Per Fabio Contestabile (1954-2022)

Fokus vom 09.01.2023 von Giovanni Fontana

Nato a Maroggia nel 1954, Fabio Contestabile ha studiato all’Università di Zurigo (dove si è laureato in Lingua e letteratura italiana) e ha insegnato per anni nelle scuole ticinesi. Il suo percorso letterario originale e appartato si è sviluppato sui due versanti complementari della poesia e della prosa: fra le pubblicazioni in versi si ricordano Con parole semplici (Edizioni Ulivo, 2007, con un’introduzione a cura di chi scrive), Non c’è che il fluire crescente (Alla chiara fonte, 2010), Spazi e tempi (Manni, 2011), Screziato di metallo il suono/Metallgesprenkelt der Laut (traduzione tedesca a fronte di Marisa Rossi, Alla chiara fonte, 2013) e Il senso incerto (Manni, 2018); mentre il principale scritto in prosa è La mappa per Pétur (ADV-Alla chiara fonte, 2015). Fabio Contestabile è scomparso prematuramente nel luglio del 2022: alla sua figura umana e letteraria è dedicato questo breve ritratto, a parziale risarcimento di un (colpevole) silenzio della critica.

La breve, intensa parabola di Fabio Contestabile si distende sull’arco di poco più di un decennio, fra la raccolta Con parole semplici del 2007, che segna il suo tardivo esordio letterario, e la silloge Il senso incerto del 2018, che consegna al lettore l’immagine più articolata e matura della sua poesia. Fra questi due estremi, su cui si soffermerà principalmente il nostro ritratto, si collocano raccolte e plaquettes che documentano una ricerca tenace e appartata, condotta fra Ticino e Italia (e non sempre ricompensata dall’attenzione dell’establishment letterario).
Un’autodefinizione affidata a due versi della lirica L’addio descrive lucidamente la ‘postura’ dell’io che è al centro della raccolta d’esordio Con parole semplici: «Straniato commensale / in bilico sull’orlo del tempo». L’intero libro si costruisce attorno a questo rapporto difficile, ‘malato’ con il mondo – donde l’immagine ricorrente di un soggetto perplesso, in ascolto o in attesa, murato nella propria torre di guardia, sul confine che separa il microcosmo domestico (la ‘tana’) da un reale scrutato con diffidenza e con paura. Le partiture fibrillanti, studiatamente paratattiche di questi componimenti documentano i movimenti oscillatori dell’io, fra tentazioni regressive, ripiegamenti, e aperture guardinghe a una realtà inventariata caleidoscopicamente, che stenta a trovare un principio ordinatore o è incrinata da un vuoto, da una mancanza. Domina, su tutto, un senso di incertezza e di instabilità, che riguarda sia il soggetto, impigliato nei suoi fantasmi, sia il mondo, che si rivela privo di senso. La lezione di Kafka, Tozzi, Walser – e forse di Betocchi – appare qui particolarmente attiva e produttiva.
Alcuni dei componimenti più belli della prima sezione, Ritratti e prospettive, sono dedicati proprio allo sforzo di infrangere questa barriera invisibile, perforando la cortina delle proprie ossessioni e delle proprie paure.
In Destino, ad esempio,

C’è da credere che uscirò
Sì, uscirò: infilo
Quel cappotto che sa tanto
Di me – appena al di qua
Dell’uscio socchiuso

È da queste fessure abbaglianti
Che irrompe il soffio
Esterno
A rivoltarti come un guanto.

l’esperimento è osservato da due angolazioni opposte e complementari (le esitazioni di un “io-insetto”, il vorticare delle sue zampe che faticano a staccarsi dal nido, dal bozzolo rassicurante di odori e abitudini che lo imprigiona; e l’irrompere della vita, che trasforma imperiosamente in atti le velleità del soggetto), mentre la linea del tempo si arriccia, si inarca, seguendo le pulsazioni irregolari di un cuore che tenta di liberarsi da se stesso («C’è da credere che uscirò, / Sì uscirò: infilo / Quel cappotto che sa tanto di me…»).
In Diagonia, invece, l’esito della partita appare più incerto e la struttura ‘a intarsio’ sembra fotografare un equilibrio precario, il soffio d’aria che scorre fra le intercapedini di un edificio pericolante:

“Penso che mi alzerò anche stamattina”
Potrei aver scritto un lunedì –
Fra le righe, sotto i versi in greco
A margine d’un testo
Ancora non ho ben capito, qualche
Cosa mi sfugge –
La pendola s’è fermata all’incirca
Ad un’ora meno qualcosa –
Non abito Firenze o un terrazzo
Romano ma via vignascia
A settembre che è il mese
Dell’equinozio e volano libellule
E cimici.

