Cenere, o terra
Tra queste poesie respira una pace nuova, che accoglie in sé la lotta, l’asprezza e l’abisso.
C’è una casa a cui tornare, ora, anche se sospesa sul ghiacciaio; e negli anfratti degli anni riemergeranno un elenco di mondi e di volti, una mappa di voli, una gioiosa somma di possibilità.
Si apre con la preghiera della rondine, si chiude con lo sguardo di un bambino, questo libro che ha gli antichissimi quattro elementi – terra, aria acqua e fuoco – come poli attrattivi, e non “secondo il calcolo di un progetto, piuttosto attraverso un agguato dell’immaginazione”.
(dalla presentazione del libro, Marcos y Marcos)
Recensione
Già dalla copertina, la nuova raccolta di Fabio Pusterla si pone in dichiarata continuità con le due precedenti: all’armadillo di Corpo stellare (2010) e alla libellula di Argéman (2014) succede ora una rondine. Come la precedente, è composta da quattro sezioni incorniciate da prologo ed epilogo. Aumentano i testi in strofe regolari (soprattutto quartine, ma anche distici, terzine, stanze di cinque/sei/sette versi…), e si fa più frequente la presenza di rime e di versi metricamente tradizionali (endecasillabi e settenari su tutti).
In modo forse più spiccato rispetto alle raccolte recenti, Cenere, o terra mostra una forte compattezza tematica. La nota d’autore sembra suggerire una linea portante dell’orchestrazione poematica, da cercare nei «quattro antichi elementi» che, seppur non programmaticamente e senza rigidità schematiche, hanno assunto la funzione di aggreganti nelle quattro sezioni. Nella prima, Pasolini appeso, si riconosce l’aria-vento, agente sommovitore di un paesaggio statico: «Ma il vento ha portato l’incendio che covava / attizzando braci invisibili, fuochi nascosti / tra i faggi, ha detto la verità» (Luce invernale, pp. 15-16). Alla seconda, Nella luce e nell’asprezza, spetta una terra-pietra assimilata prima ai corpi celesti e poi alla durezza del ghiacciaio, con l’importante serie “Am Gletscherrand” a far da ponte verso la terza, Confuscazioni, quasi integralmente invasa dall’acqua-fiume del poemetto Ultimi cenni del custode delle acque. All’ultima, Lo splendore, resta il fuoco, oggetto di variazioni virtuosistiche nelle due suite finali Brasé e Cenere, o terra.
L’insistito, variato ritorno sugli elementi primordiali è funzionalizzato a una restituzione quasi mimetica di quella forza nascosta nella profondità della natura che ne provoca il continuo mutamento. La legge metamorfica è esplicitata – persino didascalicamente – in “Am Gletscherrand” («Ritorni, ed è un paesaggio di rovine. / Perché nulla rimane e tutto muta, scompare / o si trasforma», p. 101): il vento è potenza che trascina ogni cosa con sé («Si è preso tutto, il vento, dolori e nostalgia, / sogni e speranze, quiete […]. È andato via», Luce invernale, p. 16); le pietre svelano la violenza dei sommovimenti geologici («Torsioni e torture senza grida / slogamenti della crosta della terra / movimenti del magma», Pietre nere 6, p. 75); le carbonaie di Brasé, «memoria del fuoco / che ovunque parla nascosto», ipostatizzano l’evoluzione della forma nel tempo (p. 185). Il tema acquista massima evidenza, e uno sviluppo originale, nel poemetto sul custode delle acque, dove la forza inarrestabile della natura («Viene la tumultuosa. […] porterà la sua mano di fango / il disordine necessario inevitabile / ad ogni metamorfosi futura», pp. 117-18) diventa corrispettivo del catastrofico cambiamento storico in atto, annunciato con toni profetico-apocalittici («Chi nega il flusso sa che cosa rischia? / Il rombo sarà terribile. La spiga / del lutto crescerà sulle rovine», p. 135; «Non ci sarà pietà / per chi pietà ha negato / l’acqua si chiuderà / tutto sarà sparito», p. 145). Resistendo a tentazioni confusive e fatalistiche, il flusso devastante trova un corrispettivo nell’interiorità dell’io che lo guarda, e ne mette a tema la co-responsabilità nei confronti del male trionfante: «Hai paura, lo so. Ti consoli pensando / di avere paura di me / che minaccio le rive. Ma è te / che tu temi, lo sai. E da te stai fuggendo. / Dal gorgo che è in te e che il mio gorgoglio ti rivela / gorgo tuo e dei tuoi simili […]. // La piena / non potrà essere rinviata per molto / ancora. […] // Ma io / non sono dio. E tu / non sei innocente. // E se forse nessuno lo è / alcuni forse lo sono di meno / e li servi / e di nuovo lo sai» (Ultimi cenni… 20, pp. 138-39).
