I cerini dell'anima

N. 1 della collana Matura

sezioni:

I cerini dell'anima

Portare la luce, difendere il buio

Luminoso/Numinoso

(Poesia alla chiara fonte)

Recensione

von Joël Vaucher-de-la-Croix
Publiziert am 15.06.2020

Le edizioni Alla chiara fonte inaugurano la nuova collana Matura con le raccolte I cerini dell’anima di Ugo Petrini e Una specie di canto di Alessandro Martini. Se anche in poesia il concetto di maturità corrisponde, da una parte, al discernimento e al disincanto dell’occhio che osserva la realtà e la vita da lungo tempo e, dall’altra, alla coscienza dei proprio mezzi espressivi, alla capacità di riconoscersi e di far riconoscere la propria voce, ecco che queste due raccolte confermano che possiamo leggere questi versi con la rassicurante certezza di trovarci all’interno di una poetica e una dimensione estetica ormai assestata. Questo inferisce anche dalla definizione stessa di poesia che entrambi gli autori hanno l’esigenza di chiarire in queste raccolte: per Petrini si tratta di «impigliare nelle parole / la realtà, la vita / in un intreccio di senso / e suono» ma con il dinamismo di un «cortocircuito», di un «veicolo fuori controllo»; per Martini invece è il costruito trobar leu – come hanno già avuto modo di notare Matteo Pedroni e Ariele Morinini – che non costringe «il lettore a faticare» per cogliere dantescamente «qualcosa di quel che detta dentro / se dentro v’è qualcosa».

Le poesie raccolte in I cerini dell’anima di Ugo Petrini sono chiarori della memoria che barbagliano da dove «non è mai tornato nessuno» e che evocano parole e cose come spiragli di luce-letizia. È proprio il Foscolo dei Sepolcri che apre in esergo la raccolta, segnando l’unità semantica e tematica dei versi: “Perché gli occhi dell’uom cercano morendo / il sole; e tutti l’ultimo sospiro / mandano i petti alla fuggente luce” (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 121-123). Nella prima sezione, eponima alla raccolta, troviamo fuochi fatui di ombre care che si riaffacciano improvvise nel presente, parlano e poi ritornano nel buio. È quella «vertigine / del sarcofago, della tomba» che evoca – con gli accenti a volte ironici del Montale di Satura – dialoghi in limine mortis («Da lassù – ripetevi – / non è mai tornato nessuno / mai un telefono / mai una sbirciatina in platea») tra «salite e discese» in feroci paesaggi montani: un «paesaggio geologico» dal fonosimbolismo spinto al limite dell’asindeto sonoro («Pietre che si spaccano / si scheggiano, si sgretolano / rotolano lungo le pendici: // frane, slavine, gane / crode, corone, cornici»), in cui di tanto in tanto «svettano come gnomoni» elementi umani che rimandano al ricordo colorato di un mondo perduto, che sembra uscito dalle campagne di Ligabue o dalle nature morte di De Pisis: «Il fagiano maschio / dal rostro arcuato e possente / sperone ai piedi / bargigli rossi e lunga coda / accese le nature morte / di molti artisti in un’apoteosi di splendore e di strazio».

Nella seconda sezione Portare la luce, difendere il buio, la ridondanza semantica di luce e ombra si intreccia in una lotta dai toni profetici «fino al prossimo squinterno dei giorni». Il sostrato biblico emerge dal gioco anaforico delle luci che appaiono e scompaiono d’un tratto e che possono essere naturali («La luce che di buon mattino / accende i pizzi, le cime, i monti»; «La luce del mare», «La luce del temporale»; «La luce di un filo d’acqua»), artificiali («Cerca un candela / che è sparita la luce!»; «Le luci dell’auto / che filtrano attraverso / le persiane»; «Non è la luce degli spettacoli pirotecnici») o del tutto interiori («In bilico / tra il lume della ragione / e dell’intelletto / e la luce del cuore»; «Luce del cuore / luce della ragione / per illuminare i nostri sentieri»), così come le tenebre che non sono necessariamente «una cosa cattiva».

L’ultima sezione Luminoso / Numinoso propone l’esercizio ardito dell’ecfrasis. Poesia dedicata ad opere di pittori che hanno fatto della luce la declinazione essenziale della loro arte: La Pie impressionista di Monet, «una macchia scura / su un cancelletto di legno»; l’erotica Santa Teresa del Bernini «sospesa nel deliquio mistico dell’estasi»; la nordica Lattaia di Vermeer con gli oggetti domestici «indagati con mano scientifica», fino alla Madonna di Senigallia di Piero della Francesca immersa nella «luce dell’invisibile».

Nel secondo volume della collana, Una specie di canto, Alessandro Martini continua e conclude il percorso di quella personale poesia di vita che nei Primi biografemi, proposti in apertura, rievoca il «tempo umano» dell’infanzia «tra casa, chiesa e scuola». Come nella silloge precedente Biografemi (Locarno, ANAedizioni, 2017), anche in questo caso il titolo della raccolta è dichiarato calco di una lettera di Rimbaud: «J’espère bien aussi voir mon repos avant ma mort. Mais d’ailleurs, à présent, je suis fort habitué à toute espèce d’ennuis et si je me plains, c’est une espèce de façon de chanter» (Rimbaud ai suoi di casa, da Aden, il 10 luglio 1882). Quattro, come già nella silloge precedente, le sezioni che vogliono dilatare in un canto più disteso quei frammenti d’anima e di vita arrivati, per usare un termine caro alla filologia petrarchesca, all’ultima forma.