Ma ciò che più colpisce nel componimento, anche a testimonianza di una maturità espressiva raggiunta quasi senza sforzo, sotto l’urgere di potenti spinte interiori, è l’‘indecidibilità’ dell’enunciato d’apertura, che rimane sospeso in una sorta di ‘non-tempo’ grammaticale e semantico («“Penso che mi alzerò anche stamattina” / Potrei aver scritto un lunedì / fra le righe, sotto i versi in greco / A margine di un testo – / Ancora non ho ben capito…»).
Quando, invece, i ‘fantasmi’ hanno la meglio, scrivere significa stilare un dolente ‘bollettino di guerra’, come in L’istinto dell’acqua

Ho l’istinto dell’acqua
Quando ti chiedo un momento
Di sospensione – come un ragno
Stanco della tela che ha tessuto,
Dei pensieri, dei moscerini che vi si impigliano.
C’è un filo di vento: a lasciarmi volo,
Mi libero, spalanco una finestra
Che fa corrente e solleva uno spolverio
Di suoni diafani: svuoto la mente,
Inarrestabile scorro
Finalmente per gravità – come quel ragno
Attratto dal niente.

dove l’impossibilità di liberarsi dai “pensieri” ossessivi è proiettata nel reticolo fibrillante di immagini che appaiono scompaiono s’intrecciano, smorzando ogni dinamismo e condannando l’“io” a una posizione d’attesa, dentro la cornice della “finestra”.
Come si evince da questi esempi – acerbi, forse, ma a loro modo potenti – il nodo psicologico che Con parole semplici esibisce fin dalle prime pagine – l’incapacità di attingere la pienezza “animale” della vita – non inibisce la scrittura, ma – anzi – costituisce il vero lievito della ricerca poetica di Contestabile, sia quando il soggetto indugi sulla ‘soglia’ (come accade per lo più nel libro d’esordio), sia quando si avventuri in caute ricognizioni del mondo esterno (come avviene spesso in Spazi e tempi, la raccolta del 2011 con cui per la prima volta il poeta ticinese si confronta con un pubblico ampio, potenzialmente extra-regionale), sia – infine – quando volga il proprio sguardo introflesso sulle “acque profonde” dell’interiorità, sul tesoro “tremulo” della notte, sugli abissi tenero-cupi dell’inconscio o del sogno (come in molti testi de Il senso incerto, che rappresenta da ogni punto di vista il vertice della poesia di Contestabile).
Con un salto in avanti che potrebbe sembrare arbitrario, se non fosse autorizzato dalla fedeltà dell’autore a un habitus mentale e a una Weltanschauung definiti precocemente e confermati dolorosamente di stazione in stazione, lungo le tappe di un percorso umano e letterario troppo breve, proviamo, dunque, a documentare gli esiti più maturi della poesia di Contestabile.
Il senso incerto esce, come si è detto, nel 2018 da Manni ed è preparato, nel 2013, dalla plaquette Screziato di metallo il suono (il cui bellissimo titolo sembra alludere a un impulso imprigionato dentro la materia, a una luce e a una musica che non riescono a manifestarsi o che si manifestano solo in forme disarmoniche…). La suite Screziato di metallo il suono (che nel volume è riproposta nella sezione Altri versi) è uno snodo importante nella poesia di Contestabile – una sorta di cantiere aperto in cui il poeta sottopone la propria voce sorgiva e, in qualche misura, ‘antiletteraria’ a un processo di autoeducazione: in quest’ottica va letta, ad esempio, la sperimentazione assidua e quasi ossessiva di forme metriche brevi e tendenzialmente chiuse, modellate sugli “ossi” e sui “mottetti” montaliani; e a un bisogno analogo di confronto e di verifica può essere ricondotto il dialogo a distanza con il Luzi mediano di Onore del vero intorno al motivo dello sguardo perplesso e caleidoscopico gettato sul mondo che si coglie in molti di questi versi.
Un esempio minimo varrà a dare maggiore concretezza al nostro discorso. a volte non c’è più niente, è il sesto componimento di Screziato di metallo:

a volte non c'è più niente
e l'ultima falena s'immola

poche gocce stridono ancora
prima di dileguarsi in voce roca

non c'è mai stata quella cantilena
che ora s'allontana nel giorno cavo.

