A proposito di RSI e di un progetto che preoccupa

Fokus vom 12.01.2021 von Matteo Ferrari

Lyra: questo il nome dato a un progetto che mira a reimpostare l’offerta radiofonica della RSI e l’alternanza tra lineare e digitale delle voci e dei programmi. Un progetto ancora in forma di bozza ma attorno al quale si è iniziato a discutere pubblicamente dopo che sul quotidiano «La Regione Ticino» sono apparse il 7 dicembre scorso le riflessioni e i dubbi in merito di Nelly Valsangiacomo e di Tommaso Soldini. Alle prime indiscrezioni ha fatto seguito il lancio di una petizione in rete che ad oggi ha superato le diecimila sottoscrizioni (“Salviamo Rete Due”, si può trovarla qui). Pare – immagino non solo a chi scrive – di vivere i tempi supplementari dell’iniziativa No Billag, respinta dal popolo nel marzo 2018; con la differenza non minima che questa volta i fronti si sono rimescolati e si fatica a capire chi stia con chi.
La quantità di voci che hanno preso la parola (principalmente sulla «Regione», mentre il «Corriere del Ticino» ha lungamente nicchiato, al punto che il neodirettore Paride Pelli ha di recente dovuto spiegare l’atteggiamento del giornale) mostra il timore con cui una parte degli ascoltatori (per altro, si presume, molto fedele) guarda ad alcune delle novità preventivate. Che sono, allo stato attuale, una ridefinizione profonda dei tre canali così come concepiti oggi, con, in particolare, lo svuotamento dei contenuti parlati dalla Due: Rete Uno accoglierebbe informazione, sport e cultura, Rete Due verrebbe consacrata quasi interamente alla musica e Rete Tre diventerebbe il canale dell’intrattenimento. Inutile girarci attorno: la Rete più toccata dalla riforma è la Due, dove si prevede una riduzione del parlato al dieci per cento (sei minuti all’ora). E, siccome la Due è oggi dedicata alla cultura (in senso molto ampio), i veri perdenti di questa riorganizzazione rischiano di essere proprio i diversi approcci alla cultura oggi garantiti dalla Rete, e con essa la varietà dell’intera offerta culturale della RSI. Non perché la Rete Due sia l’unico canale RSI a occuparsi di cultura, ma perché, molto semplicemente, le promesse di recuperare altrove quanto si intende sacrificare su questa Rete, oltre a non convincere, comporteranno in ogni caso delle perdite nette in termini di spazio (e dunque di visibilità), di tempo dedicato alla riflessione e di possibilità di usare un linguaggio preciso, senza il quale a certi temi si può solo ‘girare attorno’ (oltre che probabilmente in termini di posti di lavoro, particolare non irrilevante). Di fronte a queste perdite nette, non convincono né la promessa di ridistribuire i contenuti sulla Uno, perché una giornata continuerà ad avere ventiquattro ore e tale travaso sarebbe possibile solo rinunciando a preziose fasce orarie, né la promessa di ricorrere alla forma del contenuto sciolto disponibile in internet, che potrà anche valere per un approfondimento ma che invece, per l’offerta di base, complementare alla rete, rappresenta una forma di marginalizzazione.

Prima di tutto, il progetto sembra sottovalutare quella che è stata e probabilmente sarà ancora per molto tempo la principale forza della radio, ovvero la discrezione e la facilità con cui le parole che essa diffonde riescono ad accompagnare il pubblico in ogni momento della giornata. Grazie a tale duttilità la radio è in grado, senza impedire per questo la dedizione assoluta dell’ascolto assorto, di accompagnare piccoli o grandi gesti del nostro quotidiano. Non si può guidare l’auto e guardare la televisione o leggere o navigare in rete, per dire. Guidare e ascoltare la radio invece si può. Il progetto, decurtando il parlato, minaccia questo vantaggio che il mezzo ha e minaccia in particolare quella che Christian Genetelli ha definito il 15 dicembre sulla «Regione» la «parola meditata», lo spazio di riflessione. Il servizio pubblico dovrebbe essere prima di tutto un servizio di base, quotidiano, capillare, attento a ogni pubblico e a ogni campo d’interesse. Attualmente i canali RSI raggiungono quasi ogni pubblico, con un vuoto, che potremmo definire tecnologico-antropologico, tra i giovanissimi; dovrebbe essere proprio il coinvolgimento di questa fascia d’età, come ha più volte ribadito Maurizio Canetta (direttore uscente dell’ente e praticamente unico interlocutore, per ora, di chi nutre dubbi sul progetto), a motivare la riforma («raggiungere il pubblico dove il pubblico va ad ascoltare audio»). È bene dirlo subito: occorre assolutamente provare a colmare il divario che separa i giovanissimi dai media; raggiungere nuovi ascoltatori è dunque un imperativo. E non è un discorso di quote di ascolto o di mercato (il servizio pubblico dovrebbe in parte essere al riparo da questi ragionamenti), ma di tenuta e coesione del corpo sociale. Sarebbe però rischioso se per inseguire questo pubblico si sacrificasse una fetta di ascoltatori affezionati e tenaci. Perdere chi già c’è e fa vivere un canale radio per inseguire chi alla radio è poco avvezzo (e che dunque potrebbe anche non essere raggiunto) è un’operazione rischiosa e addirittura controproducente: i vantaggi sono incerti, le perdite certe. Calcolando oltretutto come gli ascoltatori sacrificati non potranno migrare altrove, perché fruitori di un’offerta in parte sottratta alle logiche più spicce del mercato, si capisce come essi rischierebbero di rimanere semplicemente orfani. Nessuno oggi, spiace dirlo, può assumersi totalmente questo compito con la forza del servizio pubblico, soprattutto in un paese quadrilingue come la Svizzera. Si offrirebbe un intero canale radio alle scoperte musicali e si relegherebbe la scoperta della «parola meditata» a poche finestre sulla Uno o a una risorsa formidabile ma diversa come il web? Perché chiedere questo importante sacrificio alle molte voci che sono l’essenza stessa della RSI? Che poi: di canali interamente musciali la SSR ne gestisce già tre (Radio Swiss Pop, Radio Swiss Classic e Radio Swiss Jazz), tutti e tre benemeriti. Affermare a questo proposito, come ha fatto più d’uno, che anche la musica sia cultura è un’ovvietà. Certo che lo è, ed è bene che continui a esserlo, insieme però alle altre forme di cultura.

