“Un’altra vita” sul Monte Verità
La nona edizione degli Eventi letterari Monte Verità, 11.11-14.11 2021
“Un’altra vita” era il titolo della nona edizione degli Eventi letterari Monte Verità, che si è svolta dall’11 al 14 novembre negli spazi del bell’albergo in stile Bauhaus che sorge sulla collina sovrastante il borgo di Ascona, ricca di fervore artistico e di memoria. Attraverso il rinvio, nel settecentesimo della morte, all’opera di Dante, questa edizione si proponeva di riflettere sulle altre “vite” possibili, su mondi alternativi e nuove forme di esistenza in un’epoca in cui l’urgenza di trovare vie diverse e percorsi innovativi si fa sempre più pressante e necessaria. Attraverso voci, sguardi e linguaggi eterogenei, e in dialogo con il passato e i grandi autori dei secoli scorsi – Dante, Shakespeare –, gli Eventi letterari hanno invitato il pubblico a riflettere sui problemi del nostro presente, offrendogli al tempo stesso il piacere della scoperta e dell’immersione negli universi di alcune tra le voci più note della scena letteraria di questi anni. A poco più di una settimana dalla fine degli Eventi, torniamo su alcuni momenti che hanno segnato queste giornate.
Il Premio Enrico Filippini alle Éditions d’en bas
Dopo le parole di benvenuto del presidente Raphaël Brunshwig e il discorso introduttivo del direttore artistico Paolo Di Stefano, il primo incontro del sabato si è aperto con il conferimento del Premio Enrico Filippini, un evento a cui hanno assistito vari poeti e scrittori pubblicati dalla casa editrice premiata e che ha visto presente un pubblico numeroso e multilingue.
Attribuito ogni anno a iniziative e figure che si sono distinte per «creatività e spirito innovativo», il Premio Enrico Filippini, dedicato allo scrittore, traduttore e giornalista locarnese, è stato quest’anno conferito alle Éditions d’en bas, fondate a Losanna nel 1976 da Michel Glardon. Al discorso d’apertura pronunciato dalla figlia dell’intestatario del premio, Concita Filippini, che ha elogiato il coraggio e l’impegno della casa editrice e la curiosità di un progetto che ha voluto offrire segnali di «mondi in ombra» e dei «margini più oscuri della storia», è seguita la bella laudatio proferita da Fabio Pusterla. Situando la nascita della casa editrice all’interno di un quadro storico-politico in cui la posizione dell’intellettuale si andava ridefinendo e i paradigmi del passato stavano mutando profondamente, Pusterla ha messo in luce l’impegno militante delle Éditions d’en bas, sottolineando l’attenzione per le voci dei margini e il «mondo degli esclusi» che ha caratterizzato sin dall’inizio il loro lavoro. Con acume e finezza, lo scrittore ticinese ha menzionato due «coincidenze» che fanno riflettere sul progetto della casa editrice e sulla scelta di portare alla luce segnali dei margini. La prima riguarda la pubblicazione, nel ’74 – due anni prima della fondazione della casa editrice –, di Chants d’en bas di Jaccottet, un’opera che veicola e quasi preannuncia attraverso il titolo l’idea del «canto poetico» come canto proveniente «dal basso», dalla profondità dell’essere. La seconda riguarda invece una domanda che era stata posta da Spivak e che è stata recentemente riformulata nel volume curato da Lorenzo Coccoli I poveri possono parlare?; una domanda che sembra di fatto porsi all’origine delle scelte delle Éditions d’en bas, che attraverso il loro catalogo hanno deciso di dare voce a «ciò che non ha voce», di indagare problematiche sociali, politiche, civili con occhio rivolto all’esclusione, alla povertà e all’ingiustizia. Nella lunga vita della casa editrice, che dal 2001 è diretta da Jean Richard, questi temi sono stati affrontati attraverso numerosissime pubblicazioni che si sono ripartite in due dei tre principali filoni portati avanti: quello dalla saggistica e quello della testimonianza. Accanto a questi ha trovato spazio anche la letteratura. Oltre alle pubblicazioni francofone, il catalogo si è arricchito nel tempo di una serie di opere in traduzione che hanno attribuito un posto particolare alla figura del traduttore – nel catalogo figurano tra l’altro molti titoli di poeti italofoni pubblicati in edizione bilingue.
Attraverso un discorso che ha saputo ricostruire un quadro storico e culturale ampio e preciso, Fabio Pusterla ha messo in luce l’impegno e la novità delle Éditions d’en bas, una casa editrice che, attraverso una proposta forte e coraggiosa, ha fornito una «risposta concreta» a un problema sempre più presente e attuale. Una risposta sulla quale è tornato, in chiusura, anche il direttore Jean Richard, che ha concluso il primo incontro del sabato rimarcando l’approccio profondamente etico e militante del loro lavoro, grazie al quale, lungo quarantasei anni di attività, hanno dato voce al “basso” sottraendolo dall’oblio.
