Corona Blues
Diario dell'anno 2020

Nate da appunti presi su un moleskine nero durante la primavera del 2020, le pagine di Alberto Nessi ripercorrono gli stati d’animo e le piccole avventure quotidiane che molti di noi hanno vissuto durante i primi mesi dell’epidemia da Coronavirus: la paura che si alterna a una strana euforia, il bisogno di introspezione o invece di condivisione e fratellanza, la presa di coscienza della fragilità della vita; poi le file d’attesa al supermercato, le passeggiate nei boschi, le letture, l’incontro con un amico o con un’erba selvatica.

(Edizioni Casagrande)

Recensione

von Luca Santià
Publiziert am 15.02.2021

Nel 2020 Alberto Nessi ha regalato ai suoi lettori diverse pubblicazioni fra cui Ti chiamavano Cenzín, con Hannes Binder (fumetto sulla vita di Vincenzo Vela, Museo Vincenzo Vela / Casagrande), Corona Blues. Diario dell’anno 2020 (Casagrande) e Perché non scrivo con un filo d’erba. Antologia con autografi e inediti (Interlinea). Edizione a tiratura limitata per festeggiare gli ottant’anni dell’autore, quest’ultima pubblicazione raccoglie trentadue poesie (di cui cinque inedite), contenute tra una nota di Roberto Cicala e un testo di Fabio Pusterla. Ogni poesia può essere letta sia in caratteri a stampa sulla pagina di destra sia, sulla pagina di sinistra, nella grafia dell’autore. L’antologia riproduce infatti gli autografi delle poesie così che il lettore o la lettrice abbia l’impressione di leggere una poesia scritta per lui o per lei. In questa silloge si ritrovano i temi cari ad Alberto Nessi, primi fra tutti l’attenzione per le erbe e le piante e la denuncia dell’ingiustizia. “Ladro di minuzie”, il Chiassese scrive poesie dai margini catturando la bellezza degli oggetti silenziosi e di chi non ha voce, con discrezione e impegno civile al contempo.

Corona Blues è il titolo di un diario che Alberto Nessi ha scritto nella primavera 2020 (da marzo a giugno), periodo penoso a causa della pandemia ma propizio per fermarsi a pensare, guardare e meravigliarsi delle piccole cose. Più che un resoconto giornaliero delle proprie vicende, si tratta di uno zibaldone di riflessioni, introspezione, scrittura di sé e ricordi, e di un prosimetro, grazie ad un elegantissimo alternarsi di pagine speculative, narrative, argomentative e di liriche perfettamente inserite nella cornice prosastica ma non annunciate o messe particolarmente in evidenza. Piace la spontaneità, la sincerità (tipiche dei diari, in opposizione alle memorie) di queste novanta pagine in cui si parla di tutto, anche dei sogni fatti la notte, del sentimento di colpa, di ricordi giovanili, del matrimonio, della morte.

Alberto Nessi parla con le piante, le erbe, i fiori; cura il giardino; chiama le diverse specie con il proprio nome (“Gli alberi, per amarli, bisogna conoscerli” p. 26); e dalle piante – ma non solo – trae la poesia. Quando il mondo è costretto a fermarsi nella sua frenesia, Nessi propone di vivere con più calma, con più attenzione nei riguardi di quello che ci circonda: “Il sorbo degli uccellatori supera in altezza il viburno, non me ne ero mai accorto. È solo una delle tante piccole cose che questi giorni ci permettono di osservare più facilmente. La nostra attenzione è vivificata” (p. 18). Un’etica dell’attenzione simile si ritrova nella scelta di non dimenticare chi non c’è più, di coltivare il ricordo dei morti: “Il giornalista dice che in Svizzera ci sono mille suicidi all’anno; e io penso a quella bambina che è volata dal ponte, più di vent’anni fa. In paese nessuno ci credeva. Questi giorni passerò su quel ponte dal quale è caduta nel gorgo e le butterò un garofanetto di monte” (p. 57). Si chiude così la poesia che ricorda uno scomparso, il Peppino: “vai dritto sui sentieri degli anemoni / che almeno loro per sempre / si ricordano di te” (p. 18). Proprio per questa attenzione agli altri, vivi o morti, e all’alterità – ma anche per il fatto che racconta di un periodo vissuto in modo abbastanza simile da molti –, il diario del poeta ticinese trascende la dimensione particolare e raggiunge, anche grazie a considerazioni generali, una portata collettiva, se non universale.

