Gioco e impegno dello "scriba"
L'opera di Giovanni Orelli: nuove ricerche e prospettive. Atti del convegno internazionale di studi - Berna, 6-7 dicembre 2018

Giovanni Orelli (1928-2016) è stato tra le più versatili e rilevanti voci del panorama letterario contemporaneo. Le categorie del “gioco” e dell’“impegno” rappresentano due dimensioni che Orelli ha saputo attraversare costantemente e declinare in molteplici e imprevedibili forme, fino a renderle aspetti fondanti della sua scrittura e della sua postura intellettuale.
Allo studio della poliedrica opera orelliana – dalla narrativa alle raccolte poetiche in lingua e in dialetto, dai radiodrammi agli scritti critici e giornali­stici – è dedicato questo volume Gioco e impegno dello “scriba”. L’opera di Giovanni Orelli: nuove ricerche e prospettive che raccoglie gli Atti del convegno svoltosi nel dicembre 2018 a Berna. Si trovano qui, nell’ordine, i saggi di Niccolò Scaffai, Fabio Soldini, Rossana Dedola, Carlo Tirinanzi De Medici, Daniel Rothenbühler, Massimo Migliorati, Jean-Jacques Marchand, Massimo Natale, Uberto Motta, Guido Pedrojetta, Giovanna Cordibella, Pietro Montorfani, Paolo Di Stefano, Annetta Ganzoni, Daniele Cuffaro, Pietro De Marchi, Jamie Richards, Maja Pflug e Renato Weber, così come gli omaggi e le testimonianze di scrittrici e scrittori che hanno intrattenuto con Orelli un dialogo fecondo: Donata Berra, Pietro De Marchi, Anna Felder, Alessandro Martini, Alberto Nessi, Fabio Pusterla e Antonio Rossi.
Il volume accoglie inoltre un intervento inedito di Vittorio Sereni: Orelli e la necessità di scrivere (1966).

(dalla presentazione del volume, Interlinea)

Recensione

von Sandra Clerc
Publiziert am 24.06.2021

Per la cura di Giovanna Cordibella e Annetta Ganzoni sono stati pubblicati gli atti del convegno svoltosi a Berna nel dicembre 2018, che ha il merito di essere stato il primo incontro internazionale dedicato all’opera di Giovanni Orelli (1928-2016). Il titolo scelto rimanda a tre elementi fondanti e fondamentali per l’autore, e cioè l’impegno, politico e culturale, il gioco, dalla duplice sfaccettatura ironica e ludica, e infine il termine scriba, come Orelli si era autodefinito. Il termine, che oggi può essere utilizzato in senso spregiativo per indicare uno scrittore di pessimo livello, ha tuttavia designato per lunghi secoli una persona degna di fiducia e rispetto, alle cui cure erano affidate mansioni di massima importanza. E a Giovanni Orelli non può essere sfuggito che Dante, nel Paradiso, si definisce proprio scriba, colui che mette per iscritto, dopo esserne stato testimone, la vicenda di un viaggio ultramondano dalla portata salvifica. Ulteriore segno, questo, se ancora servisse, che conferma la necessità di sottoporre i testi di Orelli a una lettura attenta e aperta alle numerose stratificazioni della lingua.

Il volume è suddiviso in quattro parti distinte ma complementari. La prima è dedicata agli interventi scientifici, e conta sedici contributi che spaziano dalla produzione narrativa a quella poetica, dalla saggistica ai drammi radiofonici; e ancora, dall’impegno di Orelli in ambito di politica (non solo) culturale, ai suoi rapporti con altri scrittori e scrittrici della Svizzera e dell’Italia. La seconda parte è composta da tre interventi di altrettanti traduttori e traduttrici di Orelli in inglese, tedesco e francese. La terza, denominata Omaggi e letture, propone sette interventi di scrittrici e scrittori che ripercorrono il loro rapporto, diretto e indiretto, con il nostro autore. Nella quarta e ultima parte Pietro Montorfani presenta la bibliografia delle collaborazioni giornalistiche di Giovanni Orelli, in particolare su “Azione”, “Cooperazione” e “Illustrazione Ticinese”. Arricchisce il volume un cospicuo numero di documenti e immagini provenienti dall’Archivio Svizzero di Letteratura, che conserva il Fondo Orelli.

