Maiser
(L'uomo del mais)

“E dicendo di quell’uno / di quanti altri avrai parlato?”: si chiude così il romanzo in versi di Fabiano Alborghetti, che mette in scena la storia di un “uomo normale” (così l’incipit), di una “vasta famiglia”, di una lunga porzione di secolo. Dall’uno agli altri, cioè dalla vicenda individuale alla storia collettiva, e un tempo si sarebbe potuto aggiungere dalla coscienza individuale a quella di classe, questo libro coraggioso prova a mettere al lavoro la poesia sul piano inclinato della narrazione sociale. Romanzo/poema in controtendenza, Maiser conduce allo spasimo la cifra di una scrittura già testimoniata dal precedente percorso del suo autore: da L’opposta riva (2006), con i suoi clandestini senza nome braccati dal destino, agli orrori quotidiani di Registro dei fragili (2009), Alborghetti ha sempre affondato i suoi strumenti poetici nella realtà più bruciante. Ora, un’identica ustione si prolunga nei decenni della storia italiana novecentesca, negli “sguardi lupeschi” e disperati degli emigranti del Sud. Come sempre, “dinanzi alla vita, anche quella più storta”.

(Dalla nota di Fabio Pusterla)

Recensione

von Sara Lonati
Publiziert am 11.12.2017

Le copertine disegnate da Luca Mengoni per la collana di poesia diretta da Fabio Pusterla «Le ali» della milanese Marcos y Marcos hanno il pregio di saper introdurre i versi di questi libri con sapienza e delicatezza. Nel caso di Maiser, la copertina svolge di per sé una funzione paratestuale esplicativa, offrendo al lettore una pertinente e azzeccata esperienza sinestetica. La rugosità tattile della carta, perfetto richiamo alle venature vegetali, e la levità grafica e cromatica delle foglie del mais mosse da un soffio di vento, abbracciano il semplice, secco e aspro titolo di Fabiano Alborghetti: Maiser, dal termine svizzero-tedesco «uomo del mais».

La sesta prova del poeta milanese, nonché vivace promotore culturale del panorama ticinese, è introdotta nuovamente da una breve puntuale nota di Fabio Pusterla che già in Registro dei fragili – 43 canti (2009) ne aveva apprezzato le peculiari doti di narratore in versi. Empirista sociale, fedele al verso lungo di Masters, Pavese e Pagliarani (solo per citare i maestri più noti), Alborghetti aveva già saputo ancorare la poesia del nuovo millennio al dato cronachistico, optando per una poesia lontana dal lirismo e linguisticamente aperta a un più vasto pubblico. I suoi canti e ritratti, sin dalla plaquette d’esordio Verso Buda (2004) e proseguendo con L’opposta riva (2006), ripresa a dieci anni di distanza (2013), sono radicati nel tempo della storia di uomini e donne comuni, intimamente legati alla terra, alla loro terra, abbandonata per divenire migranti dilaniati e dignitosi.

È questo anche il caso di Bruno e della sua famiglia, le cui vicende sono ripercorse in 70 capitoli, raccolti in otto sezioni marcate cronologicamente a coprire più di 60 anni dal secondo dopoguerra ad oggi, da Scoglio dell’aquilone (1948-1952) a Il coraggio degli imperfetti (2008-2013) fino a La direzione della pace (epilogo). L’incipit pone subito al centro la storia del protagonista ritrascritta dal narratore onnisciente con frequente uso di discorsi indiretti liberi, riportanti più voci familiari in ampi versi di lunghezza variabile (p. 15):

Era un uomo normale, come altri forse
e bello, Bruno. L’inizio, è da questo momento
in poi: la storia comune di un uomo normale
in un dopoguerra di anni affamati
e di affanni.

Dall’Umbria postbellica, ridotta alla fame e cadenzata dalla aspra vita dei campi, alleggerita dalle polke e dalle canzoni di Nilla Pizzi, in una binarietà senza scampo tra durezza e leggerezza, Bruno e sua moglie partono verso il nord, verso i cieli di Sereni, in un viaggio viscontiano alla Rocco e i suoi fratelli. La destinazione è il Ticino, varcando la Chiasso frontaliera di Nessi, in «uno smarrimento affondato in ricordi sgraditi» (p. 79) della violenza della guerra che spoglia gli uomini dei loro vestiti e della loro dignità in attesa di oltrepassare un confine. Il viaggio traccia una geografia poetica, storica e culturale tra versi che accolgono citazioni letterarie in assoluta consonanza coi luoghi attraversati, assieme a slogan e canzonette di anni inequivocabilmente definiti, prontamente approfonditi nel minuzioso apparato di note a conclusione del volume.

Bruno e sua moglie Fermina partono soli dal piccolo borgo di Amelia verso l’ignoto e azzerano la loro vita alla stazione di Chiasso (p. 83-84):

Il corridoio d’uscita è lungo e pulito
e ritrova Fermina scossa e piangente
la borsa stretta tenuta sul ventre
e l’abbraccia di slancio che l’abbraccio consola
che non sia più sola
Fermina Furmì adesso è tutto finito
ora siamo arrivati, adesso siamo passati.
Da qui ricomincia daccapo la vita.

Alborghetti allude più volte ai Malavoglia («L’intera vita / che superficie slabbrata. È aritmetica / ed è il terrore / un pellegrinaggio di vinti tra i luoghi / del cuore / ma che cosa siamo? », p. 177), tuttavia qui non vi è alcun intento paternalistico da parte di un narratore che vorrebbe mettere in guardia dall’ideale dell’ostrica. Al pessimismo verghiano, l’autore preferisce la forza di volontà e il coraggio di una famiglia che ha saputo accogliere il buono e il gramo della vita, incarnando dubbi esistenziali in mani capaci a suonare una mazurka e a dare un colpo alla zappa, salendo uno per volta, in ginocchio, i gradini della scala sociale e dell’integrazione nel paese di Schwarzenbach e dei figli dei «maiser», piccoli clandestini cresciuti di nascosto nell’armadio (p. 132):

E tutti quei nomi che sono affibbiati:
dai più banali makkaroni o rital
tschinggeli cincali
e fabbrica gatti – perché figliano troppo –
oppure maiser per chi suda nei campi
ma in Ticino è per tutti lo stesso
terrone terùn
una razza accessoria che imprecisa convive
nell’angoscia vestita con un nome da niente.

Nell’economia narrativa, da segnalare come nell’ultima parte comprendente Il coraggio degli imperfetti (2008-2013) e La direzione della pace (epilogo), segnata dalla malattia di Bruno che intacca la memoria, emerga un io narrante rivolto a un tu impersonato dalla figlia del «maiser», che avvicina maggiormente il narratore al lettore, a segnare ancor più vivamente quel passaggio di consegne dall’identità e memoria individuali a quelle collettive (p. 216):

E dicendo di quell’uno
di quanti altri avrai parlato?
Adesso aspetta
guardati attorno.
Ricomincia daccapo.

Il finale resta aperto: al lettore l’invito a proseguire contro l’oblio nell’eterno ritorno della storia.