Ricordo di Libero Casagrande (1929-2023)

Fokus vom 20.06.2023 von Paolo Di Stefano

Ho conosciuto Libero Casagrande a metà degli anni Settanta, e sono sicuro di averlo incontrato la prima volta negli spazi di via del Bramantino a Bellinzona, in presenza di Virgilio Gilardoni, suo amico dalla voce profonda e autorevole, fondatore dell’«Archivio Storico Ticinese» (AST), una rivista che dal 1960 ha rappresentato (e in parte rappresenta ancora) il cuore della casa editrice. Mi sembra di ricordare che fossero intenti a lavorare su un bancone all’impaginazione di un libro o forse di un numero della rivista. Casagrande era uno di quegli editori non protagonisti che amano più il lavoro di retrobottega che non le vetrine mondane della cultura. Era un uomo non timido, ma il suo naturale understatement gli suggeriva spesso di fare un passo indietro, per lasciare spazio ai libri e agli autori. Era un artigiano del libro e parlava più volentieri di carta, di caratteri, di impaginazione, di legature, di tipografia, di distribuzione e di vendite che di letteratura. Amava la stampa nei suoi aspetti materiali ed estetici, tant’è vero che una delle sue passioni era sperimentare la riproduzione per via digitale di pagine storiche dell’editoria con i caratteri originali: erano pagine tratte da capolavori dell’arte tipografica realizzati nelle botteghe storiche di Aldo Manuzio e di Giambattista Bodoni. Una «creazione» di cui era molto fiero fu, nel 1986, l’edizione fuori commercio dell’Abiura di Galileo. Un’altra, del 1988, fu la composizione di Incipit liber

Casagrande nacque a Bellinzona nel 1929 da Gianni e da Maria Vanolli. Finito il ginnasio, non portò a termine gli studi alla scuola di commercio cittadina, ma si rivelò ben presto un autodidatta di grande ingegno, un pioniere dal punto di vista tecnologico: «Mi sono un po’ industriato», disse in un’ampia intervista-bilancio, apparsa nel 2019 sull’AST, dove raccontò la preistoria e la storia della sua impresa familiare: nata come legatoria di libri e fabbrica di scatole nel 1921, la ditta Fratelli Casagrande ampliò ben presto l’offerta agli articoli musicali, dischi, grammofoni, radio, apparecchi fotografici, macchine per scrivere, giocattoli. Solo in seguito, si sviluppò come libreria e cartoleria e per decenni fu gestita e diretta dalla madre di Libero («ne era l’anima», diceva Casagrande). Abbandonati gli studi, nel 1946, dopo un anno di apprendistato a Zurigo, il giovanissimo Libero Casagrande entrò a lavorare nella ditta di famiglia. In quelle sale si sarebbe sviluppata una piccola tipografia, come «retrobottega della cartoleria», e dal 1949 la casa editrice, che l’anno dopo sfornò il suo primo titolo: Bovini di razza bruna del 1950. Non è facile rendere conto dei numerosi passaggi, anche accidentati, dell’impresa, ma basti dire che Libero avrebbe preso sempre più in mano l’azienda Casagrande, distribuita in vari negozi a Bellinzona e a Lugano, inizialmente in condivisione, da solo a partire dal 1981, dopo una dolorosa rottura con il fratello Giampiero che lascerà lunghi strascichi giudiziari ed emotivi.

Intanto, con Gilardoni era andato a compimento, nel 1967, un volume di grande importanza storica e di notevole impegno editoriale, Il Romanico, catalogo ragionato dei monumenti ticinesi. I risultati economici vennero anche grazie alle commesse di stampa cantonali e federali, oltre ai lavori internazionali, come quello, sempre tipografico, procurato dall’Unicef. «Ho sempre pilotato un po’ di testa mia – ha detto Casagrande nell’intervista citata – tutte le operazioni dell’azienda. Anche quando arrivavano per esempio le piegatrici in tipografia, le studiavo ed ero poi in grado di rendermi utile quando gli operai avevano dei problemi. Quello di aiutare tecnicamente era un principio ma anche un’abitudine, una partecipazione personale. In fondo era il mio modo di vivere».
Nel 1982 Casagrande mise a punto «Libris», un sistema per la gestione elettronica delle librerie che gli fece guadagnare molte amicizie e grande considerazione presso i librai soprattutto italiani: si trattava di un software ante litteram che permetteva la registrazione alla cassa dei titoli in entrata, dei titoli in uscita e delle cosiddette «rese», con un computo in tempo reale delle vendite effettive. Ricordo che Casagrande era molto critico sui criteri delle grandi agenzie di sondaggio (Demoskopea in primis) che fornivano ai giornali le graduatorie dei bestseller: diceva che non si trattava di dati reali ma di proiezioni poco credibili. La sua fu una presenza non rara alla Scuola dei Librai di Venezia, un prestigioso convegno annuale organizzato dalle Messaggerie Italiane, la maggior casa di distribuzione nazionale. Vi presentava con orgoglio appena dissimulato i pregi e l’utilità di «Libris» al cospetto dei maggiori editori. Fatto sta che negli anni Ottanta furono decine le librerie italiane medie e grandi che si legarono al sistema di Casagrande, il quale a Bellinzona accentrava i dati complessivi, fornendo in pratica la prima analisi del mercato davvero attendibile. Per lunghi anni, Casagrande diede vita a corsi di formazione per librai, mettendo in subbuglio i meccanismi editoriali italiani e rivelando alcune incongruenze, a cominciare dalla insospettabile quantità di copie rimaste invendute anche di titoli classificati come bestseller.

