La campana di Marbach Antonio Ligabue, romanzo dell'artista da giovane
La giovinezza di Antonio Ligabue appartiene al romanzo più che alla realtà. Si innesta, nella geografia e negli affetti, in luoghi distanti e assai diversi fra di loro: Zurigo e le valli dolomitiche, da dove è emigrata la madre; la Svizzera orientale, in cui il «matto», dopo essere stato abbandonato, cresce in una famiglia affidataria; e le pianure emiliane, dove arriva ventenne, senza conoscere una sola parola di italiano, espulso dal paese che pure ha cercato di offrirgli un avvenire perché «mentalmente minorato e socialmente pericoloso». Violente ribellioni e amari rimpianti, fughe verso l’ignoto e desiderio di riscatto, vagabondaggi nella natura e reclusioni in manicomio riempiono un’epoca molto travagliata. Dolore e risentimento, nostalgia e illuminazioni si sciolgono nelle pagine di questo romanzo dove la memoria del suono delle campane e dei paesaggi elvetici, dei loro colori, delle luci e delle atmosfere torna a rinnovarsi come nelle opere del pittore. Martinoni parte dalla realtà per avventurarsi a poco a poco nella magia visionaria di un mondo che nutre profondamente l’ispirazione e il lavoro di uno dei più grandi e inquietanti artisti del Novecento.
(dalla descrizione del libro, Guanda)
Recensione
Il romanzo di Martinoni nasce dall’interesse per gli anni di formazione dell’artista Antonio Ligabue, già indagati dall’autore in un precedente studio (Antonio Ligabue. Gli anni della formazione (1899-1919), Venezia, Marsilio, 2019). Gli ampi studi documentari alimentano una finzione narrativa giocata sull’aderenza alle ambientazioni, ai contesti sociali e culturali, ai fatti di cronaca, ma anche su situazioni d’invenzione che, allontanandosi forse dalla verità storica, danno però spessore e carattere ai vari personaggi legati alla gioventù di Ligabue.
L’originalità del romanzo, rispetto alle numerose e anche recenti narrazioni biografiche sulla vita di Antonio Ligabue (si pensi al film di Giorgio Diritti, Volevo nascondermi, premiato al Festival di Berlino 2020 per l’interpretazione di Elio Germano), è di non interessarsi all’ascesa dell’artista, alla storia del suo riscatto e del suo riconoscimento sociale tramite l’arte, ma di fermarsi prima, alle vicende che culminarono nell’espulsione del giovane dalla patria adottiva, la Svizzera.
L’autore non intende dunque esaltare il mito di un “artista maledetto” destinato al successo, quanto raccontare le sorti degli emigrati italiani tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e allo stesso tempo dare corpo ai primi vent’anni della vita di Ligabue vissuti nella Svizzera nord-orientale.
Il romanzo si muove fin da subito su questi due piani, a partire dalla nascita di Antonio alla Frauenklinik di Zurigo il 18 dicembre del 1899, dove la madre Maria Elisabetta Costa, emigrante italiana della provincia veneta di Belluno, si reca per mettere alla luce “con discrezione” il “figlio della vergogna”. Nella finzione narrativa il padre naturale di Antonio viene riconosciuto nel personaggio di Martino Soppelsa, un “carbonèr”, un carbonaio suo compaesano che seduce la giovane prima della sua partenza in Trentino come lavoratrice stagionale. La scoperta della gravidanza spinge Elisabetta a emigrare in Svizzera per evitare il giudizio della famiglia e dei conoscenti.
Dopo il parto, nella stanza divisa con altre emigrate, Elisabetta è colta da «mille pensieri»: sono pensieri sull’abbandono quelli che la ossessionano, il distacco dai luoghi e dagli affetti del suo paese di origine al quale si aggiungerà l’abbandono all’età di un anno del piccolo Antonio, affidato a una famiglia della Svizzera tedesca a causa dell’estrema povertà in cui versano Elisabetta e il marito Bonfiglio Laccabue, un emigrato italiano conosciuto in Svizzera, che prima dell’affidamento riconoscerà Antonio e gli darà il suo cognome.
Antonio non rivedrà più la vera madre; se con l’abbandono del figlio ci si aspetterebbe un’uscita di scena di Elisabetta, Martinoni invece indugia nel racconto delle tragiche vicende della giovane emigrata rendendola di fatto la protagonista della prima metà del libro, alle prese con un legame spezzato che non cesserà di tormentarla fin sul letto di morte. Tale scelta narrativa è giustificata dal fatto che una serie di reali circostanze ma dal sapore “romanzesco” avvicineranno più di una volta i destini della madre e del figlio, senza mai davvero incrociarli.
