In tutte le direzioni
In tutte le direzioni trae origine da Traduzioni e microsismi, opera inedita con la quale Laura Di Corcia si è aggiudicata il riconoscimento della critica al Premio Rimini/Parcopoesia 2017. Il lavoro che ha condotto a questa più matura e completa silloge è stato - lo dice il titolo - orientato in ciascuna tra le direzioni possibili, con andate e ritorni di parole e persone che hanno percorso, da che l’uomo è al mondo, itinerari alla ricerca di una nuova terra.
(dalla presentazione del libro, LietoColle)
Smontare il pensiero del tragitto. "In tutte le direzioni" di Laura Di Corcia
In tutte le direzioni è la seconda raccolta poetica di Laura Di Corcia, pubblicata per la collana Gialla/Pordenonelegge.it di LietoColle. L’autrice – attiva come giornalista in Ticino – ha esordito nel 2015 con Epica dello spreco (Dot.com Press). Nel 2017 ha ottenuto il riconoscimento della critica al premio Rimini/Parcopoesia 2017, presentando un lavoro inedito, Traduzioni e microcosmi, che ha dato poi origine a In tutte le direzioni. Fin dai titoli delle opere si percepisce l’ispirazione riflessiva della poesia di Di Corcia, che mescola volentieri motivi lirici o d’attualità a riflessioni teoriche ambiziose, di genere antropologico-filosofico. Questa propensione si rivela già nel primo componimento di In tutte le direzioni, in cui emerge il fil rouge che corre lungo le tre sezioni della raccolta: la migrazione, intesa sia nelle sue concrete incarnazioni geopolitiche – dai profughi siriani agli italiani in America – sia come destino “trascendentale” dell’individuo e dei gruppi sociali, costretti per natura ad assumere una traiettoria identitaria. Inizialmente, i protagonisti del componimento di apertura (Li ho visti accarezzare) camminano felici «nelle terre degli Argonauti» (la Colchide, la Georgia, la Grecia?), profumati «di birra, di muschio forte» e con gli occhi cambiati in «promesse d’amore» (p. 13); tuttavia, un evento nefasto li obbliga alla dispersione, alla fuga, alla diaspora: «Ma poi era arrivata anche per loro | quella lettera dal cielo, dalle nuvole | nere, il sigillo del ginocchio». La «lettera dal cielo», probabilmente un richiamo eufemistico ai bombardamenti, interviene a esiliare gli uomini, li costringe a partire per destinazioni ignote e pericolose («Avevano lasciato tutto partendo per | continenti mai sentiti […] | e le mani non erano più melograni | ma ribollii di melma»).
La raccolta si muove realmente “in tutte le direzioni”, sia sul versante dei temi sia su quello dello stile: avanza per discontinuità, salti, esplosioni, dissonanze, producendo un impasto disarmonico, stridente e spesso ambiguo dal punto di vista referenziale. Per quanto riguarda i temi, si va da racconti lirico-onirici di esperienze autobiografiche (Non un lamento si alzò dal grano, Trilogia del rosso, Abbiamo eretto barriere, steccati) alla visio psichica e filosofica (Non cedo il posto, non indietreggio), dalla denuncia geopolitica (Avvelenammo le navi come se fossero corvi) fino al complesso poemetto Qui, coincidente con l’intera “Parte terza”. Qui propone la trasfigurazione archetipica del viaggio di un gruppo di migranti siriani, probabilmente impegnati a percorrere la cosiddetta “rotta balcanica” (che prevede la traversata via mare dalla Turchia alle coste della Grecia, e poi la risalita dei Balcani, verso gli stati dell’Europa centro-settentrionale). Anche la lingua segue traiettorie non lineari; si veda, a questo proposito, il seguente componimento tratto dalla prima sezione:
Il giallo è quel meccanismo estraneo
che non bagna la testa ai cuccioli
si rifiuta di leccare i loro ventri.
Solo, come sfondo
lascia che le cose capitino
non aggrinzisce la palta degli eventi:
ma nello stomaco è tutto diverso.