I vivi non sono tralasciati: Alberto Nessi corrisponde con amici (e trascrive nel diario alcune lettere e mail), si fa filmare da un amico mentre legge la propria poesia di denuncia dell’ingiustizia, Primo Maggio, si fa aiutare per il giardino o per riparare una serratura (mantenendo le distanze, va da sé), ospita a casa i nipotini o parla loro tramite la tecnologia. E il diario diventa un commovente Art d’être grand-père (dell’Hugo delle Contemplations viene tradotta una poesia): “Caillou, quando [il nipotino] vede un sasso ai margini del viottolo; mouton, e si ferma estasiato e un po’ spaventato dalle lunghe corna ritorte dell’animale. Ma quando sente il rumore di un’auto si spaventa, dice voiture e si paralizza nella cunetta per lasciare passare. Sfiora il prato con la mano; ma attenzione all’ortica, ça pique!” (p. 60). Al nipote di due anni Cosma il nonno manda una poesia: “Fai lunghi discorsi che solo gli angeli / capiscono […] / ci guardi gioioso, c’interroghi / perso nel cosmo dei felici” (p. 16).

Come ogni scrittore Nessi è anche un lettore e il suo diario fa i nomi di autori letti, amati, studiati. Il diarista riflette sulla condizione dell’uomo, sulla sua malvagità, sull’incomprensibile silenzio di Dio, si fa delle domande su quale atteggiamento preferire di fronte alla morte, usa concetti della filosofia e del pensiero politico per pensare vari problemi. Resta però un poeta e le risposte positive che propone riflettono una postura poetica – “L’importanza del momento che passa, del dettaglio: il ragno appiattato in un angolo, la crepa del muro, l’uccello che perde una piuma. Lasciamo perdere la metafisica, per favore, e guardiamo le cose minime di tutti i giorni. Interroghiamole” (p. 38), “Si può imparare anche dalle piante. O forse solo dalle piante? I nostri maestri siano il carpino, il faggio, la rosa canina” (p. 39) – e la convinzione che la salvezza passi dalla letteratura: “Solo la letteratura ci può salvare: uscire da noi stessi, assaporare il piacere dell’alterità, delle altre vite di cui abbiamo bisogno” (p. 41). Questa la forza (letteraria, ma anche utopica) di Alberto Nessi: continuare a scrivere versi e meravigliarsi di quanto c’è di bello al mondo nonostante gli uomini malvagi, la morte, le sciagure. Ma cosa fa, nella sua officina, lo scrittore? Questo: “accogliere la vita per trasformarla, con il fuoco dell’immaginazione, in letteratura” (p. 83).

Presseschau

"Il momento che viviamo è strano e complicato per tutti. Ma a ciò si aggiunge, per me e per i miei coetanei, l'età di chi va in letargo [...] E queste due stranezze, la pandemia e la vecchiaia, s'intrecciano, complicandosi. Ogni giorno sentiamo parlare di morte e, quando sfogliamo i giornali, lo sguardo corre irrimediabilmente alle ultime pagine: spesso, alla mia età, ci trovo qualcuno che ho conosciuto, talvolta il viso di un amico di un'amica, e ciò mi fa sentire un sopravvissuto. È come se il falco che fa i suoi giri felici nel cielo proiettasse un'ombra su di me; come se, in queste bellissime giornate di novembre, qualcosa come un muro m'impedisse di godere pienamente del sole che splende. Questo qualcosa è il sentimento della ''caducità''". (Alberto Nessi in: Matteo Airaghi, Corriere del Ticino, 19 novembre 2020)