Alberto Giacometti Lo spazio e la forza
Il saggio si occupa del rapporto di Giacometti con la pratica dello spazio partendo da un’intuizione attestata da un disegno del 1930 circa – un disco con un foro al centro, diviso in sezioni – dove il tempo comincia a trasformarsi in spazio: «tutto sprofonda, [...] tutto torna, niente è passato», scrive l’artista su quel foglio. È un’idea che riafferma in modo più esplicito nel 1946: «Il tempo diventava orizzontale e circolare, era simultaneamente spazio». Lo ribadirà ancora negli anni Sessanta. Nella seconda parte della sua opera, dopo le esperienze postcubiste e surrealiste, giungerà a una coincidenza di spazio e tempo. L’objet invisible (1934) sarà un’opera cardine, indispensabile perché il lavoro dell’artista possa diventare attesa infinita che le cose vengano prendendo l’iniziativa. Il pittore Jean Hélion, nel 1947, diceva che la figura giacomettiana è carica come una pila. Sono tuttavia le cose stesse che per l’artista sono, in primo luogo, cariche come pile. Di fronte a una testa non si preoccupa di aspetti del tipo: è quella di un giovane, di un vecchio, di un uomo, di una donna, di una persona o di un’altra. Sono aspetti molto importanti, ma in quanto spinti in avanti dalla forza che si manifesta nell’interazione tra quella carica e l’artista. Quest’ultimo contribuisce a generare un campo di forze insieme al suo modello, una distanza che è la profondità temporale e spaziale dell’andirivieni degli esseri, del loro apparire e sparire, della loro violenza che porta lo scompiglio in uno spazio geometrico, astratto. Le figure filiformi sono il tentativo di restituire quel campo di forze che comprende l’erezione massima dell’apparire della potenza di una presenza. L’ergersi dell’apparire di una presenza non lo puoi però bloccare a piacimento. Lo devi sempre attendere al varco. È qui che lo spazio come campo coincide con l’eterno ritorno delle forze generate dall’interazione tra cose. Giacometti scolpisce e dipinge questa coincidenza di tempo e di spazio, questo incontrarsi, perdersi e nuovamente ritrovarsi di una testa e dell’artista al più alto livello d’intensità. Perdersi e ritrovarsi come campo anonimo, coscienza apersonale alimentati da un lavoro ossessivo che ne è la cornice pur appartenendo loro.
(presentazione del saggio, Mimesis Edizioni)