Composto da tre distici di versi di varia lunghezza (da un minimo di 8 a un massimo di 11 sillabe), sintatticamente indipendenti l’uno dall’altro ma collegati da un fitto reticolo di assonanze [1] (secondo un modulo che all’interno del libro è replicato – con alcune varianti – in IX alba, qualcosa) [2], a volte non c’è più niente è un testo percorso da una sottile malinconia che sfiora, quasi svagatamente, gli abissi del nichilismo. Tutto si gioca, in questi versi, sul cortocircuito fra lo ‘scomparire’ e il ‘non essere mai esistito’, fra l’elegia sulla fuga del tempo, che corrode le nostre esperienze – anche quelle più banali della quotidianità – e la rivelazione improvvisa del crepaccio su cui poggia il nostro piede. L’attacco è sottilmente depistante, nella sua apparente, bonaria a-grammaticalità (a volte… non c’è più) [3]: a volte – sembra dire l’io – si ha l’impressione che la vita abbia spremuto tutto il suo succo, che niente più resti, mentre cala il sipario su una giornata che si avvia alla propria conclusione. Come in una fuga immobile, l’«ultima falena si immola» sulla fiamma, «poche gocce [probabilmente di cera] stridono», mentre i rumori vicini sfumano, leopardianamente, in quelli più lontani, in una «voce roca» che ora si allontana nel «giorno cavo», dilatando fantasticamente gli spazi. Ma «quella cantilena» non si spegne nel silenzio della notte, avverte perentoriamente l’io all’inizio del penultimo verso, ‘non c’è mai stata’. È stata solo un inganno della mente, un velo che ha nascosto il ‘solido nulla’ di cui è fatta la nostra esistenza. L’illusione su cui ci reggiamo in precario equilibrio, come acrobati sul filo, è mirabilmente visualizzata dai due versi finali, che predicano ‘realisticamente’ il movimento di qualcosa che è dichiarato ‘inesistente’.
Con gli strumenti sensibilissimi tarati in Screziato di metallo il suono, Contestabile si dispone nel suo libro terminale ad attraversare il territorio della notte. La dimensione notturna, assunta fin qui quasi esclusivamente in funzione contrastiva (o regressiva), come rifugio dai richiami insidiosi di un ‘giorno’ non-amato (o temuto), è esplorata ora coraggiosamente, in tutte le sue sfumature e le sue valenze esistenziali e simboliche, in componimenti che testimoniano il raggiungimento di una piena maturità letteraria e umana.
Fra le tante ‘cartografie della notte’ che Contestabile consegna a Il senso incerto, scegliamo il componimento che inaugura la sottosezione per un notturno, è notte ed ora

è notte ed ora
la profondità si piega in lontananza
e poi in fuga, in dimenticanza –
dove tace

nell’ansa travagliata che il torrente nutre
un tiepido vento si quieta, un pensiero
svanisce

e qui s’addensa per l’ora che viene
un tenero istante che come smalto
riluce

solo allora è nell’occhio che riposa
un candore ancora vivace
un ricordo, l’infanzia,
la pace

