Cinque cartoline dal fronte e altra corrispondenza

Pietas e sguardo etico, questi i confini di Cinque cartoline dal fronte e altra corrispondenza. Libro di luoghi e resistenza dell’umano, della vita che si riapre continuamente al mondo, provando a salvaguardarne, nella parola, la durata: «Verso Luino le strade non crollano, / non lasciano voragini aperte sopra il buio». In un linguaggio piano che, infatti, nella terza sezione tracima in brevi inserzioni prosastiche, si racconta una storia di corrispondenze, il tentativo comune, ma non per questo meno urgente, di riattivare uno scambio, un nucleo di relazione, sebbene a sentirsi sia «l’ansia dell’inizio, e più forte / la paura di un’altra, nuova fine». (Gianluca D’Andrea)

(dalla quarta di copertina)

Recensione

von Ariele Morinini
Publiziert am 27.04.2020

A un lustro scarso dall’uscita di Nuovi giorni di polvere (Casagrande, 2015), Yari Bernasconi riprende, con la nuova e misuratissima raccolta Cinque cartoline dal fronte e altra corrispondenza, pubblicata per l’editore L’Arcolaio di Forlì, il filone dell’epistola in versi, avviato dieci anni prima con Lettera da Dejevo (Alla chiara fonte, 2009).

La silloge, dal titolo, converge tematicamente verso un tormentato «sentimento della frontiera» (con Sereni), che acquista, mediante un’arguta sostituzione etimologica (frontiera: fronte), una dimensione bellica. Il confine, inteso come barriera politico-sociale o psicologico-relazionale, diventa allora una linea di contatto tra forze contrapposte, impegnate in guerre feriali e logoranti. Attorno a questa isotopia tematica, analizzata da prospettive e con soluzioni diverse, è sviluppata l’intera raccolta, che si divide in tre compartimenti dialoganti tra loro ma animati da tensioni e dominanti proprie: una prima sezione, nella quale la riflessione del poeta concerne le ostilità connesse alla frontiera politica tra il Ticino e la Lombardia; una seconda, la più variata, che riprende e sviluppa alcuni spunti della precedente con una scelta di Altra corrispondenza; e una terza, nella quale Bernasconi calca il pedale dell’invenzione e raccoglie dieci frammenti epistolari dal futuro, che mediano il difficile rapporto tra un uomo e una donna. Sul piano strutturale il libro asseconda una statica rigorosa, fondata su un principio d’ordine quinario: le prime due partizioni contano cinque testi ciascuna, nell’ultima i dieci frammenti costituiscono in sostanza cinque scambi di battute tra i due interlocutori, distinti con la grafia tonda o corsiva a seconda dello scrivente.

Nonostante l’organicità e la coesione complessiva, le singole parti hanno vicende genetiche distinte. La prima sezione, intitolata Cinque cartoline dal fronte (attorno a Ponte Tresa), nasce da un impulso esterno. Così suggerisce l’autore, intervistato da Guido Grilli nel febbraio 2020:

«I cinque testi che compongono la prima sezione sono però nati nel quadro di una manifestazione alle Giornate letterarie di Soletta, che chiedeva di scrivere sul tema della guerra o su un conflitto socio-politico: ho scelto un po’ provocatoriamente il conflitto meno spettacolare che mi venisse in mente» (La Regione, 10 febbraio 2020)

Ancorata a una precisa dimensione geografica dal ricorrente uso toponimico, la prima partizione della silloge si sofferma come detto sulle tensioni politico-sociali tra il Ticino e la Lombardia, attorno alle quali si è generata negli scorsi decenni una sorta di non-guerra, un conflitto senza potenzialità di riscatto («Gli eroi sono altrove»). La geografia identitaria illustrata nelle cartoline è frammentata e il confine che la percorre assume risvolti problematici, generando malintesi e rancori:

Non ci sono trincee, ma sempre più profondo
è il solco dell’odio, delle finte incomprensioni.
(p.17, vv. 8-9)

Nella prospettiva dell’autore il «solco dell’odio» è un limite inconsistente, pretestuoso e valicabile senza difficoltà da chi è privo di preconcetti. Lo dimostra la bella immagine, ad alta valenza simbolica, del ragazzino che con poche bracciate colma il divario tra Caslano e Lavena, ridimensionando così la portata e il significato del fronte:

Attraverso la striscia d’acqua dolce
fra Caslano e Lavena, dove i pesci
sembrano rallentare, un ragazzo raggiunge
l’altra riva e schiamazza. [...]
(p. 19, vv. 1-4)

Le poesie del primo capitolo discutono pacatamente, demandando al lettore eventuali conclusioni, una certa politica – regionale e internazionale – che necessita di toni accesi e iperbolici, e che fa della tendenziosità e della strumentalizzazione un’arma vincente. In questo senso, il primo testo è una sorta di mise en abîme dell’intera sezione, che di fatto ne riprende e approfondisce la riflessione:

Dicono guerra e io guardo il lago
appena mosso. Lo specchio di cielo
fra Italia e Svizzera, nel tepore del sole
che arriva. Gli eroi sono altrove:
niente sanno di queste vite assembrate
negli abitacoli e nel traffico, in mezzo a polveri
sospese. Le giornate che si stringono
fra due diverse e sempre uguali indifferenze.
Non direbbero guerra, se potessero.

La coerenza della serie è palese anche sul piano formale. Le cinque poesie sono infatti composte da nove versi ciascuna, quasi questa misura costituisse il riquadro o la cornice ideale della cartolina. Quest’ultima, di tradizione ben più modesta rispetto alla lettera, sostituisce l’immediatezza all’argomentazione protratta. Ne risultano cinque rapidi bozzetti, che con una sintesi di testo e immagine conducono una riflessione sull’irrigidirsi delle frontiere; una dinamica paradossale nell’epoca delle grandi intese: «Forse hai persino ragione: l’Europa | unita non è che un disordine di desideri» (p. 24, vv. 1-2), scrive Bernasconi con un eloquente enjambement.

A differenza di quanto si legge nelle cartoline, la sezione Altra corrispondenza raccoglie lettere rivolte a destinatari reali o presunti tali: lo suggerisce l’autore nelle note in calce al volumetto. Questa corrispondenza, che richiama per certi versi il Botta e risposta montaliano, diventa allora reciproca e cambia di conseguenza l’assetto dei testi, configurati talvolta come responsive a un messaggio precedente che non ci è dato leggere. Si veda ad esempio l’incipit della quinta poesia:

Certo che mi ricordo della Fiat e della strada
tra Roma e Grosseto [...]
(p. 27, vv. 1-2)

La partizione centrale fa da contrappunto alla precedente presentando una breve antologia di lettere di fratellanza e amicizia, anche nel dissidio: penso al secondo componimento, riconducibile più nei modi che non nelle finalità ai Cardi di Giorgio Orelli, poeta largamente studiato da Bernasconi. Vale la pena citare distesamente il testo, nel quale il colloquio dell’autore si svolge anche su un piano strettamente letterario. Si veda a proposito la citazione del racconto Zinco di Primo Levi felicemente incastonata nel finale:

Forse hai persino ragione: l’Europa
unita non è che un disordine di desideri.
E quindi? Ti sembra davvero abbastanza
per mostrare i tuoi denti bianchi, ridere,
ripetere il sermone del modello svizzero?
Dimenticando di dirci chi sei e da dove vieni
veramente. Dimenticando quello che dà vita
alla vita: l’incerto, l’impuro, l’impossibile.
Se questa è sul serio la tua terra promessa,
puoi tenerla per te. Coltivaci i tuoi sassi.
Nel frattempo, con l’orizzonte in ombra,
tutto il resto nel buio, continuo a credere
che senza un grano di sale e di senape
non siamo nulla.

Bernasconi non è poeta che presume una verità assoluta, a questa preferisce la costante tensione tra cedevoli certezze e un più vitale dubbio: ne deriva, sul versante espressivo, l’ingente uso della negazione, che s’impone come cifra stilistica centrale; sarà sufficiente, a tale proposito, verificare nell’intera raccolta l’alta frequenza degli avverbi di negazione.