A interessare qui sono in particolare la seconda e la terza parte del volume, quelle dedicate alle traduzioni e agli Omaggi e letture.
Il romanzo orelliano Il sogno di Walacek (Einaudi, 1991) è al centro dei due primi interventi, affidati al traduttore inglese, Jamie Richards (Walaschek’s Dream, 2012), e alla traduttrice tedesca, Maja Pflug (Walaceks Traum, 2008). Renato Weber racconta invece la propria esperienza di traduttore di un testo più tardo, I mirtilli del Moléson (2014). Colpisce, nei tre contributi, il giudizio sostanzialmente unanime sulla prosa di Orelli, che richiede ai lettori – e ancor più ai traduttori – un certo sforzo interpretativo. Il traduttore deve sempre operare delle scelte, a volte deve scendere a compromessi, che possono essere più o meno opinabili; i traduttori e le traduttrici di Orelli hanno il merito di assumersene, qui, la responsabilità rendendo espliciti i loro approcci al testo.
In Around the O: Translatig Giovanni Orelli, Richards definisce il Sogno un romanzo «“glocal” ante litteram» (p. 227), cioè capace di trattare temi universali immergendo la narrazione in un’ambientazione locale. L’esercizio del traduttore risulta qui più arduo per la necessità di chiarire, al lettore non informato, la valenza esemplare di alcuni riferimenti precisi e locali, sfuggendo al contempo il rischio di falsare il testo rimandando eccessivamente alla cultura d’arrivo. E poi, in un romanzo come quello di Orelli, bisogna trovare soluzioni inventive per soprannomi allusivi, per riuscire a rendere lo «stile erratico e la struttura spesso acrobatica dei periodi» (p. 236), come nota Maja Pflug nel suo contributo Traducendo Giovanni Orelli. Per potersi destreggiare nella selva di riferimenti eruditi, ma anche per tradurre gli inserti dialettali, risultano essenziali i contatti diretti con l’autore, spesso per via epistolare. Lo sterminato bagaglio di letture, lo stile stravagante, tendente all’associazione (di parole, idee, suoni), l’incessante sperimentazione di Orelli, rappresentato tutte difficoltà oggettive per lettori e traduttori. Ci si trova spesso alle prese con giochi metalinguistici impossibili da rendere con termini equivalenti per l’elemento fonico e che siano anche vicini semanticamente, come sottolinea Renato Weber nel suo intervento intitolato Trop commode? De quelques choix de traduction dans les nouvelles 7 et 8 de « I mirtilli del Moléson ». Muovendosi in equilibrio tra il rispetto del testo e la fruibilità per il lettore, Weber giunge alla conclusione che, a costo di essere tacciato di “comodità”, il procedimento migliore consiste nel lasciare il termine in lingua originale, e renderne il valore semantico nella lingua d’arrivo, senza tentare di trovare equivalenti inesistenti. Un procedimento non estraneo nemmeno allo stesso Orelli nella composizione dei propri testi.

I sette contributi che compongono la terza parte del volume confermano che Giovanni Orelli è stato un modello e una guida per molte persone, non solo scrittori e scrittici. Il suo stile, riscontrabile tanto nelle opere letterarie quanto nelle comunicazioni private, riemerge costantemente nei ricordi che qui sono raccolti. Donata Berra («Telegraficamente» «Di corsa» «In tutta fretta») racconta di come egli iniziasse (ironicamente?) le proprie lettere con formule rinvianti alla brevità, poi prontamente smentite dall’estensione dello scritto, ne sottolinea il gusto per il plurilinguismo (latino, dialetto, tedesco, schwitzerdütsch), le firme fantasiose, gli autoritratti. Insieme alle lettere, Orelli invia spesso prime stesure di sonetti numerati che confluiranno nelle raccolte Né timo né maggiorana e L’albero di Lutero. Dal canto suo, Pietro De Marchi pubblica per la prima volta, con “Ubi sunt…” Una lettera di Giovanni Orelli e un suo scritto inedito, un articoletto di Orelli spedito allo stesso De Marchi, che tratta, tra le altre cose, di alcune poesie del destinatario. Nel breve scritto è presente un’annotazione fondamentale per capire il legame dell’autore con la lingua e i suoi suoni: «Traduco in leventinese perché il verso francese non è così efficacemente traducibile in italiano» (p. 258).

Il cuore di questa sezione è composto dall’offerta di inediti propri da parte di Anna Felder, I venerdì dell’anno, e di Alessandro Martini, Telegiornale del 23 settembre 2019. Il primo è un racconto che la scrittrice assicura essere precedente – ancora scritto a macchina –, ma ritrovato dopo che Orelli aveva segnalato la “specializzazione” di Anna Felder sull’analisi della vita di coppia. Qui si tratta di una coppia «che si rispecchia in un’altra coppia, una coppia al quadrato» (p. 261); infatti, nel breve racconto ci sono due coppie che si incontrano ogni venerdì al supermercato. Una coppia in cui lui e lei fanno la spesa separatamente, per poi caricare tutto in auto e tornare insieme a casa; l’altra coppia, formata dalla narratrice e dal marito Giulio, che analizza (poi anche insieme alla figlia Nina) questa abitudine, al punto da annotarsi il contenuto dei carrelli del loro doppio. Martini propone invece una pagina di diario in versi, una poesia nella quale viene evocato il summit di New York del 23 settembre 2019, diventato celebre per il discorso infiammato tenuto da Greta Thunberg e rivolto ai grandi del mondo. Dal lontano al vicino, dall’esterno all’interno: alla prima strofa ne segue una seconda, cui vengono affidati pensieri su sé, la famiglia, passato, presente e futuro. Chiude un riferimento esplicito al racconto Cane di J.M. Coetzee.