Ogni aspetto della produzione e della distribuzione libraria veniva preso in carica e sperimentato dall’infaticabile operosità di Casagrande. Ma a partire dagli anni Novanta, con la diffusione globale del computer e dell’informatica, le novità pionieristiche concepite a Bellinzona erano ormai inevitabilmente superate. Va detto che nella stagione precedente si erano già profilate collane letterarie di particolare rilievo («Versanti» e «La salamandra» su tutte), grazie alla capacità dell’editore di circondarsi di prestigiosi intellettuali-consulenti. Tra i filoni intrapresi, si segnalano, come detto, la vocazione originaria alla storiografia, alla storia dell’arte e all’architettura, alla saggistica letteraria. I nomi sono noti. Basti citare il filologo Giovanni Pozzi, il Giorgio Orelli critico verbale manzoniano, gli storici Raffaello Ceschi e Giuseppe Chiesi, il linguista e storico della lingua Sandro Bianconi.

Quanto alla letteratura, cinque «classici» potrebbero configurarsi come i nomi simbolo nell’esigenza di gettare le basi di un catalogo di confine: Plinio Martini (Il fondo del sacco è del 1970), Max Frisch (Il libretto di servizio uscì già nel ’77), Charles Ferdinand Ramuz (La separazione delle razze esce nel 1979), Piero Chiara (Helvetia, salve! del 1981 racconta l’esperienza dello scrittore luinese come profugo in Svizzera durante la guerra), Conrad Ferdinand Meyer (Jürg Jenatsch 1993 è una storia grigionese ambientata nel Seicento e scritta nel 1876). Non bisogna dimenticare che sin dal 1991, Libero Casagrande riprende i due romanzi mondadoriani di Giovanni Orelli, L’anno della valanga e La festa del ringraziamento, guadagnandosi poi la fedeltà del narratore-poeta bedrettese con altri numerosi titoli. Una fedeltà ancora più lunga, avviata nel 1983, sarebbe stata quella con Alberto Nessi, a partire dalla raccolta poetica Rasoterra e poi prolungata in numerosi altri libri. Nella collezione «Versanti», diretta dai tre Giovanni (Bonalumi, Orelli e Raboni), erano già confluiti anche Silvana Lattmann, Gilberto Isella, Fabio Muggiasca, Remo Fasani, Ugo Canonica, Dubravko Pusek, Adolfo Jenni, Antonio Rossi e Fabio Pusterla, il cui libro d’esordio, Concessione all’inverno, del 1985, era presentato da Maria Corti.

In quel giro d’anni si apriva la strada alle nuove generazioni di poeti e narratori, a partire da Donata Berra e Pietro De Marchi, per proseguire nel decennio successivo, con Anna Ruchat, Tommaso Soldini, Vanni Bianconi, Yari Bernasconi, Fabiano Alborghetti, Claudia Quadri, Pierre Lepori, Massimo Gezzi, Andrea Fazioli. La casa editrice raccoglie con convinzione le voci più promettenti della letteratura regionale. Sono gli anni, i primi Novanta, in cui Libero viene affiancato da suo figlio Fabio, che imprime un impulso decisivo al rinnovamento editoriale, anche grazie alla collaborazione redazionale e ideativa di Matteo Terzaghi, impostando un programma capace di guardare verso Nord e verso Sud, oltre i confini cantonali e federali.

Ma tra gli autori distribuiti nelle varie collezioni, compaiano in definitiva i maggiori svizzeri di lingua francese e tedesca, che si moltiplicano nella collana «Scrittori». Alcuni nomi, tra i tanti: Friedrich Glauser, Friedrich Dürrenmatt, Catherine Colomb, Anne Marie Schwarzenbach, Peter Bichsel, Jacques Chessex, Philippe Jaccottet, Nicolas Bouvier, Markus Werner. La lista è ancora lunga e prestigiosa: Agota Kristof, Romain Gary, Emmanuel Bove, Tony Duvert, Denton Welch, Adam Zagajewski, oltre ai narratori e saggisti italiani contemporanei di vario indirizzo, come Bruno Pischedda, Maurizio Salabelle, Giuliano Scabia, Laura Pariani, Roberto Cazzola, Francesco Cataluccio, Alberto Saibene.

Si potrebbe continuare. Ma tanto basti per sottolineare quanto Libero Casagrande, pur rimanendo anche in età avanzata una presenza-chiave, severa e oculata, sul piano organizzativo e amministrativo, sia stato capace di lasciare campo aperto al rinnovamento e al futuro dell’impresa a cui aveva dedicato la sua lunga vita.