Come nei libri precedenti, il poeta rifiuta la postura lirica. L’io e il tu (insito nella dimensione epistolare) sono in costante dialogo con un più solidale e unitario noi:

Ma no, non eravamo più giovani: siamo
noi. Né tu né io. Soltanto noi. Il nostro noi
senza tempo.
(p. 27, vv. 6-8)

Si sviluppa così un colloquio – sia pure a distanza o ipotetico – foriero di acquisizioni e nuove prospettive sul mondo; anche perché «la presenza degli altri dà senso a molte cose» (p. 34). Questa peculiarità non risponde tuttavia a un intento programmatico, asseconda invece una necessità psicologica o emotiva dell’autore. Sulla questione, Bernasconi si esprime nell’intervista sopracitata:

«Per essere sincero, la gestione dei pronomi nei miei testi rispecchia anche la difficoltà e l’imbarazzo che incontro talvolta nel pronunciare “io”, o altre volte “noi”. Esiste anche un atto di superbia nello scrivere: se decidi di pubblicare è perché – più o meno coscientemente – credi di avere qualcosa di interessante da dire. [...] Certo, il “noi” mi piace molto, è persino rassicurante, ma non è meno problematico e delicato, visto che utilizzandolo ci si arroga – almeno in parte – il diritto di parlare per gli altri»

La corrispondenza, sino a qui unidirezionale, giunge a compimento nella terza sezione, Dieci lettere dal futuro, che proietta in un avvenire immaginario (come suggerisce l’esergo da Ray Bradbury) il rapporto conflittuale tra un uomo e una donna: il confine allora si colloca simbolicamente in una dimensione relazionale. La stringente coerenza delle prime due sezioni, contigue anche per temi e modalità, è dunque stemperata nella partizione finale, che varia sensibilmente le costanti. L’ultima è infatti la parte più inaspettata e in un certo senso innovativa della silloge: non tanto per il passaggio alla prosa, presagito nelle scelte stilistiche delle prime due sezioni e consono ai modi dell’autore, quanto per l’assetto narrativo e tematico. Per quanto concerne l’ambito formale, la musicalità trattenuta e il ritmo sospeso dei testi precedenti, come detto, cede quasi naturalmente il passo alla prosa, nella quale resiste tuttavia una postura poetica. Per ora basti, a tale proposito, l’accertamento nel primo frammento della serie di un calco dalla lirica Nel cerchio familiare di Giorgio Orelli: «[...] nella conca | scavata con dolcezza dal tempo» diventa con un’agile variazione lessicale «in questa grotta scavata dal buio». Il capitolo conclusivo, che pure ha il merito di sperimentare nuove soluzioni, di saggiare nuove strategie espressive, non giunge nel complesso al risultato dei precedenti: i dieci frammenti raccolti nella partizione si combinano solo parzialmente in un quadro unitario e non compiono appieno la tensione emotiva che il soggetto prospetta (e forse richiede).

In sintesi, tolte le innovazioni di cui sopra, Cinque cartoline dal fronte e altra corrispondenza si pone nel solco delle precedenti raccolte dell’autore. La poesia di Bernasconi, che si produce per immagini e addensamenti di senso, affronta in modo intelligente e sottile, con una pronuncia sicura e distaccata, che ricorda nei toni evocativi e sospesi quella di Fabio Pusterla, alcuni nodi e strappi della società, regionale e più ampiamente europea. Nelle capacità riflessive e nello sguardo etico si trova l’anima più vibrante dell’opera presente e delle precedenti: si pensi, ad esempio, all’impeto storico-politico che innerva Lettera da Dejevo, o ancora alla bella poesia Per la galleria ferroviaria del Gottardo, raccolta in Nuovi giorni di polvere, che contiene in nuce alcuni motivi sviluppati nelle più recenti cartoline.

Presseschau

"Leggere oggi Cinque cartoline dal fronte e altra corrispondenza, con la mente al percorso degli ultimi anni, è in un certo senso un'esperienza rassicurante, data dalla continuità tematica, dalla consapevolezza del montaggio e soprattutto dalla coerenza stilistica, che non pare essere venuta meno con il passare del tempo. [...] Insomma quando Yari Bernasconi scrive, scrive a qualcuno, da un luogo preciso, in un punto fisso del tempo. È la dichiarazione stessa di un bisogno di comunicazione e, insieme, il desiderio di lasciare un segno." (Pietro Montorfani, Azione, 06.07.2020))