Intervista a Luciana Cisbani, traduttrice di "Una famiglia" di Pascale Kramer
Una famiglia, uscito per Nutrimenti nel 2023, fa seguito alla tua traduzione di Brutale è il risveglio (Tunué, 2020). Com’è avvenuto l’incontro con Pascale Kramer e com’è nato il desiderio di tradurla?
Nel 2017 sono stata invitata al Book Pride di Milano per partecipare con il collega Daniele Petruccioli a una Tranlsation Slam su un estratto di Les vivants di Pascale Kramer. Le joutes de traduction sono quelle tremende sfide pubbliche tra traduttori dove il pubblico in sala commenta e “giudica” le due versioni precedentemente elaborate e proposte al momento. Io ero reduce da lutti famigliari e ricordo che tradurre quel brano cupo in cui morivano due bambini mi pesò moltissimo. Però la joute con Daniele fu divertente, la traduzione che avevo proposto era piaciuta e Pascale era lì, seduta di fronte a noi. Una situazione rara ed emozionante. Siamo andati a pranzo tutti insieme, e subito ho sentito una sorta di affinità elettiva. Vai a capire… Poco dopo ho chiesto a Pro Helvetia di inviarmi i suoi romanzi, sono rimasta folgorata da L’implacable brutalité du réveil, che poi ho tradotto, e da allora tra noi due è nata, credo di poter dire, un’amicizia. Cosa niente affatto scontata in questo lavoro…
Una famiglia racconta attraverso prospettive diverse la storia di un nucleo familiare profondamente segnato dai problemi di alcolismo del figlio maggiore, Romain. Che cosa ti ha colpita di questo romanzo che affronta con forza e brutalità il tema della dipendenza e mette in luce le ferite e le lacerazioni che questa provoca nei diversi membri della cerchia familiare?
Forse perché appartengo a quella generazione di italiani che nell’adolescenza ha visto amici, amori, parenti, entourage soccombere a varie forme di dipendenza (droga, alcol, gioco), l’argomento non ha mai smesso di lavorarmi dentro. I comportamenti autodistruttivi di una persona mettono in moto nell’ambiente circostante una reazione a catena: la persona che decide di allontanarsi dagli affetti più cari, o dalla vita tout court, come Romain, causa inevitabilmente una serie di azioni e reazioni i cui effetti non sono a un certo punto più nemmeno immaginabili. Quando lessi per la prima volta il romanzo Une famille ricordo che pensai che il celebre incipit di Tolstoj potrebbe in fondo essere parafrasato: tutte le famiglie che si trovano a vivere una storia di dipendenza sono infelici e si assomigliano.
Il romanzo è costituito da cinque capitoli in cui si alternano le prospettive dei cinque membri della famiglia – rimane escluso solo Romain, personaggio centrale e al tempo stesso assente dalla narrazione. In ognuno di questi la voce di un narratore esterno racconta gli eventi dal punto di vista di un personaggio, presentando elementi nuovi che fanno progredire il racconto e che portano gradualmente alla luce la ricaduta del protagonista. Sebbene lascino emergere il modo diverso di percepire e di vivere il dramma familiare, mi sembra che i vari capitoli di questo romanzo corale non presentino una particolare caratterizzazione linguistica. Come spieghi questa scelta di uniformità stilistica?