Le risorse della fantasia. Gli universi di Thomas Hürlimann
Dopo il pranzo conviviale all’insegna della discussione e dello scambio e in seguito alle conferenze tenute da Natascia Tonelli e Nadia Fusini sulle donne di Dante e di Shakespeare, nel pomeriggio gli Eventi letterari hanno accolto lo scrittore e drammaturgo svizzero Thomas Hürlimann. Raccontando la sua esperienza, che il pubblico italofono ha potuto seguire grazie alla traduzione simultanea – proposta per tutte le letture che hanno avuto luogo nel corso delle diverse giornate –, l’autore ci ha invitati a entrare nel suo universo letterario accompagnandoci alla scoperta della raccolta uscita nel 2020. Dal dramma all’autoderisione alla leggerezza alla meditazione filosofica, i testi in prosa riuniti in Abendspaziergang mit dem Kater presentano una varietà di contenuti e di toni e affrontano tematiche diverse che vanno dalla ricerca delle origini dell’autore al racconto dell’esperienza della malattia. Attraversata dalla presenza di un gatto che accompagna l’autore nella sua passeggiata serale, la raccolta si compone così di un’estrema eterogeneità, anche dovuta all’appartenenza a tempi diversi dei brani raccolti nel volume. Proprio un gatto è uno dei protagonisti del primo testo che l’autore ha letto al pubblico del Monte Verità, un racconto che affronta con leggerezza tematiche come la morte, la rottura, la vecchiaia. Attraverso la passeggiata serale col gatto, l’autore riflette anche sulla memoria, su come questa si leghi a determinati luoghi e su come esista una sorta di «supertempo» in cui si inseriscono “altre possibili vite” che la memoria ci può far ricordare.
Nell’estrema varietà della raccolta compare anche la riflessione sulla storia svizzera, che dà vita a racconti fantasiosi molto diversi da quelli legati all’esperienza dell’ospedale o da quelli più filosofici. Rievocando le celebrazioni del 1991 per i settecento anni della nascita della Confederazione elvetica, il racconto «Il tunnel», che l’autore ha letto alla fine dell’incontro tra le risate e un diffuso buonumore degli ascoltatori, narra con tono derisorio e in modo pungente il tragicomico viaggio di consiglieri e onorevoli uomini pubblici che, partiti in treno verso il Ticino, si rendono conto dopo aver bevuto qualche birra che nei vagoni ristoranti sono state dimenticate le «toilette».
La vita nella montagna di Paolo Cognetti
Dopo il successo di Le otto montagne, vincitore del Premio Strega nel 2017, Paolo Cognetti dà alle stampe La felicità del lupo, pubblicato per Einaudi nel 2021. In dialogo con Michele Fazioli, e davanti a un uditorio pieno venuto ad assistere alla lettura, l’autore ha evocato personaggi, episodi, luoghi del suo libro, ritornando sul suo amore per la montagna, rifugio delle varie figure della narrazione e silenziosa osservatrice delle loro vite. Profondamente radicata all’esperienza biografica dell’autore, la montagna è un luogo di ritiro, un’alternativa alla vita di città, un luogo dell’avventura e del sogno, un’amica che prende parte alla «cura» dei personaggi. Proprio la profonda «umanità» della montagna, per la quale Cognetti richiama la figura di Mario Rigoni Stern (Il bosco degli Urogalli), costituisce il cuore di questo nuovo romanzo, che si ispira, per la forte presenza del paesaggio, alla letteratura americana cara all’autore. Abitata da un’anima la cui presenza si riconosce negli alberi, nelle cime, nei ghiacciai, la montagna è al tempo stesso un’entità indifferente al destino dell’uomo. In parte suggerita dal modello delle Trentasei vedute del Monte Fuji di Hokusai, quest’idea della grandezza della montagna, del suo perdurare dopo la morte dell’essere umano, del suo assistere passivamente alle sue difficoltà, allontana dal rischio di una visione idealizzata, mostrando la montagna in tutta la sua bellezza e indifferenza. Attraverso la rappresentazione delle stagioni, dei percorsi di uomini e animali, della presenza immobile degli alberi, Cognetti studia la «lingua del paesaggio», facendoci sentire, attraverso le sue parole, l’emozione e l’attrazione che esercita questa altra, possibile vita.
Tra l’evocazione di paesaggi alpini e di sentieri percorsi da lupi e altri animali si è chiuso l’ultimo incontro del sabato, che è stato seguito, come le altre letture, dalla firma dei libri nello spazio animato e vivace del caffè letterario, luogo di dialogo e di incontro in cui è stata allestita anche una piccola libreria con i volumi degli autori invitati agli Eventi letterari.
