Graeca capta
Laerte Tagliabue è un personaggio picaresco, simbolo di un paese che, dal dopoguerra in poi, ha disgregato fino all’estinzione i propri valori. Insegnante frustrato, è sempre più convinto che la scuola sia diventata un sistema poco credibile ed è costretto a inventarsele tutte per sbarcare il lunario, iniziando così a dare la caccia a nuove ma altrettanto irraggiungibili chimere.
È così che quella località imprecisata, a nord della Lombardia, dove si svolge gran parte della vicenda, si trasforma in un non-luogo in cui Laerte può reinventare se stesso. Abbiamo il Laerte contrabbandiere, il Laerte rapinatore, il Laerte marito devoto di Graeca (da cui, parafrasando Orazio, il titolo) e il Laerte magnaccia della propria moglie.
Le avventure di Tagliabue, unito al pastiche linguistico, partono da questi episodi e da qui si dipana la trama del romanzo. Fantuzzi infatti utilizza a pretesto un intrigo semipoliziesco per costruire un registro che spazia su più livelli: echi dialettali, misti a lingua colta, fino alla frantumazione della stessa. Una storia corrosiva capace di evidenziare e ritagliare le ipocrisie, le ossessioni e la tracotanza di una società in declino, la quale pone sullo stesso piano generazioni e classi diverse, al fine di portare in scena personaggi e avventure come manifestazioni del disagio affettivo, sociale e politico contemporaneo.
(dal risvolto del libro)
Marco Fantuzzi ha esordito nel 2014 con Monte Rosa, romanzo che racconta le esilaranti avventure del sindacalista e docente frustrato Pierluigi Cazzaniga. A distanza di un anno, ecco Graeca capta, storia di Laerte Tagliabue – anche lui docente – e delle varie «attività di complemento» con cui questo arrotonda il suo magro stipendio d’insegnante: rapine, prostituzione, ecc. Alla base delle due opere sta un mondo simile, in perdita di valori e di quota. Cazzaniga e Tagliabue hanno infatti molte cose in comune, a partire dall’ostentata, e fin troppo ribadita, insoddisfazione con cui vivono il proprio mestiere. Simile è anche l’ambientazione, un non meglio precisato pantano sociale che dovrebbe situarsi da qualche parte nell’Insubria tra gli anni Settanta e Ottanta, così come la capacità molto italiana con cui i due sanno reinventarsi di espediente in espediente. C’è però una grande differenza: se il Cazzaniga era uno squinternato intellettuale di sinistra, il Tagliabue è invece cresciuto «a pane e Duce». La lingua variegata dell’opera (uno dei punti di forza della scrittura di Marco Fantuzzi) sa accostare con effetto ironico dialetti e registri diversi, dal “pedagogichese” di cui a volte è intossicata la scuola ai più noti motti fascisti, reinterpretati dal protagonista a modo suo. La tela di fondo assomiglia però pericolosamente a quella del primo romanzo, tanto che ci si potrebbe chiedere se Graeca capta sia la seconda anta di un dittico o – per usare un termine cinematografico – un remake del primo successo? Ai lettori l’ardua sentenza.
(Matteo Ferrari, Viceversa ha letto…, 01.10.2015)