Nella pancia dei bambini
nascono fionde, germogliano mostri.
Il male si partorisce tutti i giorni.
(p. 19)
Da notare l’oggettivazione analogico-concettuale dei colori, fenomeno ricorrente nel libro: in questo caso il giallo diventa l’epitome cromatica di una maternità “negata” o anaffettiva, di un «meccanismo» originario che condiziona e caratterizza l’esperienza quotidiana degli individui, generando traumi e violenze («fionde e mostri»).
Nel corso della raccolta frequenti isotopie semantiche – come il chiodo, il muro, la pancia o le navi – intervengono a collegare i singoli componimenti, che spesso rasentano l’impromptu atonale, magari ottenuto esasperando gli effetti di staccato o il livello di astrazione. Diversi testi, specie nella prima sezione, sono costruiti per “scoppi figurali”: gruppetti di immagini collegate vengono giustapposti in sequenze a bassa coerenza logica, ottenuta grazie all’ombrello tematico del viaggio (Trascinandomi verso ovest, Non ti porgerò conchiglie, Eppure so che più di me). L’indebolimento della coerenza e le frequenti spinte astrattive hanno un ruolo chiave nell’economia del libro: come anticipato più sopra, Di Corcia prova a rendere il motivo della diaspora anche a livello della lingua. E ci riesce, almeno nel tono aspro e dissonante di molti pezzi, in cui la pronuncia sbrigliata convive con usi e abusi del più trito codice lirico. Si veda, ad esempio, l’uso di vari stilemi neoermetici: analogie apposizionali («i fiati della notte», p. 15; «nella terra | di primavera e luce», p. 27); l’uso invertito e anomalo dei verbi («sentire il sangue | soprattutto quando ci beve», p. 15); le invenzioni sinestetiche («il rotondo del rosso», p. 18; «il verde del passato», p. 26). La patina astratta e la carica patetica, tuttavia, rischiano talvolta di appesantire un po’ i risultati, come nel caso di Non ti porgerò conchiglie («Nei nostri cuori gemerà il bianco | lo scandalo del vuoto | da cullare tutta la notte», p. 27) o Ci avevano detto costruitevi («Ci avevano detto costruitevi | una nuova vita, polverizzate | i profili delle nostalgie», p. 44). Maneggiare materiali letterari esausti, infatti, non è sempre facile, e talvolta la stanchezza si estende dagli strumenti alle intenzioni, generando un effetto déco, di preziosismo un po’ congestionato. A livello metrico vige il principio della variatio: l’autrice usa versi di misure molto varie – dai versicoli ai versi lunghi (anche superiori alle venti sillabe) – e risulta particolarmente incisiva in certe soluzioni brevi (come in «Coazione, | la tua violenza | la cantano i fiumi», p. 28, dove lo “staccato” metrico mette in risalto la dislocazione a sinistra).
In un pezzo relativo a uno spettacolo teatrale tratto da un libro di Gianmaria Testa, Di Corcia definiva il Mediterraneo una «barriera psichica». Proprio questo concetto viene tematizzato all’inizio del poemetto Qui (Preludio. Lungo le coste del Mediterraneo), in cui il viaggio dei migranti siriani si trasforma in una sorta di psicomachia lacaniana, in cui un “qui” segnato da una logica disgiuntiva, violenta e identitaria si oppone a una “matria” perduta, edenica e confusiva. Lacan, del resto, è citato apertamente, così come il conflitto tra logiche che sostanzia l’opposizione tra il “là” edenico e il “qui” inaridito, dove l’io in quanto io viene strutturalmente esiliato dalla comunione col mondo: «Al di là della cortina, della rete che separa | l’alfa dall’omega, impedendo agli opposti di | fondersi, al di là del muro, | al di là di questo vuoto | […] c’è la terra, la promessa infantile | l’abbraccio materno, | la lingua originaria che parla | a chi ancora non dice io […] | al di là c’è il melo, la polpa dolce dell’estate | c’è il fiore, al di là, | ci sono le api» (p. 51). Da notare, all’interno del poemetto, il contrasto provocatorio tra esigenze teoretiche, espresse in modo anche didascalico («prima | della separazione | del vagito, della delusione | del grido di Lacan») e la scena concreta dei migranti, a cui Di Corcia presta la voce, intitolando la maggior parte dei testi a vari personaggi, tra cui i membri di una giovane coppia, una madre e un gruppo di ragazzi. I personaggi raccontano la loro esperienza, tra recupero memoriale, tensione melodrammatica e necessità teoretiche. Un miscuglio stridente ma anche coraggioso, in cui la teoria – se corre i rischi della superfetazione – viene in qualche modo anche sporcata, messa alla prova (condivido, tuttavia, i dubbi espressi da Davide Castiglione sulla voce dei personaggi, la cui individualità rischia di sparire dietro la smania di “spiegare”).
