Quegli ultimi rumori

“L’attaccamento a sé aumenta l’opacità della vita. Un momento di vero oblio e tutti gli schermi, uno dietro l’altro, diventano trasparenti, di modo che noi vediamo la chiarezza fin nel profondo, tanto lontano quanto consente la vista; e insieme più nulla pesa. Così l’anima è davvero trasformata in uccello”: in queste righe scritte da Philippe Jaccottet nel 1954 echeggia una dichiarazione di poetica. Ed è una rivelazione: soltanto il superamento dell’io consente all’uomo di ritrovare l’antica unione con il mondo, la pienezza perduta in cui ogni distanza è annullata. Eliminati tutti i confini, il mondo reale non abbraccia soltanto quello che il poeta vede o sente, ma anche i suoi sogni, i ricordi, le letture, quegli ultimi rumori che ci guidano ancora oltre. Con una chiarezza espressiva esemplare, Jaccottet sa cogliere perfino nelle sue manifestazioni infinitesimali “l’istinto che permette alle cose di lasciarsi trasportare dolcemente nell’aria, verso l’alto” e, da vero maestro, fa della scrittura un cammino verso il mistero interiore.

(dalla presentazione del libro, Crocetti)

Presseschau

"Se si tiene conto del lunghissimo lasso di tempo che intercorre tra la pubblicazione di [Passeggiata sotto gli alberi e Quegli ultimi rumori] in lingua originale (la prima è uscita nel 1957, la seconda giusto cinquant'anni dopo) è infatti proprio la continuità del poeta con sé stesso a sorprendere, al punto che la loro lettura si integra alla perfezione. Lo scrittore di Passeggiata sotto gli alberi è un uomo poco più che trentenne e che ha ancora quasi tutto davanti a sé, mentre il poeta di Quegli ultimi rumori... conosce già bene la vecchiezza e ha ormai gran parte della propria vita alle spalle. Eppure è sempre allo stesso paesaggio che entrambi guardano, con gli stessi rovelli, con la stessa trattenuta ansietà ma anche con la stessa passione e freschezza. (Roberto Galaverni, La lettura, 18 aprile 2021)