Il testo esibisce, come spesso accade nella raccolta, una struttura simmetrica e chiusa: due quartine poste agli estremi incorniciano due strofe di tre versi, individuando il punto di partenza («ed ora») e il punto d’arrivo («solo allora») della piccola avventura che è al centro del testo, mentre i versi finali di ogni strofa, per la loro brevità e per loro sostanza fonica, si richiamano a distanza, garantendo compattezza al dettato poetico.
L’incipit proietta il lettore nel buio di una dimensione ‘altra’, nella plasticità di uno spazio interiore profondo e insieme dilatato orizzontalmente, di una memoria che scava e insieme arretra nel tempo, fino a sfumare nell’indistinto. Lo scarto rispetto al regime della vita diurna è già tutto in questa possibilità di rimodellare le forme dell’esperienza, in virtù della quale una “profondità” può ‘piegarsi’ in “lontananza”…
Il quarto, brevissimo verso («dove tace») – come sospeso nel vuoto – è un indicatore atmosferico che getta un ponte verso le due strofe centrali, come s’è detto, metricamente omogenee. Qui si disegnano due movimenti opposti: al rarefarsi dei segnali diurni, all’allentarsi delle tensioni che imprigionano la nostra vita («nell’ansa travagliata che il torrente nutre / un tiepido vento si quieta, un pensiero / svanisce») corrisponde infatti l’intensificarsi di messaggi scritti in un alfabeto onirico, misteriosamente allusivo («qui s’addensa per l’ora che viene / un tenero istante che come smalto / riluce»).
L’approdo di questo viaggio notturno è, nella quarta strofa, metricamente solidale alla prima, il recupero di un frammento intatto e rasserenante di un passato lontano («solo allora è / nell’occhio che riposa / un candore ancora vivace / un ricordo, l’infanzia, / la pace»).
Questo itinerario salvifico è scandito non solo dalle immagini che abbiamo evidenziato, ma anche da una catena di richiami metrico-fonici, che alludono a una via più segreta, quasi misterica, attraverso la quale il lettore può attingere i tesori della notte: ci riferiamo, da una parte, alla scia fonica che collega tace-riluce-vivace-pace, e, dall’altra, alla coppia di sdruccioli, fra loro allitteranti, tiepido vento-tenero istante, che – nel centro esatto del componimento – segna il passaggio dalla fase disforica del ripiegamento a quella euforica del ritrovamento.
All’estremo opposto del continente notturno si colloca il risveglio, che ispira a Contestabile pagine altrettanto belle. Fra i molti testi dedicati alla rivisitazione del motivo dell’‘alba’, scegliamo il posto che avrò – può darsi (terzo pezzo della suite La legge dei gravi) – un lungo componimento dalla struttura metrica libera, quasi sfrangiata:

Il posto che avrò – può darsi –
si disegna già ora nel chiaroscuro
delle ultime ombre, della luce che nasce:
allo scadere insensibile della coscienza
siamo grati al nostro corpo
che pesa e riposa, che racchiude
in poco calore una flessuosa
calma primordiale

eppure era là,
nel fluire del sonno che disciolta
sembra echeggiare una pietra, la voce
dell’unica madre – ogni giorno,
come dalle chiatte sul fiume
un cenno si spegne e s’allontana

solo questo, miseramente solo
questo – ancora al mattino non colgo
che l’impalpabile assenza: è come se accanto
a te respirasse un corpo qualunque

non sai
quando scoccherà il giorno, quello
che porta alla quiete e stranamente
ad altro sonno

che ore sono? – chiediamo fingendo che importi
averne idea, e con questa rannicchiarsi
indecisi fra veglia e abbandono, anche
se tanto…

o forse è vero che dopotutto
il respiro è ventaglio d’un sogno

Nel dormiveglia liquido (latamente ‘luziano’) [4] che precede il risveglio vero e proprio, la mente dell’io vaga, ora sporgendosi verso la dimensione diurna, a cui si affaccia quasi con riluttanza, come se esitasse a solidificarsi in una forma distinta (1-3 «il posto che avrò – può darsi – / si disegna già ora nel chiaroscuro / delle ultime ombre, della luce che nasce»), ora scivolando all’indietro, nella nostalgia della «flessuosa calma primordiale» che il corpo custodisce ancora dentro di sé (4-8), nell’eco impalpabile della «voce dell’unica madre», infra-sentita nel sonno e forse perduta per sempre (9-14). Un sostare dubbioso sul limitare dell’alba, in cui la spina dell’angoscia punge al pensiero che il giorno che sta per sorgere avvicina a ‘quel giorno’, al giorno in cui svegliarsi significherà sprofondare in un altro ‘sonno’, il sonno della morte (19-22). Donde il rituale delle prime parole scambiate quasi a occhi chiusi («che ore sono?») per esorcizzare il fastidio del giorno e la paura della morte – e il rannicchiarsi in un limbo temporale sospeso fra dimensione notturna e dimensione diurna in cui «il respiro è ventaglio di un sogno».
Al percorso rettilineo, per quanto internamente scandito in due fasi di segno opposto, di è notte, ed ora, si contrappone l’andamento flessuoso il posto che avrò – può darsi, che dall’imminenza dell’alba scivola all’indietro nel gorgo buio della notte, per riaffiorare con passi esitanti alla luce del giorno, in una sorta di angosciato piétinement sur place che verrebbe voglia di chiosare con i celebri versi di Novalis «Deve sempre tornare il mattino? / Mai non finirà la violenza di ciò che è terrestre?» [5].