Pascal Kramer ha una scrittura che a me appare sempre come una serie di scatti fotografici. Perlopiù in bianco e nero. Anche se i colori in realtà nell’intera opera di Kramer sono onnipresenti e paradossalmente essenziali. Anche in questo romanzo i moti dell’animo vengono fatti passare attraverso scarne descrizioni di movimenti corporei, di oggetti casualmente protagonisti, di vuoti che risultano pienissimi solo una volta terminato il paragrafo. Il lettore segue in ogni capitolo la prospettiva di un membro della famiglia che però non parla mai in prima persona. La narrazione è sempre esterna, sempre con quella sorta di distacco che dà la visione di un fatto che si svolge al di là di un vetro. Mi sembra che Pascale Kramer trasponga moti della psiche e tic comportamentali “bloccandoli” in una descrizione fulminea e anodina, magari in punti dove la narrazione indurrebbe il lettore ad aspettarsi dell’altro. Le voci dei tre fratelli di Romain, di suo padre e di sua madre non sono importanti in quanto portatrici di una qualche verità o prospettiva autonoma. Le verità, se così vogliamo definirle, emergono via via dagli atti mancati, dalle dimenticanze, da spigoli di luce che fanno intuire porte aperte su scene dolorose, fughe inaspettate che si mischiano al tranquillizzante scorrere del fiume, in questo caso il Rodano. E alla fine è l’insieme di questi dettagli disseminati all’interno di ogni capitolo che, uniti a quelli degli altri, crea nel lettore la visione caleidoscopica che sta a lui ricostruire, ripensare. Niente letture precotte in Kramer. L’amore infinito e pacato che Olivier ha per Danielle, la madre di Romain, lo si evince quasi solo dai suoi silenzi rispettosi e da come occupa lo spazio della loro casa, da quello che non fa e non dice. I timori di Danielle si leggono tra le righe delle sue momentanee inspiegabili assenze, la fedeltà dei fratelli da azioni determinanti ma taciute. Fare, non parlare. L’amore Kramer è questo. Potentissimo messaggio, tra l’altro…
Spesso i capitoli tornano su uno stesso evento, che viene narrato in modo diverso in base alla percezione differente che ne hanno le diverse figure. C’è quindi al tempo stesso un lavoro di ripetizione e di variazione. Questa ripresa variata di medesimi eventi ha rappresentato una difficoltà in sede di traduzione – per esempio in relazione alle scelte lessicali?
Sì, la narrazione procede come una cinepresa che entra ed esce dagli stessi luoghi in momenti diversi della stessa scena, che sono poi i momenti vissuti via via da ciascuno dei membri di questa famiglia borghese, cattolica, per bene. Si è disorientati perché nelle varie narrazioni tutto è diverso eppure tutto è uguale. Le case, le borse, i bicchieri, il fiume Rodano sono sempre gli stessi ma vissuti o sfiorati o ignorati a secondo dell’azione di chi entra in scena in quel momento. Disorientante il vortice che si crea, perché pian piano il lettore come in un puzzle o in un giallo ricostruisce pezzi di eventi, dettagli che diventano poi essenziali, e insegue questa famiglia che da decenni si affanna silenziosamente, si sacrifica più o meno consapevolmente attorno all’assenza di Romain, l’assente per eccellenza. Come dici giustamente, ripetizione e variazione sono la musica di fondo di questo romanzo. E Pascale non teme di ripetere verbi o sostantivi nella stessa pagina. E io in una certa misura cerco di rispettare questa sua scelta di… normalità narrativa, vogliamo chiamarla? Lei non usa sinonimi perché “fa brutto” ripetersi. Ovviamente, ci sono poi sue scelte lessicali ben precise fatte scientemente per caratterizzare luoghi, personaggi, indumenti, dettagli che aiutano il lettore a ricostruire il puzzle degli eventi. Ma quando non ci sono sbavature o scollature nel testo di partenza, si deve solo rimanere in sella e concedersi piccole variatio là dove la lingua di partenza magari non può farlo: penso ad esempio che ho banalmente deciso di caratterizzare per ogni personaggio i numerosi e generici sacs disseminati nel romanzo. Parlo di borse, o borsette, o borsoni, o zaini.
Questa storia così dura, dolorosa, viene poi raccontata attraverso uno stile contenuto e misurato che, se da un lato sembra contrastare con la drammaticità degli eventi, dall’altro riesce a comunicare con forza e durezza la sofferenza e le faglie...
Sì, è vero, la misura, la pacatezza, sono la cifra stilistica con cui Pascale affronta di fatto quasi sempre tematiche di vita violentemente destabilizzanti: il suicidio di un padre, la morte dei figli, la depressione post partum ecc. È questo che rende equilibrata e allo stesso tempo molto potente la sua voce: mai urlate le disperazioni, mai rabbiose le frustrazioni. È come se tutto esplodesse dentro, come se tutto scoppiasse sotto gli occhi del lettore che lei fa solo avvicinare al vetro del pathos.
