Costellazioni distoniche
Due plaquettes recenti: Galli e Monnier
Nel corso del 2019 l’editore Alla chiara fonte di Viganello, che dal 2001 si dedica a “piccoli libri di poesia e altre indagini letterarie”, ha pubblicato alcune nuove raccolte dando spazio, fra gli altri, anche ad alcune voci emergenti del territorio ticinese. Diamo uno sguardo a Costellazioni distoniche di Lia Galli e a La sintonizzazione del vuoto di Gianluca Monnier, due brevi raccolte molto diverse fra loro, sia per la forma che per le tematiche [red.]
La seconda raccolta di Lia Galli dichiara, fin dalla breve prosa introduttiva, la propria costruzione in tre partizioni/città/costellazioni rispettivamente dedicate all’io, al tu e a «tutti», ciascuna introdotta da un testo eponimo. La prima prende il nome dall’indovino Tiresia, che sperimentò la condizione maschile e quella femminile, e delinea una condizione che «pur essendo cieca / crede di sapere il proprio destino» e «esiste solo nell’attimo prima / che le cose davvero accadano» (p. 9). La seconda, all’ombra della notturna Ecate, è una suite per un amore finito, tesa fra la promessa di «parole-isola, parole-rifugio» e l’esito di «parole-belva, parole-plotone» (p. 35). L’ultima, Sisifo, guarda alla pena insensata e senza fine di un mondo «novella Babele» dove «non esiste una lingua / solo una sequenza di urla sguaiate» (p. 48).
Già sulla soglia è così suggerito l’intreccio fra l’aperto riuso di grandi modelli della tradizione e un’impostazione tematica a netta dominante lirica che connota la raccolta. Essa è tramata dai nomi di una costellazione di punti di riferimento (Virginia Woolf, Bacon, Platone, Vermeer, Saba, Pessoa, García Márquez, Borges, Nietzsche, Galileo, Montale, Rimbaud, Ariosto, Leopardi, Ungaretti, Pasolini, Sartre, a cui si aggiungono i Sonic Youth, Bob Dylan, Janis Joplin) che si richiama apertamente, senza complessi, a una cultura novecentesca e non controversa o peregrina. Tale scelta si legittima ora attraverso un’esibizione plateale, come nel caso-limite della riscrittura ungarettiana di Moammed Sceab (p. 56) in coppia con la citazione/riformulazione del primo Montale in Avvoltoi e conversioni («Forse un mattino andando in un’aria di iprite / vedremo compirsi il miracolo / e il nulla ci coglierà umani», p. 57), ora tematizzandosi, dalla programmatica Flusso di coscienza («intanto rubo / usate parole che non ne nascono più / nelle immense sale parto occidentali», p. 22) fino alla conclusiva, leopardiana, La ginestra («io non ho parole nuove […] / posso solo indicarti la ginestra, ancora lei», p. 65). In generale, la linea Leopardi-Montale-Pusterla offre armonie sulle quali la voce di Galli si appoggia volentieri, senza ansie decostruttive. Non è estranea a questa stessa tradizione, del resto, nemmeno la messa in dubbio della presa delle parole sul mondo e la denuncia del loro inganno rispetto al male di vivere, che attraversa sotterraneamente i testi e fornisce un antidoto al rischio di un epigonismo ‘trionfale’ («Non la nomini mai la malattia […]. / Per addomesticarla le hai avvolto / con parole le membra aguzze e sfocate / ma il suo nome non lo pronunci mai», p. 27).
L’ostentata riconoscibilità dei modelli è sfruttata per portare avanti uno scavo eminentemente lirico, in una scrittura di buon tenore formale, ma capace di efficaci puntuali scarti verso il parlato e di intensa partecipazione emotiva. Un ruolo centrale, nella studiata costruzione, gioca l’eponima isotopia ‘stellare’, che ai due apici della raccolta denuncia l’illusorietà di ogni disegno unificante («le costellazioni / sono invenzioni della speranza / quasi utopie»: p. 11; «Ma non è tanto il dolore / a farci sentire smarriti / dietro le tende e i vetri opachi / quanto la mancanza di una linea / che ricongiunga i punti»: p. 61). Essa si dirama dalla sezione centrale, con il suo cielo notturno umanizzato. Qui da una parte la doppia stella all’estremo del braccio lungo del Cigno, che a occhio nudo appare come unico astro, e dall’altra la binaria X al suo interno divengono correlativo dell’impossibile unità nella distinzione di un rapporto di coppia (e di ogni rapporto): «Binarie lo siamo state di sicuro, / ma chissà se come Albireo dal doppio volto […] / o se il nostro girotondo invece / sia stato più simile a quello di Cygnus X-1, / tu supergigante blu io buco nero, / e io abbia divorato il tuo corpo stellare» (Cigni, p. 38). Le costellazioni che via via si incontrano sono distoniche tra loro e al loro interno, emblema della inesauribile ricerca di una salvezza che coinciderebbe con la possibilità di sentirsi intera nella relazione con sé, con gli altri e con le cose (Virginia, pp. 10-11, I giardini sono come il mare, p. 24, Non era niente, p. 25, L’inferno di Sartre, p. 63).