Un ulteriore sacrificio rischia di essere sottovalutato: la radio lineare, dal momento che si offre nello stesso modo tanto a chi si è sintonizzato con un intento preciso quanto a chi sta soltanto cercando compagnia momentanea, permette, come hanno sottolineato in molti, la scoperta inattesa, e per questo di emozionarsi, di imparare o anche, volendo, di indignarsi, che sono dei validi motori di crescita personale. La rete purtroppo permette la scoperta libera solo a chi è più tenace, perché la libertà di scelta dei motori di ricerca non è mai veramente libera e la cultura su domanda, che pure è uno strumento validissimo, non rappresenta la soluzione per un servizio pubblico. È certo umano e comprensibile che ognuno si orienti verso ciò che più ama, e ognuno potrà portare esempi felici di come abbia sfruttato a suo favore l’offerta personalizzata di approfondimenti che il web permette: cercare solo quello che si vuole trovare racchiude però anche delle insidie sulle quali si riflette spesso troppo poco. Speriamo che il progetto Lyra non preveda di spostare un contenuto appartenente all’offerta di base sulla sola rete, perché significherebbe relegarlo nell’angolo, con la prospettiva (o il timore) che l’esilio non sia altro, un domani, che la giustificazione per una soppressione pura e semplice. Già sentiamo il tono grave di chi pontificherà come i pochi clic giustifichino a malincuore e dopo numerose riflessioni la prossima trasformazione di un programma di cui l’ente, di fronte alle mutate esigenze del pubblico e per restare al passo con i tempi, non riesce più a giustificare l’utilità (e via con altre amene perifrasi). Ci siamo arrivati: la questione economica, evocata spesso con pudore. Speriamo davvero, visto che tutti si premurano di dire che così non è, che non sia questo il motivo principale della riorganizzazione: i discorsi a favore del ridimensionamento che hanno battuto unicamente la pista dei soldi sono suonati sterili, come lo sono tutti quei discorsi che affrontano una questione complessa alla luce del solo aspetto economico di costi e ricavi. E più d’una voce tra gli ex dipendenti si è levata per suggerire che nell’organigramma dell’ente vi sarebbe ampio margine per risparmiare.

Sullo sfondo del progetto aleggia infine un altro assunto pericoloso: che la cultura sia noiosa, un affare di pochi, una scommessa persa se non la si accompagna con l’intrattenimento. Si tratta (scusate la franchezza) di una fesseria. Perché il sodalizio tra cultura e intrattenimento (nell’accezione di spettacolo), così com’è spesso concepito, è un matrimonio asimmetrico che, in nome della forma-intrattenimento, uccide sempre più spesso i contenuti-cultura. La cultura è – o dovrebbe essere – anche intrattenimento, ma non lo è più se il fumo nasconde l’arrosto, se prevale l’idea (caricaturale) che gli unici intrattenimenti possibili siano l’evasione e la distrazione, lo stordimento. Smettiamola di pensare che la cultura si possa fare soltanto con il monocolo e la erre moscia, perché semplicemente non è così, ma smettiamola anche di credere e far credere che la cultura, oggi, sia impossibile da proporre se non è accompagnata dal lazzo, dall’ammiccamento. Si tratta in entrambi i casi di una banalizzazione che non rende giustizia all’ampiezza del concetto. Dispiace a maggior ragione se a diffondere tale pensiero, in forme più o meno velate, è un ente radiotelevisivo di servizio pubblico. L’abbraccio tra cultura e spettacolo è anche un’offesa nei confronti del pubblico, inconsciamente e – spero – ingenuamente creduto corto di comprendonio, sprovveduto, finanche stressato e bisognoso soltanto di essere distratto, concetto spesso ridotto oggi al semplice far ridere. Il risultato rischia di essere (ci tornerò in chiusura) un baccanale senza nessuna identità precisa, che potrà facilmente scontentare sia chi da quella trasmissione si aspettava un po’ di sostanza, sia chi voleva essere svagato, perché vi è modo e modo di svagare.

