Intervista a Yari Moro, traduttore di "Il nero è un colore" e "Con tanto dolore e tanto amore" di Grisélidis Réal

Fokus vom 10.03.2022 von Natalia Proserpi

«Viva, rabbiosa, lirica, eccessiva, caotica, kitsch, viscerale, autentica»: così Yari Moro, traduttore in italiano di Le noir est une couleur e La passe imaginare, definisce la scrittura di Grisélidis Réal; una scrittura che, se viene spesso letta come documento di un’epoca e ritratto di una professione, è caratterizzata da una forza espressiva che la rende unica e potente. Entrando nel suo quotidiano attraverso il romanzo e la raccolta di lettere, il lettore ne scopre così l’eccezionalità, tra passione e sentimento, contrasti e contraddizioni.

Grisélidis Réal è un personaggio sorprendente, affascinante e sfaccettato, scrittrice di una grande forza espressiva e attivista militante per la difesa dei diritti delle prostitute. Come ha conosciuto Réal e come ha avuto origine questo progetto?

Ho scoperto Grisélidis Réal una quindicina di anni fa quando vivevo a Ginevra. Sono entrato in contatto con i suoi libri un po’ per caso, prima con il romanzo (Le noir est une couleur, 1974) e poi con le lettere della raccolta La passe imaginaire (1992). All’epoca avevo conosciuto Pierre Lepori e Francesco Biamonte, che proprio in quel momento stavano cercando un editore interessato a pubblicarla. C’era un grande entusiasmo attorno al personaggio, ma poi non se n’è fatto nulla. Molti anni dopo succede che – anche qui per caso – partecipo a un workshop di traduzione letteraria tenuto da Maurizia Balmelli (siamo a Babel nel 2015). In breve, dopo quel seminario Maurizia Balmelli mi propone di tradurre un libro sotto la sua tutela nell’ambito del progetto di mentorato di Pro Helvetia. Ecco l’occasione per tradurre, finalmente, il romanzo! Abbiamo subito trovato un editore entusiasta, Keller, e siamo partiti.

Dopo Il nero è un colore ha tradotto Con tanto dolore e tanto amore (Keller, 2021), un libro che raccoglie le lettere che Grisélidis Réal mandò allo scrittore e giornalista Jean-Luc Hennig nel corso degli anni ’80. Rispetto al genere del romanzo, la scrittura epistolare è solitamente più diretta, meno (o non) mediata dal filtro letterario. Ha sentito una difficoltà diversa nel tradurre questo libro, in particolare per quanto riguarda la resa della voce?

Non direi tanto che il punto sia la questione del genere letterario, perché la lingua di Grisélidis Réal è una lingua difficile da tradurre indipendentemente dal genere. Che lei scriva un romanzo o delle lettere, la scrittura in fondo è la stessa. La questione della voce adeguata al genere letterario è un problema per “scrittori veri”: per gente con un alto grado di consapevolezza del mezzo espressivo. Da parte sua, invece, questa consapevolezza non c'è: la sua lingua va un po’ da tutte le parti, e come traduttore devi imparare a contenerla.

La lingua di Réal è in effetti una lingua molto particolare, che alterna momenti lirici, scatti di ira, esclamazioni veementi e ricche di espressività, inserti di tragica e sofferta disperazione. Per esempio una caratteristica frequente è la presenza di serie enumerative di aggettivi o sostantivi, che si accompagna a una sintassi spesso fitta e all’uso di numerosissime esclamative e interrogative. C’è poi anche una componente molto orale, per esempio con le frasi che si interrompono, i puntini di sospensione, ma anche il lessico spesso colloquiale, dissacratorio e volgare. Come ha gestito tutti questi aspetti?

Semplifico (e mi ripeto), ma direi che il nodo del problema stia nella non perfetta consapevolezza del mezzo espressivo, che è il motivo principale della difficoltà della traduzione. Quando lei non è precisa, quando fa errori di sintassi oppure usa un lessico inappropriato, il traduttore deve aggiustare, non ha scelta, altrimenti nel testo di arrivo si produce una stonatura troppo forte. Bisogna riuscire a farlo però senza tradire lo spirito dell’originale, il che è difficilissimo. Insomma, si deve trovare un compromesso. Tra l’altro, qualche giorno fa ho letto una riflessione di Cioran (Quaderni) secondo cui uno scrittore ha tutto il diritto di sbagliarsi, diversamente dal traduttore, cui spetta pure il compito di correggere gli errori.
Ora, due esempi per capirci. Il primo, tratto dal Nero è un colore, riguarda le serie enumerative di cui parlava. L’originale recita: «De chaque côté de ce chemin riant de neige blanche au soleil, on voit encore les vieux barbelés enfoncés dans la terre, et de puants fossés noirs recouverts de planches pourries» – che in italiano è diventato: «Ai due lati di questa strada ridente di neve bianca al sole, si vede ancora il vecchio filo spinato conficcato nel suolo, e i fossi puzzolenti coperti da tavole marce». La sovrabbondanza aggettivale qui è stata lenita con uno stralcio («noirs»). Quanto al lessico, al problema dello scarto semantico, un esempio opposto. Una delle frasi più famose di Réal recita: «La Prostitution est un humanisme», dove «humanisme» è stridente ma in qualche modo programmatico: si riferisce alla vocazione al tempo stesso umanitaria e artistica della professione, che appunto è «un’Arte»; ma in questo caso lo scarto va mantenuto perché qui c’è tutta Réal: è nella forzatura che sta la forza della sua lingua. Dunque la Prostituzione rimane «un umanesimo». Infine, quanto a interrogative, esclamative e puntini sospensivi ho drasticamente ridotto. Ho, anzi abbiamo fatto (con Sara Passerini, la bravissima “revisora” di Keller, come lei ama definirsi) anche un lavoro di revisione, necessario.

