Alla fine dell'Illuminismo
Interviste e colloqui

Max Frisch
Übersetzung von: Mattia Mantovani

Il grande scrittore svizzero Max Frisch si racconta in una serie di interviste che coprono l’intero arco della sua vita creativa, dai primi anni Trenta alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso. Ragione e utopia, ideologia e critica, potere e morale, odio e violenza, sfera politica e sfera privata, l’io e gli altri, verità e menzogna, fatti e finzione, morte e suicidio: Frisch si sofferma sui grandi problemi dell’esistenza e sull’odiata-amata Svizzera, alla quale è stato legato da un rapporto molto difficile e controverso. Nel dialogo su questi temi rivive non solo la persona di Max Frisch, ma anche un’intera epoca, con tutte le sue contraddizioni. E con domande che, malgrado i cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni, si sono conservate più che mai attuali.

(dalla presentazione del libro, Meltemi)

Recensione

von Luigi Trucillo
Publiziert am 31.10.2019

“Classica è l’opera che conserva nel tempo il suo valore, la sua vitalità…” affermava Giuseppe Pontiggia in un’intervista del 2011, continuando con: “Il problema non è se i classici sono attuali, ma se noi siamo attuali per i classici, che godono di ottima salute…”

È difficile trovare una frase più attinente all’effetto provocato da una lettura odierna di Max Frisch; anche tenendo conto dell’attuale indifferenza nei suoi confronti, che la dice lunga sull’intempestività di noi contemporanei. Giunge quindi quanto mai opportuna la raccolta delle interviste del grande scrittore svizzero appena pubblicata da Meltemi con la traduzione e la cura di Mattia Mantovani . Il libro, che raccoglie cronologicamente i colloqui più importanti avvenuti nel corso della carriera, è una buona occasione per riaprire i conti con una figura imprevedibile e allo stesso tempo paradigmatica della scena letteraria della seconda metà del 900. Quella segnata, per intenderci, dal contraccolpo del secondo conflitto mondiale e dai posizionamenti della guerra fredda. Non è un caso che Cees Nooteboom, raccontando nel suo recente 533, il libro dei giorni dei suoi incontri con Frisch, abbia rilevato come gli scrittori svizzeri siano da considerare degli outsider. Prima di tutto per la loro contiguità linguistica con la Germania, percepita come “una sfida e una presenza”.

E poi, segnatamente per gli autori della generazione di Frisch, a causa del loro non aver partecipato all’esperienza fondante della guerra. Nel caso specifico, tuttavia, ho parlato di imprevedibilità perché da qualunque lato la si prenda la figura di Frisch appare mossa da istanze esplorative che ne decentrano l’esperienza, conducendola verso un’inesausta riscrittura delle coordinate personali e estetiche. Oltre le funzioni canoniche, un tale atteggiamento magmatico vuole spostare il lettore verso la consapevolezza di un orizzonte più ampio, la costante irriducibilità del reale. Ciò appare evidente anche tra le pieghe del libro appena edito. Di solito le interviste sono impostate su uno schema fisso, dove l’intervistato risponde alle domande del proprio interlocutore. Questo impianto non regge davanti all’innato bisogno di Frisch di relativizzare i ruoli e sfuggire ai cliché. Molto spesso la sua propensione maieutica a liberare il movimento delle idee aderendo alle diverse angolazioni della coscienza lo porta in queste pagine a un gioco di scambio tra intervistatore e intervistato, dove la posta in palio è stanare i punti di vista che ci immobilizzano nella fissità delle definizioni a scapito della fluidità degli argomenti. Lo scrittore elvetico sfidando il convenzionale gioco delle parti vuole così aprirsi alla dinamica dialogica dei colloqui, alla ricerca di una partecipazione immediata che attivi il confronto. Così come ci rivelano le interviste, questa inquietudine elevata a metodo è il fulcro dei suoi grandi romanzi esistenziali, come Homo faber, Stiller e Il mio nome sia Gantenbein, fondati sulla perdita di identità dell’uomo con se stesso, e sullo smascheramento delle invenzioni dell’io. Qui e altrove, i suoi testi propongono una galleria di fuggitivi, o di ambigui impostori equivocati a causa della loro indeterminatezza. Per lui l’immagine sociale è un veleno che aliena, irrigidendo ciò che tocca, la propria precarietà irredimibile, costringendoci alla mistificazione.