Rinascere dalla solitudine. Le atmosfere di Judith Hermann
La domenica, che con il suo tempo freddo e piovoso invitava a rifugiarsi nelle sale accoglienti dell’albergo del Monte Verità, si è aperta con l’intervento dell’autrice tedesca Judith Hermann, che a differenza degli altri scrittori del fine settimana è intervenuta in remoto collegandosi da Berlino. In dialogo con Maike Albath, la cui presenza nella sala ha permesso di mantenere in parte l’aspetto dell’incontro, Hermann è ritornata sul suo ultimo libro, Daheim, pubblicato da S. Fischer Verlag nel 2021. Libro di viaggio, Daheim narra la partenza della protagonista femminile e il suo ritiro in un villaggio sul Mar Baltico, di cui viene ricreata l’atmosfera calmante e a tratti quasi sovrannaturale. Riflettendo su come dalle atmosfere esterne possano nascere storie e narrazioni, l’autrice ha spiegato come proprio i paesaggi del Nord abbiano agito come fonte di ispirazione, non solo per ricreare un ambiente e un’atmosfera ma anche per scoprire sentimenti e percezioni nascosti in lei. Dall’esperienza di questi luoghi nascono alcune riflessioni che prendono forma nel libro. Attraverso la rappresentazione di vite e personaggi radicati e legati alla loro terre e alle loro tradizioni, Hermann si interroga infatti sulla partenza, sui ricordi, sul loro funzionamento, sulla solitudine e sulla libertà, delle tematiche fortemente connesse all’immaginario del viaggio e alla possibilità dell’“altra vita”.
Oltre che dall’esperienza dei luoghi, la scrittura nasce anche dal sentimento delle parole. Se i paesaggi del Baltico sono all’origine della storia narrata in Daheim, il viaggio che la narratrice potrebbe compiere a Singapore – insieme alla misteriosa figura del mago che compare nel brano che ci ha letto – prende origine dall’attrazione suscitata dal nome della città, che Hermann non ha mai visitato ma che l’attrae per la sua sonorità. La “magia” delle parole agisce allora sulla creazione letteraria, dando vita a storie e figure che al tempo stesso sono ispirate alle letture che hanno accompagnato l’autrice e che, come in una sorta di mise en abyme, tengono compagnia anche ai suoi personaggi.
Una luce dal passato. Il mondo famigliare di Manuel Vilas
Ha chiuso le giornate al Monte Verità l’incontro con lo scrittore spagnolo Manuel Vilas, che con grande emozione ha fatto ritorno sul romanzo del 2018, Ordesa, pubblicato l’anno seguente in italiano nella traduzione di Bruno Arpaia. Il libro racconta, attraverso storie e istantanee che si alternano in brevi capitoli, il passato della sua famiglia e esprime un amore profondo per i due genitori, già scomparsi all’epoca della scrittura.
Della storia passata narrata nel libro, Vilas ci racconta alcuni episodi, alternando a momenti e fatti del quotidiano eventi tragici come la morte del padre. Se la sofferenza è ben presente nel libro, il dramma viene però affrontato con un acuto senso dell’umorismo, che l’autore spiega come una scelta che deve servire a contrastare il dolore, ad affermare la vita nonostante la tragedia. Ed è proprio la ricerca del bene nonostante la consapevolezza del male che contraddistingue questo romanzo che, come chiarisce bene il titolo della traduzione italiana – In tutto c’è stata bellezza –, esplora il «miracolo della vita» e la “bellezza” del tempo trascorso. La tecnica umoristica, che compare anche nei capitoli in cui si affrontano temi politici e in cui dietro le vicende della famiglia si intravvede la storia più ampia della Spagna, diventa allora una proposta per distanziarsi dal dramma e accettare le ferite; un modo per celebrare la vita e indagare la bellezza del tempo trascorso. Ed è infatti proprio nel passato e nel tempo andato che Manuel Vilas suggerisce di cercare per scoprire e dischiudere la possibilità di un’“altra vita”.
Ricordando il passato, l’autore riesce anche a renderci attenti alla bellezza della vita presente – l’amore che emerge ha infatti aiutato molti lettori a prendere coscienza del loro amore per i propri genitori –, adempiendo così al «compito» che secondo lui è proprio della letteratura: ricordare al lettore cose importanti che già sa ma che forse ha dimenticato.
Trasmettendo il suo divertimento e la sua emozione nel rileggere alcuni passaggi su cui non era tornato da tempo, l’autore ha chiuso queste ricche e intense giornate mantenendo fino alla fine l’atmosfera allegra e distesa che ha caratterizzato i diversi incontri, un’atmosfera umana in cui si sentiva la gioia del dialogo e del ritrovamento dopo un lungo periodo di distanza e di scambi soltanto virtuali.