Non era soltanto passione Generazione degli anni '80
Non era soltanto passione
Quindici poeti, tutti nati negli anni Ottanta, cresciuti e/o attivi nella Svizzera italiana, in ordine alfabetico per cognome, tra le tre e le nove pagine ciascuno. È questo l’estremo sunto dell’antologia intitolata Non era soltanto passione. Generazione degli anni 80, edita nel marzo del 2018 dalla ticinese Alla chiara fonte (Lugano). Nell’introduzione al libro la scrittrice e giornalista Debora Giampani situa da subito il volume all’interno del contesto specifico di un mercato editoriale «ristretto e già saturo come quello della poesia nella Svizzera italiana» (p. 8). I poeti conoscono bene la situazione appena citata poiché è quella in cui operano quotidianamente. Come giustificare allora la volontà di un’antologia? si chiede giustamente la prefattrice. Se da un lato è indubbiamente la «passione» per la poesia citata nel titolo ad unire gli autori presentati, dall’altro limitarsi a questo aspetto sarebbe riduttivo. Vale la pena allora soffermarsi su una seconda caratteristica comune a tutti i poeti, ossia il dato anagrafico, e domandarsi in quale misura vi sia una relazione tra questo dato e l’espressione poetica.
Il discorso generazionale è attualissimo. Per una generazione riflettere su sé stessa per mezzo di strumenti artistici significa non solo elaborare la relazione tra gli individui e gli eventi che li hanno segnati, ma anche mettere in luce differenze e somiglianze al suo interno e con le generazioni precedenti e successive. Nel caso specifico della generazione di chi è nato negli anni Ottanta non è allora banale inserire quest’ultima in una riflessione sulla spesso citata sequenza delle generazioni X, Y e Z soprattutto per ricordare quanto velocemente siano cambiati nell’ultimo mezzo secolo caratteristiche fondamentali della società. Per citarne solo alcune si pensi ai cambiamenti avvenuti nella tecnologia, nella politica o nel mercato del lavoro. Ma quale è, in questo contesto, il ruolo della poesia in generale? Nell’antologia i poeti non sono presentati come potenziali sociologi, soggetti e oggetti di un’ipotetica analisi teorica. Il libro sembra piuttosto suggerire che ai poeti sia dato il compito di osservare l’ambiente circostante e trovare una voce per esprimere quanto osservato. Potrà allora sorprendere la quasi totale assenza nei componimenti scelti di elementi puramente contemporanei (come nomi propri, riferimenti a eventi o oggetti specifici, sostantivi dalla sfera semantica della tecnologia o simili). Non mancano invece descrizioni naturalistiche e quasi atemporali del paesaggio: ma non si dimentichi che la descrizione della natura è parte integrante dell’espressione poetica sin dai tempi di Orfeo. Viene allora da domandarsi se il ruolo del poeta sia così legato al dato anagrafico come suggerisce la scelta stessa di pubblicare questa antologia di poeti tutti all’incirca della stessa età.
Vi è un’ulteriore questione finora non affrontata, di cui (forse volutamente) non si parla nemmeno nella prefazione, ma su cui l’antologia porta a riflettere: la Svizzera italiana ha una specificità che può aver avuto influsso sulla creazione poetica di quelli nati negli anni Ottanta? E allora, come suggerisce Debora Giampani, questa poesia andrebbe forse comparata a quella di autori svizzeri italiani nati nella generazione precedente degli anni Settanta («Augustoni, Andina, Bianconi, Buccella, Buletti, Jurissevich, Moro, Mottis, Scharpf, Soldini, Stroppini», p. 8) e a quella del decennio successivo? Volendo in questa sede mettere in dubbio tale specificità, forse più di una riflessione generazionale applicata alla letteratura di un’area geografica tanto ristretta, risulterebbe interessante e fruttuoso ampliare il discorso alla vicina Italia per parlare di generazioni a livello sovraregionale. L’hanno fatto ad esempio i germanofoni con la pubblicazione di tre antologie (l’ultima: Lryik von jetzt 3. Babelsprech. A cura di Max Czollek, Michael Fehr e Robert Prosser, Wallstein Verlag 2015) in cui sono raccolte poesie di giovani poeti (nati dal 1980 in poi) in lingua tedesca di Svizzera, Germania e Austria. Queste pubblicazioni sono frutto del progetto Babelsprech, fondato nel 2013, i cui obiettivi principali sono di creare sinergie internazionali e allo stesso tempo di rafforzare la percezione della poesia come strumento artistico di riflessione. Dall’iniziativa sono risultati non solo incontri tra poeti, ma anche numerose letture aperte al pubblico. Benché quello appena citato sia certo un progetto più ampio di una sola antologia, valga qui come spunto di riflessione per domandarsi se per il volume italofono non sarebbe stato più interessante includere componimenti di poeti italiani.
Ma mettendo da parte qualsiasi discorso si possa imbastire a proposito di caratterizzazioni letterarie di una generazione o di un’area geografica, forse l’aspetto principale di questa antologia tutta ticinese rimane l’eterogeneità delle voci da cui è composta. Ben venga allora l’eterogeneità, soprattutto nella società odierna in cui anche in ambito culturale e artistico viene discussa una tendenza all’omologazione. E ben venga la poesia! Se la si vuole intendere come espressione della soggettività di chi scrive, allora l’accostamento di più soggettività diverse tra loro porta per forza a un risultato poliprospettico e dunque arricchente per chi legge. Per dare un’idea di quanto appena detto, basti citare alcuni esempi dai componimenti scelti per l’antologia. La voce di Andrea Bianchetti dipinge un itinerario notturno in cui affronta il tema dell’HIV, riferisce di una conversazione con una prostituta e del gusto di una «vodka calda». Il percorso termina con un aneddoto su Oliver Sacks, a cui piacevano i gefilte fish, che spezza il clima terso d’incomprensione nei versi quasi prosastici del componimento. I versi di Lia Galli invece sembrano vivere di una vita propria, tanto riescono a protrarre a lungo la conclusione di una proposizione avversativa introdotta all’inizio da un «chissà». Mercure Martini si attiene rigorosamente alla quartina riuscendo tuttavia a creare ritmi nuovi e sorprendenti. Non da ultimo Carlotta Silini conversa con un tu assente, invocando ricordi, con versi spinti oltre il bordo della pagina. Se la bellezza della poesia sta nel ritrovare nelle parole dell’altro qualcosa che parla anche di noi, allora sono proprio quelle di Carlotta Silini le più adatte a concludere questa recensione: «e forse non importa avere forma fissa» (p.125).