La prima raccolta poetica del regista, giornalista e produttore Gianluca Monnier si lega a una ricerca più che ventennale in campo artistico. La plaquette si può infatti leggere in continuità con quanto realizzato dall’autore nei suoi video e nelle sue installazioni, oltre che nei lavori del collettivo ‘parapluie’, con Andrée Julikà Tavares. Il titolo stesso si pone in quest’ottica, riprendendo quello della mostra personale del 2004 presso Officina Arte a Magliaso – e già un video del 1999 si chiamava Sintonizzazioni (pare doversi a un refuso la forma ‘sintonizzazzione’ in copertina, dal momento che essa appare secondo la norma ortografica nella prima aletta della pubblicazione e nel video di promozione caricato dall’autore).
A questa produzione, visiva e performativa, sembra anche rimandare la scelta di un’impaginazione non tradizionale dei testi, che insieme alla disarticolazione sintattica e all’uso desultorio dell’interpunzione potrebbe far pensare a una ripresa di poetiche neoavanguardiste. Tuttavia la scrittura di Monnier non approda a una messa in discussione della lingua, né mira a esiti espressionistici. Così anche, a livello lessicale, l’ampio uso di sigle, antonomasie o termini stranieri per lo più di ambito tecnologico, che compone quasi un’antologia di relitti nominali dell’ultimo trentennio (prese scart e chiavette usb: p. 3; link di carne e selfie: p. 7; neon, gameboy e videoclip: p. 9; «soap opera video trans fetish sado lesbo»: p. 15; pasto moulinex: p. 22; polaroid: p. 26; sequenze batch: p. 27; cadaveri-telex: p. 31), non è ordinato a uno scavo in direzione plurilinguistica. Questo insieme di scelte formali sembra piuttosto voler dare forma, mimeticamente, alla condizione di straniante banalità determinata dall’ingresso quasi impercepito nella vita comune di oggetti (e parole) che la rendono estranea a sé stessa.
Fin dai due testi di apertura (pp. 3 e 4), il punctus in molte di queste poesie è proprio l’attrito fra le interrogazioni (umane) del soggetto e il contesto automatizzato che le ospita, due mondi che interagiscono senza potersi mai sintonizzare:

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A questo stesso livello si colloca la meditazione sul rapporto fra il corpo e il mondo dei dispositivi elettronici e dei media, esplicitato a circa metà della raccolta dal trittico alle pp. 12-14 (I: «Onde, radiazioni, arto- / telecomando»; II: «Lo strumento ha interrotto circuiti / ha inciso muscoli oculomotori / trapiantando un intreccio / di cavi elettrici, una lastra / al plasma ha sostituito lo specchio / dell’iride»; III: «Quindi le lacrime possono / essere asciugate con un tasto») e riecheggiato nel testo finale («qui / prima c’era un corpo / ora una faccia dispaccio d’agenzia in bianco / e nero ci guarda seriale»: p. 31). È un nodo tematico a cui si legano anche l’immagine ricorrente del manuale di istruzioni («invoco il manuale dei mille perché titolo: // “coinvolgimento dell’utente / nello sviluppo di un programma” // simmetrico e facile da usare»: p. 5; «a volte / si può spolverare qualche libro / o consultare un manuale tecnico / in lingua inglese il senso sta / nel gesto di un elettrodomestico / nel pane francese precotto»: p. 10; «scatole di testure con istruzioni / per l’uso confuse / da mille controindicazioni alla lettera / altre mille lezioni di corretta dizione / tipo questa non è poesia / l’altra non fa testo / insomma non c’è crusca e cristo / c’è soltanto zapping»: p. 16; «friggere in un frenetico sfregare / di tasti e leggere istruzioni / sacre di masturbazione catodica»: p. 23), così come i temi della memoria e dello sguardo, a manifestare il persistente effetto di irrealtà che promana dal nostro quotidiano sempre più artificiale («e un neon ci sovraespone»: p. 20). La plaquette, con la sua «lingua infetta / in attesa di un istante / che si riveli» (p. 9) si offre così come una testimonianza sofferta dello scarto fra il mondo dell’automazione e quello della vita, imprevedibile e inordinabile – e però rivelatrice della legge entropica che tutto accomuna (p. 15).