L’immagine ambivalente della natura che distrugge e ricrea, cara a Pusterla e frequente nella raccolta, sembra confermare il suggerimento di Massimo Natale, che identifica il «vento dell’Ovest» invocato dalla rondine nel primo testo della raccolta con quello, «destroyer and preserver», di P.B. Shelley: «if Winter comes, can Spring be far behind?» (Ode to the West Wind, I, 14 e V, 70). E in effetti qualche residuo di speranza fondato sul ciclo metamorfico della natura – o sul rapporto, a questo in qualche modo parallelo, coi padri/maestri o coi figli/allievi – si affaccia a più riprese, per lo più in forme oblique o attenuate (la prima timida apparizione della parola speranza è schermata dal gergo mendrisiotto del larpa iudre, in conclusione a Di tutto tutto e ciao, p. 30). Ma si tratta di «ipotesi» dichiaratamente fragili: e in effetti in una recente intervista l’autore è sembrato non riconoscersi fino in fondo in quella «pace nuova» che la quarta di copertina attribuisce alla raccolta.
Queste scritture paiono in effetti dar voce a una dialettica non pacificata, che trova le uniche «soste» di conforto nei rapporti più stretti, e tenta di leggere la storia – individuale e collettiva – in rapporto ai tempi lunghi della natura. Il giudizio sul presente storico è piuttosto netto, nel momento in cui individua il venir meno (anche a livello si vorrebbe dire istituzionale) della pietà come il segno di un passaggio non più reversibile (Ultimi cenni… 25 e 26, pp. 144-45), «il punto dell’orrore forse il punto / di non ritorno» (Via Trinchese, p. 44) che ci colloca nella catastrofe.
Dall’altra parte, il macro-tema del flusso inarrestabile si declina come meditazione sul tempo, vissuta attraverso il passaggio delle generazioni – famigliari e intellettuali. Se particolarmente frequente ed esibita è la presenza di maestri, amici e modelli (dall’onnipresente Dante, da cui è tratto anche il titolo della raccolta, a Leonardo, Parini, Manzoni, Cattaneo, Gozzano, Betocchi, Primo Levi, Rigoni Stern, Zanzotto, De Angelis, Jaccottet, Maria Corti, Felix Kamil, Carlo Reinhard, Giampaolo Cereghetti, Giovanni Orelli...), colpisce l’importanza delle figure famigliari, collocate in punti-chiave (la figlia Nina in Lo splendore, che dà il nome e il tono alla sezione finale; la moglie Claudia nell’ultimo brano di Cenere, o terra; il nipote Lucio nell’epilogo). La linea maschile dei Pusterla è rappresentata da quattro generazioni: il nonno «parrucchiere letterato», il padre «operaio orologiero», il figlio musicista, e il poeta che «ha già l’età in cui Elius Virgilio passò / dentro l’orbita della costellazione del Cancro» (Costellazione del Cancro, p. 82: il tema è anche in Fantasmi a un concerto di Terry Blue e, variato, in “Am Gletscherrand” 4). È così che la (immaginata) apparizione del padre Elius al concerto del nipote fa da sfondo alla prima ipotesi di fuoriuscita dal flusso inesorabile e insensato: «sì, suona bene e almeno un po’ / ci riscatta. Magari ne valeva la pena, cosa dici?» (Fantasmi a un concerto di Terry Blue, p. 25). La più acuta percezione di un tempo che tutto trascina con sé (fino all’indicibile vertigine della morte sfiorata dalla figlia, nell’intensa Lo splendore) tende così ad accompagnarsi a un sentimento quasi di compiutezza, la percezione di un percorso condiviso che si è consumato non inutilmente, e va verso il tramonto: «Sul sentiero rimangono detriti / tracce sparse che hanno il colore / di cenere persa, di calore / depositato sulla terra. […] i nostri nomi / sono stati scolpiti sul legno, / un cammino si è compiuto. // La strada che prosegue fa un po’ meno paura» (Cenere, o terra 12, p. 208). In questa armonia ritrovata (o quasi), il movimento continuo del mondo naturale assume ora il volto della sua durata incommensurabile (così il quarzo rosa nella poesia «in memoria di Marisa, che è andata di là»: «pietra / radicata nei millenni che dice / di avere pazienza e di avere fiducia», Pizzo dei Tre Signori, p. 179).
