Ricordando Silvana Lattmann (1918 – 2023)

Fokus vom 18.09.2023 von Anna Felder

CARA SILVANA,

se nel ricordo ti vedo costantemente vestita di bianco, magari con uno di quei tuoi scialli di riserva sulle ginocchia, anch’esso in soffice bianco, se nei mille ricordi appari mille volte in quel colore – o non colore, somma di tutti i colori – è che il ricordo si impone e corrisponde senza fatica alla realtà. Il bianco ti va bene e ha le sue ragioni.
Scommetterei che già al primo nostro incontro eri con tutta naturalezza la biancovestita Silvana: pronta a trasformarti e immedesimarti nelle sorprese di quella serata che divenne per noi memorabile, segnando l’inizio della nostra amicizia.
Anni Settanta, non abitavi ancora a Zurigo; o già Ottanta? A Mendrisio a cena al ristorante: ci si doveva brevemente intendere sulle nostre letture pubbliche di quella stessa sera nella Giornata della donna, 8 marzo.
Arrivata io in treno, ti ho raggiunta a metà cena; eri seduta come su un’isola, a un’ampia tavola con la tovaglia bene apparecchiata e stavi ascoltando il responsabile della serata, venuto a istruirci. Davanti a te, al centro della tavola, un’invitante lunga vasca argentata, solitaria e silenziosa: prudentemente hai sollevato il coperchio a mostrarmi il pesce preparato per noi: enorme, muto, smemorato. Mentre noi - si capiva - avevamo i minuti contati, le parole impazienti, l’appetito trattenuto.
Senza che ce lo dicessimo, da subito il pesce – bianco e azzurro di carni e di fiato - divenne il protagonista complice di tutto il programma della serata: con rispetto e discrezione ne avremo pure assaggiato qualche guizzo; ma appieno, pressoché intatto come rimase, lo avremmo assaporato a bocca asciutta in tutte le delizie e primizie del caso, mesi e anni dopo quell’8 marzo, ricordando, sorridendo.
“La famosa serata di Mendrisio” mi avevi più volte ricordato ammiccando al pesce più presente che mai ora a Zurigo, terzo millennio nella tua casa medievale di Brunngasse, cancellati i decenni e i secoli nel bianco che ti avvolge.
-Tu volessi leggere questi fogli,- mi dici un giorno accomiatandomi sulla porta di casa,- prendili!,- e me li infili nella borsa.
Eccomi tornata a casa con tre nuovi racconti scritti a occhi chiusi e a occhi bene aperti (pezzi di ricordi vengono fuori da fantasmi, hanno occhi e orecchi), ecco riapparire in un racconto quel nostro pesce trasformato in polpo, trasformato in destino cui partecipi (o fai partecipare la voce narrante) in una divertita lingua anch’essa alterata: ...mirato nello piatto lo polpo, lo vidi trasformato con arte dubbiosa in una species rosa, strambottata alquanto, e subito mi venne nitida alla mente l’elegante forma vivente dell’animale nella marina acqua e la variabilità mirabile delle sue movenze tentacolari. Cosicché dolente mi ritrovai in lui, ormai vagante calco del dopo morte…

(A questo punto ti facevi scrupolo di rievocare il mistero del “pesce numero due”: coincidenza? Pesce dell’Isola d’Elba questa volta. “Numero due” grande quanto la pentola: squisitamente nel forno caldo aveva profumato verso sera la vasta cucina di casa tua all’Elba, promettendo una cena con i fiocchi. Ma arrivata l’ora di cena, l’ora della rivelazione, della pentola da scoperchiare, ecco che il coperchio non vuole sollevarsi: nulla da fare, non servono lame o pinze, non docce fredde o calde, non pugni o scossoni. Il coperchio non si solleva, non si stacca dall’orlo della pentola, si fa tutt’uno con essa, con il calore, con l’afrore e il sudore, con il veleno del pesce lì dentro rinchiuso a impazzire di erbe, di voglie, di tanfo. Il coperchio non si solleva; mai; mistero irrisolto.)

I tre racconti uscirono nel 2014 in un bel libretto arricchito dalle tue inconfondibili illustrazioni di mani, visi e gesti intrecciati, molto simili alle mirabili movenze del polipo: a illustrare non altro che i grovigli del pensiero, come accortamente fai dire a un personaggio del racconto “Il sogno capovolto”: Il pensiero non mi va diritto come il tuo, il mio si arrampica, torna indietro, prende immagini della memoria, le rimescola, le colloca in un moltiplicarsi di piani fluidi in movimento incessante.

Destino vuole che nella casa restaurata di Brunngasse venisse alla luce un affresco medievale con una scena di caccia: una donna con falco, che cavalca un cavallo di colore rossigno. Coincidenza vuole che sette anni prima di abitare in detta casa e prima dei restauri, tu Silvana avessi dipinto in tutto simile, rosso di colore, un cavallo cavalcato da una donna dalle lunghe vesti gialle. Coincidenza: è parola tua, commento tuo citato dal vocabolario: “punto dove due o più raggi o altre cose simili coincidono” . “Calarmici dentro senza essere l’Io di oggi”, dici in Brunngasse 8, “è trapassare seicento anni, annullare il tempo”.

Così ti vedo e rivedo nella tua Isola d’Elba, come scendi dall’alto della terrazza di casa verso gli scogli che conosci, a passi rotondi, esperti del terreno, con l’ombrellino bianco aperto a guisa di nuvoletta per ripararti dal sole, pronta anche oggi a immergerti in mare.

Anna Felder, agosto 2023