Il cerchio famigliare, così presente in tutte le precedenti sillogi di Martini, si focalizza – in due sezioni dai titoli agiografici Ave Maria e Nel nome del padre – con le figure archetipiche della madre e del padre, «il Plinio», di cui confessa «rammendando qualche buco, / qualche lembo del suo sacco / ho vuotato anch’io il mio povero, / ho toccato il mio limbo». Una madre che era «come tante altre mamme», la cui evocazione poetica è narrazione – che ricorda a tratti il Ramat di Mia madre un secolo –, storia freudiana di momenti di memoria traslata e ricostruita, di luoghi reali e letterari in cui il figlio si inserisce, consapevole di assomigliarle «molto, ma non in tutto». Breve la sezione dedicata al padre, forse perché alla figura paterna – che giganteggia come ombra in tutta l’opera dell’autore – già era stata dedicata la prima parte dei Biografemi: qui ne viene evocata la morte, le cui porte aprono in realtà la possibilità, fino a quel momento negata, di comprensione («E proprio allora cominciai a capirlo»); e viene ricordata la “conversione” politica, stendhalianamente indicata dal titolo Rosso e Nero di provincia.

Percorsi e nomi e soprattutto letture emergono dagli Altri biografemi, versi offerti «come noci e castagne», in cui si rilevano pagine di vita intellettuale ed erudizione: vi ritroviamo un’eco del titolo della prima silloge dell’autore «Fior, frondi, herbe… Non bastarono / Petrarca e Laura a insegnarmeli» e riusi colti e corsivi ironici, che lasciano spazio a dubbi sulla soglia della letteratura come se la vita «stata non fosse o non fosse la mia». Affiora, nei versi generosamente autobiografici, un tema essenziale ed esistenziale che inserisce la poesia di Martini nell’onda lunga della letteratura novecentesca, il tema della vergogna di chi ha dedicato la vita allo studio e si è emancipato rispetto alla generazione precedente, ma ha vissuto questa emancipazione come un tradimento degli avi, gente semplice delle valli ticinesi: «Lasciare il paese vuol dire / non passarci la vita, tornare / una volta, un’altra, come capita, / suscitare fantasmi, / mutarlo nel paese dell’infanzia».

L’ultima sezione guarda, di nuovo ma con occhio nuovo, al Passato presente, quasi per esigenza di «concludere il giro», non ritraendosi dall’affrontare coraggiosamente il tema della inadeguatezza («imbranato fu il termine più cauto / per dire la tua umana condizione») che svela una sorta di complesso di inferiorità, nata forse già dal confronto con la figura paterna, che i versi non nascondono: è lo sguardo del disaiutato che, cosciente della propria condizione, si pone domande («Che differenza fa / tra studente e studioso?»; «Perché i compilatori di cataloghi / repertori dossier registri indici / neanche a ottant’anni e passa si dan pace?»), riflette sul professore e sul poeta («Se uno comincia a scriver versi / a più di quarant’anni / vuol dire che l’ha preso un’altra voglia»), si permette la leggerezza di giocare coi Maestri, con le modernità dell’oggi e le letture à la mode («PC non vuol dire soltanto / quello che ho inteso anch’io […] In David Foster Wallace è sigla di / Politicamente Corretto»), in una sorta di divertita concessione alla vita come letteratura. Ma Martini sa, con la saggezza della maturità, che questo non può «chiudere il cerchio». Il poeta si congeda infatti coll’intensità del dialogo interiore in versi che toccano l’apice della raccolta:

A gran fatica, dici, si dirada
il buio attorno alle lettere
e io so come solo sull’altrui
nero su bianco
scocca un barlume di quel passato
che tante amate presenze involve.
Agli eterni saleggi hanno riposo.
Sia data a noi una posa
e alle discendenze begli incontri,
simili ai molti che lungo gli anni
ci hanno consolati.

Un dialogo dunque che riporta tutto a quella letteratura come vita, nei confronti della quale chiede, alla fine: «Usategli misericordia».

Kurzkritik

»Die Streichhölzer der Seele« ist der erste Band der Reihe »Matura« des Verlags Alla chiara fonte. Es sind Erinnerungslichter, die leuchten »von woher noch niemand zurückgekehrt ist«, die Wörter und Dinge erhellen wie Glanz- und Freudenschimmer. Im ersten, titelgebenden Teil erscheinen Irrlichter aus explizit von Foscolo inspirierten Gräbern, sprechen und verschwinden wieder im Dunkel. Im zweiten Teil, »Portare la luce, difendere il buio«, verstrickt sich das bereits bekannte Gegensatzpaar Licht und Schatten in einen Kampf mit prophetischem Anklang, »bis zum nahen Zerfall der Tage«. Der letzte Teil, »Luminoso / Numinoso«, präsentiert den gewagten Versuch der Ekphrasis: die Gedichte widmen sich Bildern von Malern, deren Kunst wesentlich vom Licht geprägt war. (Joel F. Vaucher-de-la-Croix in Viceversa 14, 2020. Übersetzung Ruth Gantert)