Una tale spinta verso la destrutturazione prismatica risulta tanto più interessante perché viene attivata lucidamente a freddo, e con l’apporto di una componente dialettica. Con la sua consapevolezza del persistere di dimensioni simultanee, così tipica della sensibilità degli esuli, conserva infatti al proprio interno la memoria delle proprie diverse radici, utilizzate come risorse del lavoro. La sua formazione di architetto ad esempio, trapiantata nella scrittura conserva le proprie tendenze plastiche, arricchite però degli scarti improvvisi della letteratura. Ce lo rivela il montaggio dei suoi diari, un vero e proprio cantiere a cielo aperto di spunti e stilemi letterari, usati alla stregua di materiali di risulta animati dallo sperimentalismo. “Scrivere significa: leggere se stessi” ha detto Frisch, portando alla luce l’esigenza di quella terra incognita dove si viene scoperti dalla propria scrittura. In altre parole: la teoria di una scrittura come esperienza di se stessi è simile a un’intervista in presa diretta fatta dal gesto letterario al proprio autore. Si fonda sul tempo inedito di una sorpresa che accomuni autore e lettore in un medesimo presente fatto di slittamenti e rivelazioni. Nel suo accadere, ciò che si scrive deve sorprendere prima di tutto l’autore, inteso come quel sé che si identifica con gli altri. Cito fra tutti i testi possibili i suoi famosi Questionari, una serie di spiazzanti domande esistenziali (per esempio sul matrimonio o sulla speranza) rivolte a se stesso come a chi legge, che svolgono la funzione di una vera e propria istruttoria della coscienza atta a decifrare la realtà. Una realtà che è indagabile facendo piazza pulita delle classificazioni di comodo, mentre la verità per essere portata alla luce ha sempre bisogno di parabole e metafore, può solamente essere inventata. Eppure Frisch resta uno scrittore concreto, immerso in un corpo a corpo con le materie e le situazioni che vincolano le vite, da lui affrontate con un’attenzione quasi carnale. “La verità è concreta” ripete con il suo maestro Brecht, e anche nella scrittura “è consentito solo ciò che riesce. E riesce soltanto ciò che riesco a capire e mi sembra possedere una residua credibilità.” Cioè ciò che spinge il dicibile “verso ciò che è segreto, verso il vivente”. Certo, a volte corre il rischio del didattico, come del resto testimonia la sua lunga frequentazione di Brecht, da cui ricavò l’importanza della serietà razionale da immettere nella produzione artistica. Ma lo fa consapevolmente, scorgendone pregi e pericoli. Come quando confessa nell’intervista con Dieter E. Zimmer che alcune sue parabole teatrali come Omobono e Andorra sono finzioni che fungono da esempio, da modello, e quindi costituiscono un insegnamento che irrigidisce il senso. Al punto da costringerlo a cercare altri procedimenti teatrali per sfuggire al proprio disagio verso lo schematismo. Un’affermazione tanto più complessa perché non esaustiva, visto che in un’altra intervista con Enrico Filippini afferma che l’epica non ha bisogno di illusioni ma di modelli, di storie raccontate non come se fossero accadute, ma in quanto messinscene, finzioni che rivelino il ruolo preponderante dell’invenzione nelle nostre vite. Non c’è da stupirsene: diffidente com’è verso l’inerzia dei risultati acquisiti Frisch si muove sempre alla ricerca di varianti. A ben vedere questo suo moto di resistenza centrifuga fa da contraltare agli equilibri di un’epoca postbellica che proponeva nuove ricomposizioni farisaiche. È una chiamata alle armi della coscienza critica a tutela della libertà che accompagna ogni vero percorso di conoscenza. Così, dopo aver menzionato l’influsso brechtiano, non faremmo giustizia all’umanesimo eretico di Frisch tanto propenso allo scetticismo se non citassimo un altro dei suoi riferimenti essenziali. Parlo di quel Montaigne il cui celebre motto: “Che cosa conosco?” potrebbe essere messo a epigrafe dell’intera opera dell’autore svizzero. Così come la sua lotta contro i pregiudizi, e in favore della mutevolezza del teatro dell’io, potrebbe ben collocarsi come antesignana del vortice delle possibilità e le ipotesi che plasmano i testi di Frisch. In fondo, la disputa tra il paesaggio immobile dettato dal pregiudizio e il possibile punto di fuga attivo nella rappresentazione è il segno distintivo della sua poetica, ciò che ancora ci tocca e ci stimola rivelandosi sempre di nuovo reale.

A fronte della disillusione contemporanea, il suo irriducibile bisogno di verità e chiarezza calato nella polemica politica come nella tensione delle forme testimonia proprio quella vitalità inerente ai classici di cui parlava Pontiggia. Ce lo mostra sottotraccia anche questo libro di interviste, che nella sua polisemia prospettica adombra il sistema di apertura verso le diverse intonazioni dell’esperienza che tanto appassionò lo scrittore. Ogni raccolta antologica mette in scena un bilancio complessivo dei risultati di un autore nel tempo. Enuncia una collocazione. E per uno scrittore curioso come Frisch mosso dall’esigenza di un’utopia mobile, cioè capace di esplorare la forma ignota del futuro attraverso il cambiamento, questo corto circuito può rappresentare l’ennesimo atto di sfida al linguaggio dominante.