Tuttavia, il maggior interesse speculativo della raccolta risiede, a mio avviso, nella critica al «pensiero del tragitto» (l’espressione è di Jean-Joseph Goux, pensatore vicino al lacanismo e al decostruzionismo). La possibilità di seguire una linea di forza o di sviluppo viene messa a più riprese in discussione, e gli individui si trovano abitare un universo “in frammenti”, in cui «tutto è fratturato nel mezzo | e vuole unirsi, ed è respinto», p. 45). Il «vettore […] è muto di fronte alla biologia» (p. 59) perché la vita preindividuale – informe e senza confini – nega la direzionalità “dall’interno”, minandola mentre si costituisce («a cosa dobbiamo affidarci | se la linea mente e tradisce se stessa?» (p. 64). Questa sproporzione tra individui e mondo evoca un classico topos dell’antropologia esistenzialista (però “corretto post-strutturalismo”). Mi pare, tuttavia, che nella raccolta il problema assuma una valenza in senso lato politica: il conflitto è costitutivo all’individualità di ciascuno, e, per questo, genera una fratellanza nella differenza. Una tale prospettiva giustifica ricami filosofici su un argomento così brutalmente “fattuale” come quello dei migranti, e rivela lo slancio progressista dell’autrice. A questo proposito, il componimento di chiusura sembra cercare una riconciliazione “pragmatica” del conflitto: l’identità, il muro, il tragitto sono necessari alla vita, «la cortina si piazza e separa | arriva quasi come una benedizione | a questo nostro andare» (p. 70). Il testo ci esorta a «veicolare un senso | da qui a lì», a “tradurre”, a compiere «un viaggio bidirezionale». In altre parole: a incontrare l’altro.
Si diceva come il nucleo filosofico della raccolta diriga anche lo stile, diviso tra stilemi ermetici, inserti prosastici, espressionismo e astrazione filosofica. Tuttavia, Di Corcia ottiene i risultati più intensi quando la dispersione della lingua si fa sottile, meno gridata, senza per questo perdere i suoi colori acidi. Il discorso filosofico si contrae, si incarna, anima quadretti più tradizionalmente lirici in cui le varie spinte si fondono in un caos controllato, e per questo più disturbante. A questo effetto contribuisce anche l’abbandono dello staccato, in favore di un montaggio delle immagini più fluido, benché ancora carico di anomalie. È il caso di Trilogia del rosso – una “cronaca visionaria” dell’adolescenza e dei suoi traumi – e di Non un lamento si alzò dal grano, in cui una esile scena familiare è sconvolta da una figuralità onirica e deformata, che scava, aggiunge spessore, premendo verso lontani e inquietanti punti di fuga.
Non un lamento si alzò dal grano
non un picchio spennato.
Rimase tutto immobile come in un dipinto innevato ottocentesco.
Il cielo era stanco, stava muto sugli alberi.
Mia madre si voltò:
aveva i capelli lunghissimi
e sulla bocca una bestemmia bolliva
come un acino d’uva, una serpe.
Le case erano pane scavato dentro
pance di balena, gusci aperti.
Io cercavo il cerchio.
(p. 23)