In un simile contesto, si riaffermano i diritti di una parola che vorrebbe farsi silenzio, che cerca (invano) di «parlare senza immagini» (così nel saggio omonimo, in Una luce che non si spegne. Luoghi, maestri e compagni di via, Bellinzona, Casagrande, 2018) e di tradursi integralmente nelle cose («Inesistere: non è affatto male. […] Appare meglio la luce e ti assale / più di sorpresa il fulgore degli oggetti / abbandonati», Le pietre nere 3, p. 72). È una forma di «esilio imposto, […] una ribellione un’attesa» (Scoppia anonimo un fango, p. 26), consapevole della propria fragilità e dignità: «Nulla zittisce attorno; nello strepito / si insinua una zona di dubbio tuttavia» (Vano del silenzio, p. 52). Sono le parole di un poeta-esule, come Dante (Lettera a W.H. Auden) e come Ovidio, i cui fuochi non sono «segnale né simbolo» ma «pura fiamma, / improbabile fiamma, fiamma poverissima / e nuda che divampa nel poco che ha, / che si offre all’irrealtà, che la chiama e la fa / più reale del sasso e del vento» (I fuochi di Tomi, p. 182).
Quell’impossibile coincidenza con le cose, ideale da sempre inseguito dal Pusterla poeta e teorico e più volte evocato nella raccolta, viene infine a incarnarsi negli «occhi fissi e miti» di un neonato: «Così lo sguardo fermo / vede e non vede, vita che comincia / nell’unità del tutto e lì si trova / e si perde e gorgheggia, / cieca e fraterna a tutte le altre vite» (Lucio, p. 211). Alla conclusione di un ciclo, personale e storico, entro cui si fa più netto l’orizzonte di un prossimo ritorno alla «cenere, o terra», si staglia il profilo di un infante, emblema di quella comunione totale con le cose che è all’origine (inattingibile) di ciascuno, e che ora appare come nuovo inizio nel mondo, puro sguardo che «porta ogni cosa in sé, porta anche noi».
"Il messaggio civile della poesia di Fabio non è davvero politico, è più antico, riguarda sentimenti di fondo. Indefinibili con le parole, ma profondi. È vero, sembra dire il poeta, c'è il Destino implacabile, l'immutabilità delle cose, ma il poeta non è uno che canta per cantare, è uno che sin dalle origini si ribella ai voleri delle divinità capricciose. Sin dalle origini della poesia e fino ai nostri giorni: Rage, rage against the dying of the light. [...] Un poema, cos'è? Forse banalmente il romanzo del poeta. Ecco, come il romanzo, studiato con amore da generazioni di filologi ben noti a Pusterla, il poema è più convenzione che categoria, non essendo realmente definibile. Il romanzo non esiste, il poema esiste. Ogni poeta scrive il suo poema, lo reinventa, così come il narratore reinventa quel che genere non è mai stato. La struttura stessa, è invenzione. È sicuramente il caso di Cenere, o terra." (Claudio Piersanti, doppiozero.com)