La particolare attenzione al personaggio di Elisabetta permette inoltre a Martinoni di raccontare la vita di stenti che spingeva le donne bellunesi come la madre di Antonio, a lavorare come “cioda” in Trentino. L’autore va oltre il documento e dà vita a questi personaggi immedesimandosi nella loro condizione e restituendo con una lingua molto asciutta e uno stile iterativo la mentalità di questi personaggi: Elisabetta e Martino appaiono bloccati nella ripetitività del lavoro stagionale, della fame e della povertà che li costringe a un perpetuo nomadismo, nelle loro storie di folklore e canti. Allo stesso modo Martinoni segue le vicende di Elisabetta in Svizzera, del marito Bonfiglio Laccabue (patrigno di Antonio) e dei loro successivi figli, tutti destinati a una fine tragica, per raccontare la miseria in cui vivevano gli emigrati italiani tra i Cantoni di Turgovia, di Zurigo e di San Gallo. L’autore descrive molto bene i cambiamenti che negli anni stravolgono il paesaggio della valle del Reno a causa di un’incessante industrializzazione, soprattutto per opera dell’imprenditore Jacob Schmidheiny e della sua dinastia. Fabbriche del cemento e del mattone che attirano frotte di operai stagionali dall’Austria e dall’Italia, e cambiano anche il panorama umano della valle una volta costituito da contadini e ricamatori.
Tra le pagine più impressionanti si segnalano quelle che raccontano della fabbrica dismessa, trasformata in dormitorio per un migliaio di persone, “Tusigseelehus” (la “Casa delle mille anime”) di proprietà dell’imprenditore tessile Henry Failletaz. Qui finiscono per un breve periodo la famiglia di Elisabetta e Bonfiglio.
Ospita, ammassato negli stanzoni, un numero indefinito di persone: uomini e donne, giovani e vecchi, galantuomini e farabutti. Quasi tutti sono stagionali. I dialetti dell’Italia, nelle chiacchiere e nelle liti, la fanno da padrone. «Mariavèrgine» esclama Elisabetta quando entra la prima volta nella sua nuova dimora. «Sembra una caserma.» «Eravamo miserabili.» «Ma si stava soli.» «A Frauenfeld. «A Amriswil.» «A Walenstadt.» «A Sargans.» «In una casa sempre più piccola.» «Sempre più malandata.» «In una catapecchia.» «In una stamberga tutta per noi.» «Pare di essere sbarcati in un porto di mare.»
«Mariavèrgine.»
A ogni ora del giorno e della notte, nel Tusigseelenhus, può succedere qualcosa. C’è chi mangia e chi beve. Chi accende la luce e chi la spegne. Chi benedice e chi maledice. Chi si spidocchia e chi fa i propri bisogni. Chi canta e chi piange […] (p. 174)
A tali pagine di denuncia, si aggiungono quelle relative ai quartieri di molte delle cittadine (ad esempio Tablat, pp. 180-181) colte da un improvviso sviluppo urbano e dove gli italiani vivono in una promiscuità forzata e in condizioni di miseria che non fanno altro che alimentare il risentimento dei locali verso gli italiani. Una situazione che Martinoni descrive magistralmente anche dal punto di vista linguistico, facendo largo uso di termini in svizzero-tedesco che compongono un lessico dell’emarginazione («Tschingg», «Spaghettifresser», «Polentafresser»), espressioni che colpiranno anche Antonio (il «Sorgekind») a scuola per via del suo cognome italiano “Laccabue”.
Se la scelta narrativa di dedicare molta attenzione alle vicende degli emigrati italiani è interessante e originale, risulta meno riuscita la sua realizzazione, in quanto l’enfasi sullo stile nominale e l’insistenza sulle iterazioni rendono la lettura a tratti poco scorrevole. A volte, ad esempio, vengono ripetute intere battute alla fine dei dialoghi, come se i personaggi (prima Elisabetta e poi Antonio) interiorizzassero così i giudizi (e i pregiudizi) della società. La lettura diventa più movimentata dal momento che nel racconto prende maggiore ampiezza il personaggio di Antonio, colto nella sua gioventù problematica: nel rapporto conflittuale con i genitori adottivi, con i coetanei e con una società molto conservatrice che tuttavia s’impegna a integrare il ragazzo, senza però riuscirvi.