Gli ultimi tre interventi oscillano tra il ricordo personale, l’omaggio tramite inediti (o quasi) propri, e proposte di lettura di testi orelliani. Alberto Nessi cita subito l’Anno della valanga, intitolando la propria testimonianza Parlare la verità. Il romanzo è detto tappa fondamentale del suo avvicinamento alla letteratura, vera e propria “folgorazione” che gli permette di capire che «la realtà, per essere portata in un libro, deve coniugarsi con la poeticità» (p. 267). Viene qui delineato il percorso che porta (che ha portato Nessi) a diventare scrittore, e la fondamentale esperienza della ricerca dei modelli, grazie al concorso di figure quali Orelli, ma anche del suo insegnante di italiano alla Magistrale, Giovanni Bonalumi, alla lettura di scrittori italiani e americani, del Fondo del sacco e di Sandro Beretta. Erano gli anni Sessanta, e Nessi ricorda la propria difficoltà a relazionarsi con l’avanguardia, in particolare con il Gruppo 63, notoriamente critico verso quella provincia cui Nessi si sente di appartenere, pur volendo fuggire il provincialismo. Giovanni Orelli è suo punto di riferimento primo, gli corregge le poesie, è fonte di aneddoti e ricordi conviviali fuori dall’aula; è professore e fratello. Con la fondazione del Gruppo di Olten nel 1971, gli permette di conoscere meglio la letteratura romanda e svizzerotedesca (d’altra parte, Orelli è sempre stato molto attento alla coesione nazionale, tanto di aver deciso di lasciare il suo fondo all’Archivio di Berna). L’intervento di Nessi è circolare: si apre con l’Anno della valanga, e con esso si chiude, ricordando come la comunione dei vivi e dei morti sia un aspetto fondamentale del romanzo di Giovanni Orelli (come d’altra parte nella poesia del cugino Giorgio, Nel cerchio familiare).

Anche Fabio Pusterla, in Cinque osservazioni e cinque testi per Giovanni Orelli, riconosce il ruolo centrale ricoperto da Giovanni Orelli in ambito culturale, che giustifica il sentimento di mancanza personale e collettiva dopo la sua morte. Il ricordo della persona, del professore di liceo e dell’intellettuale che sceglie un campo politico, si lega però all’offerta di cinque testi «inediti o quasi inediti» (p. 275): Amuleto per un amico malato (poi in Libellula gentile), una poesia scritta dopo aver fatto visita, alcuni anni prima, a Orelli in ospedale; l’Indovinello ticinese, un gioco-variazione sull’Indovinello veronese, metafora della scrittura, e Lezione di prova, un ironico e graffiante brano narrativo, che sicuramente sarebbero piaciuti al nostro; due traduzioni, la prima da Hugo Lötscher, commissionata da Rosa Azzone Zweifel, che al rassicurante titolo Abbraccio fa seguire un crudo racconto di guerra, e Addio; traduzione da Wang Wei, dal titolo trasparente.
Anche Antonio Rossi, «Il viaggio è ancora meno che andare in solaio». Appunti su Giovanni Orelli, ricorda un primo incontro in ambito scolastico, con Orelli nella funzione di esperto; incontro che ha però aperto la strada a più ampie frequentazioni, nel Gruppo di Olten e oltre. In questo contributo lo scrittore si fa anche critico, e riproduce una poesia in dialetto bedrettese scritta da Giovanni per i sessant’anni di Giorgio Orelli, intitolata Paüra? (Un rametto di Calicanto, 1981; poi in Sant’Antoni di padü, 1986). Come già nell’Anno della valanga, l’idea centrale che regge il testo è il legame tra i morti e i vivi, tra passato e futuro, costruita a partire da elementi fonosimbolici importanti; «Esiste insomma un’architettura fonica (o sonora) in grado di aggregare a sé persone, luoghi e momenti appartenenti (per riprendere un pensiero di Sant’Agostino [Conf. XI, 20]) al presente, al passato e al futuro del proprio presente» (p. 280). Il secondo testo ricordato da Rossi si intitola È fuoco nei capelli? (Un labirinto, 2015), ed è incentrato sull’immagine del sole nei disegni dei bambini. L’annotazione autografa di Orelli fa risalire la poesia all’ottobre 1950, consegnandole esplicitamente il primato cronologico (come attesta anche la minuta Autunno, conservata nell’Archivio Svizzero di Letteratura, che rappresenta una stesura primitiva del testo). In questa poesia sono presenti immagini archetipiche e suoni che si ritroveranno nella “grammaticale” Articolate (nel, nei, nelle…), pubblicata nella raccolta Un eterno imperfetto (2006). In essa confluiscono tuttavia anche diversi aspetti di un altro testo “antico”, intitolato Pasqua 1949 (anche questo conservato tra le carte di Orelli). Un recupero di materiali e immagini precedenti, poetici ma anche narrativi, in cui Orelli riconosce un Labirinto (come suggerisce il titolo della raccolta), e Rossi un reticolo: «In questo reticolo credo si possa riconoscere un filo in particolar modo resistente: si tratta del filo che stabilisce un legame necessario fra il presente dell’autore e la realtà nella quale affondano le sue radici» (p. 283).