Quali altre difficoltà hai incontrato durante la traduzione?
In fondo per tradurre Pascale bisogna solo stare al suo passo discreto, calibrato, bisogna seguire le movenze che da incerte passano a taglienti nel giro di una frase. Come dicevo, lei non concede ghirigori psicologici, e questo si riflette nella costruzione delle sue frasi, cesellate, sempre alla ricerca del mot juste e della necessità di essere quelle e non altre. A me la sua scrittura ha sempre ricordato lo stile scabro ma densissimo di Raymond Carver. Forse la vera difficoltà è restituire il fiato che rimane sospeso in banali descrizioni di stanze, che si insinua tra un’emozione profonda e perforante e la quotidianità del vivere capace di narcotizzare ogni tragedia. Insomma, c’è una brutalità nella delicatezza di Kramer che a me parla. Forma e contenuto creano quello che è a mio avviso l’ossimorico stile Kramer, che veleggia sempre in una dimensione di delicata brutalità…
So che sei in contatto con Pascale Kramer, che ti ha raccontato dell’esperienza di coabitazione con persone che hanno vissuto in strada e che hanno avuto problemi di alcolismo, da cui è poi nato il romanzo. Il dialogo con l’autrice è stato importante?
Sì, Pascale, sia detto per inciso, è una persona umanamente fantastica. Definirla impegnata nel sociale è riduttivo. Lei vive, e in fondo anche lavora, immersa in realtà dove l’aiuto, la collaborazione, il sostegno concreto sono la norma. Durante il lockdown ha deciso di coabitare con persone che vivono quotidianamente difficoltà di ogni sorta. Frequenta in modo del tutto naturale i grandi alcolisti e il mondo della marginalità. Leggendo le sue opere ci si immagina una persona cupa, e invece Pascale è l’accoglienza, la morbidezza e la generosità fatta persona. Sempre un sorriso per tutti e la sua casa aperta a chi ne ha bisogno. Una vera maestra di accoglienza concreta. In fondo, le situazioni di disagio esistenziale e i personaggi spesso schiacciati da conflitti sociali e famigliari sono qualcosa che ama sondare non direi per un’inclinazione personale, ma per interesse quasi da reporter, da raffinata cronista dell’intrinseca brutalità della vita e dei rapporti umani. Ovviamente, anche nei confronti dei suoi traduttori è estremamente disponibile, e certo, come sempre, alcuni passaggi che mi risultavano oscuri ho potuto scioglierli grazie a lei. È capitato poi che la costruzione prismatica del romanzo creasse in me qua e là una sorta di nebbia traduttiva, diciamo così, da cui non riuscivo a emergere, nemmeno alla decima rilettura, e se non avessi fatto ricorso a lei avrei rischiato di lasciare delle imprecisioni.
Ci sono altri libri di Kramer che vorresti tradurre? Da quale inizieresti?
Ah, dopo tutto quello che ho detto è chiaro che vorrei tradurre anche gli altri romanzi di Pascale Kramer. Comincerei con Autopsie d’un père. Certo, i temi trattati qui sono duri: suicidio, razzismo strisciante, conflitto padre/figlia. Ma soprattutto vorrei cimentarmi con Les Vivants, uno dei romanzi dove il tema del “gioco” quasi perverso delle relazioni famigliari – così caro a Kramer – è più che mai tagliente. E dove la scrittura si fa ancora più portatrice di quella scarnificazione torbida che amo in lei. Chissà poi perché... Sono un essere molto solare. Forse la poetica di Kramer tocca le mie ombre. Ombre fastidiose da sondare per tutti. Credo sia questo il motivo per cui Pascale Kramer, pluripremiata e tradotta in varie lingue, non ha un successo di massa. Lei non rassicura, non compiace, non fa sconti all’umano e fa faticare il lettore. E va bene così.