Martinoni, anche sulla scorta delle sue ricerche, descrive gli sforzi della società svizzera tedesca, allora già consapevole della “diversità” e attenta agli sviluppi scientifici sui disturbi mentali, a non emarginare Antonio. Ampio rilievo è dato al personaggio della madre affidataria, la signora Elise Göbel che nonostante le rimostranze del marito, il carpentiere tedesco Johannes Valentin Göbel, tenta in tutti i modi di curare Antonio. Il legame ossessivo tra la madre affidataria e Antonio si manifesta nel giovane in una violenza verbale e fisica verso la madre, una violenza domestica esacerbata dal sentimento di emarginazione che affligge Antonio. Il ragazzo è infatti un cittadino italiano ma parla soltanto lo Schwytzertütsch: «si trova pertanto tre volte emarginato: sia dai compagni “normali”, che vedono in lui un “diverso”, sia da quelli germanofoni, con cui non ha in comune l’identità e il passaporto, sia da quelli italofoni, con cui non condivide la lingua» (Martinoni, Antonio Ligabue. Gli anni della formazione, cit., p. 45). Le difficoltà scolastiche convinceranno le autorità, e a malincuore Elise, ad affidare Antonio a una scuola speciale l’«Istituto della Società cantonale sangallese di pubblica utilità per fanciulli deboli di mente di Marbach».
In queste pagine molto importanti, l’autore descrive gli sforzi degli educatori nel cercare di coinvolgere il ragazzo in varie attività secondo gli ideali della pedagogia curativa. Spicca soprattutto la figura dell’insegnante Adam Zweifel, fautore entusiasta del «mutuo insegnamento», che riesce a coinvolgere Antonio nelle lezioni sugli animali e la cura delle bestie. Stimolato da una gita sulla vetta erbosa del Gäbris, dalla quale Antonio vede da una nuova prospettiva i paesaggi della sua vita, il ragazzo vorrebbe fissare sulla carta con dei colori la forte emozione che lo coglie. Nonostante il difficile rapporto con i compagni che non lo accettano per la sua identità e il suo aspetto fisico e compiono nei suoi confronti atti che oggi definiremmo di bullismo, Antonio segue con qualche profitto le lezioni di Zweifel che gli insegna a scolpire le teste e i corpi degli animali, lavorare la pietra e disegnare, attività per le quali mostra un grande talento. Tuttavia nel maggio del 1915, all’età di 15 anni, viene espulso dall’Istituto per «atti immorali». Dopo varie fughe e peripezie Antonio finirà nell’istituto psichiatrico di Pfäfers, prima di essere espulso in Italia perché ritenuto un pericolo pubblico, paese però a lui del tutto ignoto come a lui sconosciuta era la lingua italiana. Qui la storia si interrompe non dando spazio al racconto noto del riscatto di Antonio Laccabue, che nella nuova patria si farà chiamare Ligabue per differenziarsi dal cognome del patrigno.
La grandezza dell’artista è però intuibile nelle pagine più riuscite del romanzo in cui Martinoni riesce a calare il lettore nei processi creativi del giovane.
Prima il «matto» arrotola la terra umida di saliva sull’erba, fino a ottenere una massa informe. Poi preme con le dita. Un po’ con forza, un po’ con tocchi delicati. Di tanto in tanto è costretto ad asciugarsi le lacrime. Non sa più se lui è la materia o se la materia è lui. Quando sfiora la terra umida sente un solletico profondo nelle viscere. Ora l’argilla ha la forma di un cane, o di un cinghiale, o di una capra. Il «matto» la incide con un legno acuminato. Fa gli occhi, la bocca, il pelo, la coda. Il dolore diventa insopportabile. La punta del legno scava nel vivo della carne. E le lacrime diventano abbondanti. Più l’animale prende forma e più Antonio lo sente vicino. Più lo sente vicino e più soffre. Più soffre e più sente di amarlo. Più lo ama e più sente di odiarlo. Perché è come lui. Perché lui e l’animale sono la stessa cosa. (p. 318)
Il merito della scrittura di Martinoni è di riuscire a dare vita attraverso le parole ai dettagli architettonici e paesaggistici (i piccoli agglomerati urbani, il verde delle colline, i campanili che con il suono delle loro campane accompagnano le esistenze dei personaggi, vero e proprio leitmotiv del romanzo), e alle esperienze del giovane Antonio Ligabue (il rapporto con gli animali domestici e selvatici, quelli del giardino zoologico) che incideranno poi profondamente nell’immaginario pittorico dell’artista.