Ora, se vi è qualcosa che per ora, e pour cause, è assente dal dibattito, questi sono i contenuti o, se vogliamo, gli esempi precisi. Da una parte è giusto che sia così, perché il progetto viene attualmente presentato come un lavoro ancora in corso, una bozza teorica che precede il discorso sui contenuti (ma sarà vero? saprà il gruppo di lavoro tener conto delle molte voci che in queste settimane si sono levate?). Dall’altra, però, tutta quest’attenzione per le forme rischia di dimenticare come la radio sia composta soprattutto di contenuti, di voci. Breve ritorno con alcuni esempi sui tre punti sui quali si è provato ad argomentare.

  1. La capillarità del servizio di base. Attualmente, ogni mattina la Uno propone una rassegna stampa nazionale di cronaca e politica, la Due una rassegna stampa delle pagine culturali dei giornali italiani e della Svizzera italiana. Entrambe le rassegne stampa possono essere validissime compagne di risveglio. Poniamo l’esempio di un ascoltatore che intendesse la colazione come un rito: si prepara il caffè e la voce sta parlando di una novità libraria, il caffè sale e la stessa voce, dopo un brano musicale, è passata a discorrere di scienza, si mettono piatto e tazza in lavastoviglie e la voce chiude facendo riferimento a una recensione cinematografica. Quanta offerta in così poco tempo! La rassegna stampa è proprio quel genere di offerta che rappresenta bene, credo, l’idea di servizio pubblico: la sua visibilità e la sua riconoscibilità nel palinsensto sono inversamente proporzionali all’importanza che essa riveste; è un’offerta di base validissima, che ha ragione di esistere soprattutto sulle onde di un’offerta lineare. Ora, accorpando le due Reti, come si potrà gestire l’eventuale sovrapposizione? Speriamo non si venga in futuro a dire che il travaso della cultura dalla Due alla Uno sia riuscito solo perché si sarà trovato sulle onde della Uno lo spazio, che so, per una recente benemerita intuizione di Rete Due quale il Corsivo (totale minuti tre).
  2. L’importanza della scoperta. La RSI ha tante trasmissioni di cui può andare fiera, in tutti gli ambiti. Ne prendiamo una in campo culturale (aggettivo sempre da intendere in senso lato): Laser, il “magazine di approfondimento dell’attualità politica, culturale e sociale” in onda ogni mattina alle 9 su Rete Due. È importantissimo sapere che le puntate sono disponibili in rete (disponibili e, non dimentichiamolo, scaricabili gratuitamente), anche perché molti alle 9 di mattina non potranno ascoltare la trasmissione, e neppure potranno o avranno voglia di ascoltare le repliche a ore tarde. La dignità del programma è bene però che passi anche da una finestra sull’offerta lineare, che ne segnali l’esistenza a chi di sua spontanea volontà non lo cercherebbe. Garantirà, la futura programmazione, che un appassionato di libri possa imbattersi anche, che so, in un documentario sugli oranghi del Borneo o in una trasmissione dedicata alla musica di Harlem?
  3. L’abbraccio dello spettacolo con l’approfondimento e come esso possa essere soffocante. Attualmente la RSI si avvicina al mondo dei libri e della lettura con tagli diversi: di maggior approfondimento l’appuntamento settimanale con Alice (in onda il sabato pomeriggio su Rete Due), più sbarazzino l’approccio di Turné soirée (in onda per alcune settimane il sabato in prima serata su La1). Sarebbe arrogante pretendere che un taglio debba escludere l’altro, anche se credere e far credere che basti un programma come Turné soirée per affermare che la televisione di servizio pubblico abbia assolto il proprio mandato nei confronti dei libri continua a parere a chi scrive una scorciatoia poco nobile. Ci può garantire qualcuno che gli spazi che oggi Rete Due dedica ai libri non vengano in futuro semplicemente sostituiti con qualcosa di simile a quel baccanale avvilente e caciarone che è diventato quest’anno Turné soirée, dove i critici provano a fare i comici e i comici o chi per essi s’improvvisano critici – e soprattutto dove tutti i presenti parlano uno sopra l’altro, prevalentemente di sé? Se sì, saremo un poco più tranquilli, se no, molto più preoccupati.