Il tempo di Andrea

Un mirabile romanzo psicologico sul dramma di un uomo in difficoltà, imprigionato in un presente che lo allontana dalla sua famiglia, dalla sua vita, dal suo passato. Tra avventura e ricerca, un percorso profondo narrato con scrittura lucida e raffinatissima.

(dalla presentazione del libro, Sellerio)

Recensione

von Alessia Peterhans
Publiziert am 16.12.2018

Per chi ha letto Magnifica (Sellerio, 2016), il nuovo libro di Maria Rosaria Valentini rappresenta l’occasione per conoscere meglio il personaggio di Andrea. Il romanzo del 2016 narrava una storia famigliare basata sui ricordi di due donne: Magnifica e Ada Maria, rispettivamente madre e nonna di Andrea (per un approfondimento si legga la recensione di Carlotta Bernardoni-Jaquinta). La storia di Andrea è omessa da entrambe le narratrici ma, proprio per la sua assenza, diventa ingombrante. Ne Il tempo di Andrea il lettore scopre il motivo della scomparsa del figlio di Magnifica: ha subito un ictus, si trova in ospedale, solo e lontano dagli affetti perché non ha confessato a nessuno la sua identità. Lo chiamano Silos, adesso, e tutti si domandano chi sia realmente e perché nessuno vada a trovarlo.

Degente in un ospedale ubicato non si sa dove, Andrea prende parola per continuare la storia iniziata dalle due donne e per esplorare alcuni rami ancora poco conosciuti dell’albero genealogico. Non a caso all’inizio del romanzo ritroviamo un oggetto già menzionato in Magnifica: la penna, appartenuta alle ave di Andrea e regalatagli dalla madre Magnifica alla quale l’ha restituita proprio il giorno del fatidico incidente. Oggetto altamente simbolico, la penna rimanda sia alla passione per i volatili che avvicina Andrea al nonno Aniceto, imbalsamatore di farfalle notture, sia al bisogno viscerale di scrivere comune a madre e figlio. Questo bisogno, come si vedrà, scaturisce dal contesto narrativo della storia ma si rispecchia anche nello stile del narratore.

La scelta di situare i fatti narrati in un ospedale ha una conseguenza sul tempo della narrazione: il tempo di Andrea è un tempo di malattia. Per quanto ha dormito dopo l’incidente? Qualche mese? Da quanto tempo è lì? Qualche anno? Queste sono domande a cui non solo il lettore, ma anche il protagonista stesso, tenta di dare una risposta dopo lo spaesamento iniziale dovuto alla perdita di memoria. Al contempo il ritmo dell’ospedale è scandito ogni giorno dalla stessa routine: i test impersonali da parte dei medici, la colazione in solitudine, il pranzo e la cena con gli altri malati, le attese speranzose di parenti in visita. Attese, quest’ultime, da cui Andrea è escluso, poiché nessuno dei suoi famigliari, nemmeno la madre Magnifica, sa dove si trova.

Le caratteristiche temporali del racconto si ripercuotono sull’evoluzione del personaggio e di conseguenza sulla narrazione stessa. Andrea, nel percorso di ripresa dall’incidente, recupera lentamente la memoria senza però rivelarlo al personale dell’ospedale, fingendo dunque di non ricordare la sua identità. Il trascorrere del tempo e il lento guarire sono dunque temi centrali della storia. Tuttavia la necessità di mantenere il segreto provoca in Andrea un grande bisogno di esprimersi nel silenzio della scrittura. Fin da subito le meticolose descrizioni degli effetti della malattia sul corpo si alternano e confondono con i riferimenti al desiderio di scrivere. Mentre i passaggi dedicati all’autoanalisi e all’osservazione dell’ambiente circostante sono descritti con frasi altamente poetiche in cui si riconosce un’evidente attenzione al ritmo e alle metafore (la separazione dalla moglie, ad esempio, è descritta come «un’amputazione fisica che si spostava da un organo a un altro», p. 36), le descrizioni del corpo sono delineate da un linguaggio freddo e preciso (si notino ad esempio le denominazioni di utensili d’ospedale o aggettivi per descrivere il sapore del sangue). Il libro inizia proprio con una scena di una fisicità quasi sconcertante in cui il protagonista perde sangue dal naso e nella sua fantasia il liquido corporale si trasforma nell’inchiostro con cui scrive: «Forse un giorno corromperà il personale (non sa ancora come, non sa esattamente chi, ma intanto medita al riguardo) e chiederà di trasferire parte del contenuto di una provetta dentro la magra mina di una penna. Poco. Il necessario per scrivere un paio di frasi» (p. 19). Essendo costretto a farlo di nascosto dalle altre persone, Andrea può effettivamente scrivere sempre solo “un paio di frasi” sulla carta igienica dell’ospedale. Coerentemente a questa finzione narrativa il libro è strutturato in paragrafi corti e ben definiti. Spesso in apertura di un paragrafo è ripreso il tema trattato nell’ultimo, come se il narratore, sempre sull’attenti per non farsi scoprire, venisse costantemente interrotto durante l’atto di scrittura. Si citi qui solamente un esempio:

«Ma soprattutto, com’è possibile che nessuno abbia potuto risalire alla sua identità? E resta di stucco. Incredulo. // Qui lo chiamano Silos.» (p. 34)

Considerando questi due aspetti – il contesto narrativo della degenza in ospedale dopo l’ictus e la scrittura come bisogno fisiologico del narratore – Il tempo di Andrea può essere definito come un libro di autoanalisi. Il protagonista Andrea, in modo analogo al Mattia Pascal nel celebre romanzo di Pirandello, si trova in una situazione estremamente peculiare: isolato suo malgrado dalle persone care gli si prospetta la possibilità di cancellare il proprio passato. La tentazione di non tornare alla realtà è molto forte: tramite la narrazione il personaggio osa dunque indagare sulle origini più profonde della sua paura di affrontare il futuro. In effetti i paragrafi e i capitoli si susseguono alternando tra un passato pieno di vita e un presente dominato dalla malattia e dalla malinconia di un tempo ormai andato perduto. Gli episodi narrati risalenti a prima dell’incidente – l’esclusiva amicizia di quando era bambino con la portinaia Zaira, le passeggiate all’aria aperta insieme ai gentiori Magnifica e Leandro, poi l’incontro con Ernestina, più tardi il matrimonio e la nascita della figlia Preziosa – sembrano ricondurre tutti al momento in cui qualcosa si è spezzato e Andrea si è separato dalla moglie e dalla figlia. Come il protagonista di Il fu Mattia Pascal, anche Andrea non vuole tornare in una situazione famigliare difficile. Tuttavia Maria Rosaria Valentini ci suggerisce che la strada intrapresa dal protagonista per ricominciare non è quella più codarda della negazione del passato, ma piuttosto un percorso quasi terapeutico in cui la narrazione stessa può fungere da strumento per neutralizzare il dolore. Infatti alla fine della storia Andrea sembra aver trovato almeno una possibilità di speranza: «Lì dentro – nel tubo [della risonanza] – tutto sembra zero. Ma da zero a volte si può ricominciare. Almeno così raccontano.» (p. 184)