Gli anni di Nettuno sulla terra
Dodici racconti, uno per ogni mese dell'anno, disseminati su quattro decenni, dagli anni Settanta agli anni Duemila. Protagonista è il tempo e la sua puntuale incarnazione in una vita. In ogni racconto il tempo sbroglia la complessità di eventi orizzontali, e si azzarda a restituirci, nella forma verticale sua propria, il senso di un'esistenza.
(dalla presentazione del libro, Ibis)
Recensione
È un universo di rapporti famigliari quello che Anna Ruchat delinea nei racconti, dodici in tutto, che compongono Gli anni di Nettuno sulla terra, volume uscito in sordina nella primavera del 2018 e “scoperto” dall’attribuzione di uno dei Premi svizzeri di letteratura 2019. Si tratta di racconti brevi, uno per ogni mese dell’anno, a cui è associata in apertura, a mo’ di epigrafe, la citazione di un avvenimento legato a quel determinato mese. Volendo dipanare tali avvenimenti su una linea temporale, si va dall’iniziativa Schwarzenbach contro l’inforestieramento, votata in Svizzera nel maggio 1970, al bombardamento su Gaza del 16 aprile 2008, con alternanza di eventi crudi (la strage del Circeo, avvenuta a Roma nel 1975) e altri assolutamente innocui (la fondazione della Società svizzera per la coltivazione dei giardini nel 1983 o l’emissione di un francobollo belga nel 2000). In realtà il legame tra l’avvenimento scelto e il racconto che segue (sempre che di legame in senso stretto si possa parlare) risulta il più delle volte criptico; quello che conta è il delinearsi capitolo dopo capitolo di un particolarissimo calendario, sovrastruttura che permette alla raccolta di accostare testi diversi e che fa emergere il tema, basilare, dello scorrere del tempo.
I testi sono ambientati nei luoghi cari alla biografia dell’autrice (Zurigo, Riva San Vitale, l’Italia), che rimangono però appena abbozzati. Centrali sono invece i personaggi: uomini e donne spesso soli in scena (si può dire che ogni racconto abbia un unico protagonista) ma mai del tutto privi di legami. Le loro vite, narrate di taglio, sono caratterizzate dalla persistenza dei legami famigliari che, anche quando sgualciti, rappresentano il nucleo primo dal quale partono e al quale ritornano tutti i personaggi, in alternanza uomini e donne, anche se va detto che, nel complesso, i ritratti di donna risultano più sofferti e, forse, più convincenti. A immagine di ciò, il tema della genitorialità, che affiora in più momenti (si vedano La gelata del ’63, Uomo tedesco all’alba, Il visone o Il gufo): è quello delle madri verso i loro figli ma soprattutto quello dei figli verso i propri genitori, caratterizzato anch’esso da dubbi più che da certezze, perché, come confessa la protagonista de Il gufo: «Forse è di questo che hanno bisogno i figli, della nostra precarietà» (p. 118).
Gli stessi racconti risultano più convincenti quando, senza cedere a tentativi d’intarsio tra citazioni e piani temporali (come è il caso in Uomo tedesco all’alba o in Hotel Samarcanda), indugiano maggiormente sui rapporti umani, tematica d’elezione dell’autrice. Struggente ad esempio il trauma che, nel racconto d’apertura (La gelata del ’63), impedisce alla protagonista di riconciliarsi con la morte del marito. Più greve, carico com’è di pudore e di omertà, il silenzio che caratterizza l’esperienza zurighese di Teresa, giovane ragazza alla pari italiana che, ne Il nuovo lavoro, scopre una probabile storia di abusi nella famiglia che la ospita e dalla quale finisce per essere cacciata.
Proprio Il nuovo lavoro si presta bene, sorta di sineddoche stilistica, a illustrare lo stile dell’autrice, costruito attorno a una prosa capace di raggiungere in poche pagine una sua lineare compattezza, perseguendo un raffinato tono medio, che nulla concede alle inclinazioni colloquiali in cui indugia tanta prosa d’oggi. Significativi a questo proposito i pochi tratti con cui si delineano i profili (fisici, ma a ben guardare non solo) dei tre personaggi del racconto, a cominciare da Teresa, così fissata in apertura:
«Aveva diciott’anni, un volto ovale e timido con occhi scuri, sopracciglia folte e capelli nerissimi. Bastava un’occhiata attenta per capire che era una ragazza sveglia» (p. 57).
Suo lo sguardo che osserva prima la moglie («i folti capelli erano striati di grigio, gli occhi a mandorla velati, ai lati della bocca aveva profondi solchi e il suo volto un po’ da uccello sembrava ammaccato da un dolore», p. 60) poi il marito («Aveva forse qualche anno più di sua moglie, occhi chiari e annacquati dietro gli occhiali dalla montatura grande, il volto non sbarbato intorno alla bocca carnosa», p. 61), registrando l’impercettibile chiusura di entrambi nel mutismo dei loro segreti.
Il fatto di mai dissipare del tutto le nebbie, lasciando punti in sospeso e dubbi sul destino dei personaggi, è un’altra caratteristica dei racconti, a immagine dei frequenti «forse» che punteggiano la narrazione; il tutto alla perenne ricerca di quello che la quarta di copertina definisce «il senso di un’esistenza». Come quella del protagonista del racconto Santi d’agosto: «un’esistenza che procede senza fretta, con grandiosa, malinconica ironia, verso la conclusione» (p. 83).