Torniamo al personaggio. La scelta di tradurre questo testo è stata dettata anche dal desiderio di farla conoscere o si è trattato in primo luogo di un interesse e un fascino per la sua scrittura?

Il punto è che Grisélidis Réal è nota soprattutto in quanto prostituta militante («Pute révolutionnaire» diceva lei stessa) e in genere chi ama i suoi libri li ama perché conosce o ammira il personaggio. Se questo per un verso è comprensibilissimo, d’altro canto genera il solito fastidioso equivoco per cui ciò che si dice conta più del come. Ripeto, è abbastanza scontato che le cose stiano così, e anzi mi chiedo quanto sia dirimente l'autocertificazione artistica posta sulla sua tomba a Ginevra («Écrivain-Peintre-Prostituée»)... epperò la sua scrittura ha un valore! Una scrittura viva, rabbiosa, lirica, eccessiva, caotica, kitsch, viscerale, autentica. Ecco, sarebbe bello che ogni tanto si parlasse anche della sua letteratura. Però sì, per rispondere alla sua domanda, è innegabile che la voce di Grisélidis Réal meriti di essere divulgata: perché i lettori italiani non la conoscono e perché ha qualcosa di urgente da dire.

Accanto al racconto delle proprie imprese militanti l’autrice riferisce senza censure e imbarazzo gli incontri con i clienti e le loro richieste, ritraendo una quotidianità molto intima. Sebbene ne parli con una grande libertà, a volte si ha l’impressione, un po’ spiazzante, di entrare in uno spazio privato. Com’è stato tradurre questa raccolta e dare voce a un’esperienza così personale?

Direi che questo non è stato un vero problema. Per un traduttore il punto sarà sempre e comunque la lingua, non tanto il milieu. Quello che dice sullo spazio privato però è interessante, perché permette di spiegare una cosa fondamentale. In realtà la stanza dove Grisélidis Réal riceve i clienti non è davvero uno spazio privato: è piuttosto uno spazio pubblico che le permette di esercitare pienamente la sua professione nel ruolo sociale che lei le attribuisce: «umanistico» appunto. C’è una lettera in cui Réal se la prende con degli studenti che hanno partecipato a una manifestazione; lei non ci è andata, dice, perché non ne ha avuto il tempo: la sua manifestazione l’ha fatta arrancando per dieci ore di fila dal letto al cesso e dal cesso al letto fra un cliente e l’altro. Eccola qui la sua militanza! Ora, non mi si fraintenda: non sto dicendo che Réal in generale snobbasse manifestazioni, raduni e convegni – è verissimo il contrario! – ma la stanza dove riceve i clienti non è uno spazio intimo. Con tanto dolore e tanto amore è comunque un epistolario un po’ strano. Lei scrive una serie di lettere a Jean-Luc Hennig, un intellettuale parigino che la stima in quanto militante e scrittrice, ma lui non risponde praticamente mai. In realtà non è una vera corrispondenza: Hennig aveva proposto a Réal di mandargli delle lettere in cui gli raccontasse le sue giornate, o meglio nottate. A un certo punto poi nasce l’idea di pubblicale. All’inizio lei si finge turbata, ma in realtà ne è felicissima. Dico questo solo per riprendere l’idea di spazio pubblico. Réal è entusiasta di raccontare le questioni più “intime” della sua professione, anche quando ormai la pubblicazione è cosa sicura. Ecco perché il destinatario finale, che è il lettore, non dovrebbe sentirsi turbato.

Per tornare alla questione dello spazio pubblico e privato, in effetti allude spesso a un secondo appartamento, che è questa volta uno spazio realmente privato, dove non riceve clienti...

Infatti. C'è una lettera stupenda che non lascia dubbi: «Ogni uomo che viene qui è unico, e io li amo tutti ogni giorno di più, anche se è dura, insopportabile, terribile, anche se vengono a riversare dentro di me non solo lo sperma, ma anche la rabbia, il dolore, l’amarezza, la dolcezza, la disperazione dei poveri e degli offesi. Sono un’urna segreta, piena fino a scoppiare, pazza e sorda, impotente… e lucida. Rotta. Ogni cosa ha due volti, Jean-Luc Hennig. Anche noi ne abbiamo due, anzi addirittura tre, quattro… E ciascun volto ne ha altri due dietro ai quali possiamo ripararci, perché quello autentico, quello interiore, inafferrabile, non si conosce. […] La pelle dell’anima è segreta. Chi mai riuscirà a sfiorarla?» (corsivi miei, lettera del 10 maggio 1988).

Nelle lettere ci sono anche molte ripetizioni, per esempio nomi di clienti che ritornano, riferimenti a programmi televisivi e canzoni. Come ha lavorato sulla coerenza interna?

Quanto a coerenza interna, con Sara Passerini siamo intervenuti solo sul sistema di maiuscole adottato da Réal, che per esempio prevede Puttana, Poeta e Culo (nella quadrupla accezione di culo, sesso femminile, sesso maschile e rapporto sessuale). Qui siamo intervenuti perché ovviamente quella di Réal è solo una tendenza, ma, come dire, una tendenza che allude a un sistema. Così abbiamo uniformato, anche perché quelle parole hanno un valore vagamente simbolico, tipo l'Angoisse di Baudelaire per capirci.

Dopo Réal, ci sono altri autori che vorrebbe tradurre?

Dopo Grisélidis, una vacanza.