Di fronte a esiti come questi sorprende la disattenzione della critica, restia fino all’ultimo a riconoscere il valore di un percorso volutamente appartato e marginale come quello di Contestabile. Certo, il carattere schivo dell’autore non ha giovato all’affermazione pubblica della sua opera; ma le ragioni vere di questa – relativa – sfortuna vanno, secondo noi, cercate altrove, nel carattere del tutto anomalo della sua ricerca letteraria e, in particolare, poetica.
Il Contestabile che si affaccia sulla scena letteraria con la raccolta Con parole semplici è uno scrittore difficilmente classificabile, con un retroterra di letture filosofiche e narrative, più che poetiche. Non a caso abbiamo fatto all’inizio di questo ritratto i nomi di Kafka, Tozzi e Walser come numi tutelari della raccolta d’esordio, aggiungendo in subordine, per gli aspetti più regressivi della sua ispirazione, quello di un grande marginale della nostra tradizione novecentesca come Carlo Betocchi. E un lettore attrezzatissimo come Flavio Medici, in relazione alla poesia-pensiero di Spazi e tempi, ha evocato la lezione di Leopardi e Montale, ma più per una Weltanschauung comune che per un preciso debito letterario [6]. Certo, col passare del tempo (in particolare a partire da Screziato di metallo il suono) si colgono nitidamente, nelle pagine dello scrittore ticinese, i segni di letture ampie e mirate e addirittura le tracce di una sorta di ‘apprendistato tecnico’, che sopraggiungono, però, a posteriori e si innestano su un nucleo di ispirazione del tutto autonomo e personale. Non si sbaglierà, dunque, né si cederà al gusto del facile paradosso affermando che quella di Contestabile è e rimane nel tempo una poesia poco o scarsamente ‘letteraria’, e quindi un oggetto difficile da maneggiare per un critico.
A ciò si somma la sua tendenziale estraneità ai due grandi modelli con cui chiunque scriva in versi nella Svizzera italiana deve in qualche modo fare i conti: pensiamo, naturalmente, a quello di Giorgio Orelli e a quello, veramente imprescindibile per le generazioni più giovani, di Fabio Pusterla. Certo, non mancano, nella poesia ticinese degli ultimi decenni, percorsi individuali interessantissimi per i quali questi due nomi non sono o non sono stati decisivi (pensiamo, ad esempio, a Gilberto Isella o a Antonio Rossi), ma la distanza di Contestabile dal magistero di questi due grandi ‘compagni di strada’ ha scoraggiato – crediamo – la critica più pigra (o più corriva), incline a riconoscere il già noto più che a sondare o a mappare l’ignoto, l’anomalo, l’irregolare.

[1] Si veda, in particolare, la serie s’immola : ancora : roca, che scandisce, in crescendo, la descrizione, prima del perentorio distico negativo che suggella il componimento. Ma significativa appare anche la ripresa fonica che lega 4 VOce ROCA a 6 giORno CAVO.
[2] Dove si alternano versi brevi e medio-lunghi e i distici sono legati da evidenti inarcature.
[3] Indicatori temporali contraddittori, che sembrano elidersi.
[4] Memore, ad esempio, dello splendido attacco de Il pensiero fluttuante della felicità (Mario Luzi, Su fondamenti invisibili, Rizzoli, 1971, pp. 15-27 – ora in M. Luzi, L’opera poetica, a cura e con un saggio introduttivo di Stefano Verdino, Mondadori, 1998, pp. 353-404, alle pp. 365-377).
[5] Novalis, Inni alla notte, II (da Novalis, Inni alla notte. Canti spirituali, traduzione di Roberto Fertonani, a cura di Virginia Cisotti, Mondadori, 1991, p. 71; così l’originale tedesco: «Muß immer der Morgen wiederkommen? Endet nie des Irdischen Gewalt?»).
[6] Flavio Medici, Un viaggio oltre i confini dello spazio e del tempo (recensione della raccolta di F. Contestabile Spazi e tempi, 2011, uscita sul quotidiano ticinese «Giornale del Popolo» il 23.7.2011).