Nata il 1918
Romanzo autobiografico

I ricordi di infanzia e giovinezza di una scrittrice oggi alla soglia dei cent’anni, restituiti in una prosa fresca, limpida, dove si intrecciano narrazione autobiografica, citazioni poetiche, storia individuale e collettiva. Un romanzo che è insieme una riflessione sulla complessa macchina della memoria e un vivido affresco dell’Italia tra le due Guerre.

(dalla presentazione del libro, Casagrande)

Recensione

von Alessia Peterhans
Publiziert am 05.03.2018

Aperta parentesi, puntini di sospensione, chiusa parentesi. Con questi pochi caratteri si usa comunemente indicare la rimozione di una parte di testo. L’assenza, il cui simbolo resta lo spazio vuoto tra i segni, è marcata, non vuole essere nascosta o mascherata, e nel lettore curioso riesce a provocare la domanda: cosa è stato lasciato via? La memoria è piena di questi vuoti e lo sa bene Silvana Lattmann. Infatti nel suo «romanzo autobiografico» Nata il 1918, edito da Casagrande, non si limita a raccontare quasi un secolo di vita, ma riflette pure sul funzionamento stesso della memoria. Per questo all’interno del testo la domanda su come scrivere della propria vita, come intrecciare la storia personale e la Storia, assume uno spessore non indifferente.

Come rappresentare la memoria? Diverse sono le metafore a cui si può attingere. Quella del filo, per esempio, è affine anche all’ambito semantico dell’impostazione di un discorso: espressioni come “ho perso il filo”, “trovare il filo logico” o il “fil rouge”, sono di uso comune. Ma il filo si spezza facilmente. Per dare forma al suo racconto l’autrice trova altre possibilità, come la metafora della scatola, al cui interno si ritrovano lettere, fotografie e oggetti. Fin dal primo capitolo emerge l’intensità del bisogno di dare testimonianza, accompagnato però dalla consapevolezza di numerose difficoltà, non da ultimo quella di comporre i ricordi «in una età dove esiste la difficoltà del ricordare per il disfarsi della memoria» (p. 9). La soluzione adottata da Silvana Lattmann sembra allora essere quella di prendere le distanze con una narrazione in terza persona e al contempo di trovare dei punti in cui si accumulano strati temporali e geografici, prospettive e voci diverse. Se la difficoltà dello scrivere sta nel trovare la forma con cui rappresentare la memoria e le sue lacune, la difficoltà per chi legge sta nel riuscire a seguire parallelamente la moltitudine di voci. Ma basterà entrare nella logica dei meccanismi della memoria e, di conseguenza, di quelli della scrittura, per ricevere in cambio un’esperienza di lettura di un testo del tutto fuori dal comune, denso ma assai scorrevole.

I capitoli portano spesso nel titolo il nome di un luogo: Napoli, Roma, Milano, Genova, Cagliari… I primi anni della vita di Silvana Lattmann, tra la nascita e la seconda guerra mondiale, si sono svolti a cavallo tra diverse città, regioni e case. Gli aneddoti più degni di nota, rimasti indelebili nella memoria e dunque giunti fino a noi in questo libro, si contraddistinguono per un’alta densità di luoghi e date, ma anche di prospettive diverse. Questa risulta essenziale per ricostruire il ricordo, allo stesso tempo dà prova del fatto che la memoria stessa è messa in dubbio. Infatti più punti di vista sullo stesso ricordo lo rendono completo, ma possono anche essere in contraddizione o non dare tutte le informazioni che il lettore vorrebbe. Così ad esempio nelle poche pagine che costituiscono il capitolo intitolato «Auronzo e le cime di Lavaredo», la Lattmann condensa tutta una serie di aneddoti che rimbalzano fra i vari luoghi, le varie epoche e prospettive: «dal 1936 [la famiglia] lascia il mare per la montagna» (p. 69) e si trasferisce ad Auronzo. Alle soglie della guerra la giovane Silvana incontra Giorgio Giubilo, compagno di liceo più anziano di lei, con cui parla per ore al telefono. Nel 2004 si ricorda perfettamente di quando, nel 1990, lo aveva improvvisamente chiamato, di nuovo al telefono, dall’Isola d’Elba. Scrivendo Nata il 1918 ricorda che proprio in quel 1936 nasceva l’Asse Roma-Berlino, ma questo dato storico è aggiunto in corsivo: un’aggiunta successiva forse perché allora «l’amore non consentiva l’attenzione dovuta alla Storia?» (p. 74)

Se non sa dirlo la prosa, è possibile renderlo in poesia? Quanto manca a una lettera, lo completa un documento storico di testimonianza? A queste domande il libro di Silvana Lattmann sembra rispondere affermativamente. Nata il 1918 funziona infatti come un collage di vari generi letterari che, nel loro insieme, compongono un quadro unico. In particolare la poesia, genere d’elezione della Lattmann, si delinea come un filo conduttore della sua vita: da piccola le recitava a memoria e alcuni versi già pubblicati (per esempio in Fessura, edito da Casagrande nel 1983, o in Incontri, Scheiwiller, 1998) assumono un senso nuovo se inseriti all’interno di un episodio specifico della sua vita. Le poesie permettono spesso di rendere meglio alcune immagini, come quella della casa degli zii vista attraverso gli occhi di una bambina: «Solo a casa di mio zio che era ricco/ stavano le poltrone Frau/ e io credevo che si chiamassero così/ per il fruscio crocchiante/ che facevano quando mi ci sedevo» (p. 22). Degno di nota è anche il capitolo dedicato alla relazione tra Silvana Lattmann e il Tenente Genio Navale Michele Sgarlata, morto prematuramente nella guerra poco dopo le nozze dei due. La loro storia è narrata citando esclusivamente le lettere di lei, poiché quelle di Michele sono andate perdute. Una mancanza sintomatica dei sopra citati vuoti della memoria che in questo caso nemmeno una poesia o un brano in prosa è in grado di riempire.

Se nelle poesie domina l’io, per le parti in prosa è stata scelta consapevolmente una narrazione in terza persona: «Nel 1947 Lei lavorava alla Stazione zoologica di Napoli» (p. 13). Una Lei con la L maiuscola, forse per contribuire a un effetto di straniamento, permette all’autrice di prendere le distanze perché consapevole della propria vulnerabilità. È dunque l’autobiografia narrata in terza persona, intarsiata di frammenti in prima persona, la forma scelta per rendere la labilità dei ricordi. Lo sottolineano sia Antonio Rossi sia Anna Felder, i quali, con una nota il primo e un’intervista la seconda, concludono le pagine del volume. Entrambi autori affini alla poesia, ci ricordano insieme a Silvana Lattmann che la difficoltà del dire, e il tentare di rendere anche formalmente questa difficoltà, è un problema ricorrente quando si tratta di produzione letteraria. In Nata il 1918, un libro profondamente poetico ma pur sempre basato su fatti reali, l’autrice trova una soluzione semplice ma al contempo originale ed efficace: concede la parola ad altri, in primis alla sé stessa passata. Non è un paradosso allora se, in conclusione del libro, uno degli episodi più difficili da narrare viene reso con le parole estratte «dalla deposizione del Sottocapo Nocchiero Vasco Brunelli – matricola 57941» e si conclude laconicamente con un poetico «mare calmo» (p. 139).