Centrale in questa sezione – e in genere nell’intera raccolta – è anche la riflessione sulla scrittura, che si presenta come una modalità di scavo, di indagine nella frattura. Una modalità di indagine che porta alla luce la ferita, che fruga e rimugina su dolori e sofferenze e che per questo fa male («La parola ci accoglie, ci culla, ci schiaffeggia e ferisce, infine ci restituisce»; La parola). E tuttavia si tratta di un dolore necessario, se è vero che la parola poetica viene illuminata di una capacità conoscitiva che pare riscattarla dal sentimento di impotenza con cui deve fare i conti nel presente – ed è significativo, a questo proposito, il richiamo a Gozzano ne I mercanti («Guido, anche io non vorrei essere più io!»). Se la parola è comunque destinata a perdere, è quindi di una grande speranza che si colora il gesto della scrittura, come testimonia un passaggio di La parola, un testo che, per posizione e lunghezza, costituisce forse il cuore della sezione. Sorta di densa riflessione metapoetica ricca di implicazioni nel disegno complessivo del libro, il testo raccoglie alcuni dei nuclei essenziali della poesia di Di Corcia, esprimendo il sentimento di irrequietudine e insieme di fiducia che accompagna l’atto della scrittura:

La parola nasce con una perdita e di questa perdita si nutre. Non può appoggiare i piedi fermi sulla volta del mondo, deve stare qui e da un’altra parte. Sa che perderà, perderà sempre.

Ma tu aspettala,
aspettala sempre,
lascia che la lisca ferisca la mano.
(p. 70)

Di nuovo dedicata a componimenti in versi, l’ultima sezione dà ampio spazio al mondo vegetale che, dopo essere apparso nelle prime due parti – spesso connesso a un’idea di accoglienza, come nell’immagine che torna più volte del rifugio trovato nella «pancia della montagna» –, diviene centrale e si moltiplica in una serie di motivi e di elementi naturali. Gli iris, l’erba, i fiori, i campi, il bosco, richiamati dall’immagine in copertina, accompagnano in questa sezione la riflessione sulla storia, che viene nuovamente rappresentata, secondo una tendenza presente in tutto il libro, attraverso un insieme proliferante di scene e motivi in cui si inseriscono anche riferimenti a episodi vicinissimi all’oggi e allusioni a problematiche contemporanee – l’epidemia di Covid-19, la violenta uccisione di George Floyd, la crisi ambientale. Accompagnandoci verso un presente che continua a essere segnato dal dolore, in cui rimane viva la ferita, la poetessa chiude il percorso costruito ricordandoci di non dimenticare il passato e richiamando quella «catastrofe» che, contrariamente a quanto diceva il titolo della prima sezione, pare perdurare anche nel presente.

Nel grigiore della condizione umana che l’autrice dipinge – per cui torna alla memoria il verso percussivo di Keiko Ogura «la legge della bomba atomica, della vita» – emerge tuttavia, attraverso immagini di una istantanea luminosità a cui sembra alludere il richiamo frequente alla “trasparenza”, un sentimento di fiducia, la possibilità, forse solo illusoria, di una riconciliazione che trasmette un messaggio di timido ottimismo, il quale costituisce forse l’elemento di maggiore forza della raccolta. Una fiducia che è anche quella nella parola, se, come si legge nel testo citato in precedenza, la scrittura «non smette mai di credere che tutto l’esistente possa trovare un asse su cui allinearsi».
Ed è verso questo asse che sembra orientarsi la costruzione del libro il quale, a partire dall’eterogeno, dall’elemento singolo, si muove verso la «ricerca di un senso comune» (p. 47). Un senso comune che però è solo vagheggiato, se è vero che il percorso dell’uomo nel tempo e nello spazio rimane fluido e frammentato.