«Das Eidechsenkind» diventa «Il bambino lucertola»
Intervista all'autore-traduttore Vincenzo Todisco
Il bambino lucertola (Armando Dadò Editore, 2020) di Vincenzo Todisco porta nel titolo l’essenza stessa della storia, quella di un bambino clandestino figlio di immigrati che, come una lucertola, trascorre parte della sua infanzia a strisciare lesto attraverso le stanze di un appartamento per nascondersi alle autorità, ai vicini, al mondo intero. Di questo libro Todisco è allo stesso tempo autore e anche traduttore: l’originale è infatti stato pubblicato nel 2018 da Rotpunkt Verlag con il titolo Das Eidechsenkind. La vicenda, che ruota attorno al genere realista-fiabesco, è narrata con uno stile asciutto e distaccato ed è incentrata sulla figura del piccolo e sulle peculiarità create dalla sua condizione.
Figlio di un pugliese e di una romagnola, Todisco si è sempre confrontato con temi legati alla migrazione, all’identità e al concetto di patria, cosa che fa anche in quest’ultimo lavoro misurandosi però con una difficoltà in più, quella linguistica.
Partiamo dalla domanda più ovvia: le sue opere precedenti sono state scritte in italiano. Questa invece è nata in tedesco. Per quale motivo?
Sì, in passato ho prevalentemente scritto in italiano, in quello che per me è l’idioma dei sentimenti, dei ricordi, degli affetti e della passione, di quella che si potrebbe insomma definire la «lingua del cuore» e che io chiamo «lingua di pancia». Il tedesco imparato da bambino, più sobrio e formale, l’ho invece sempre considerato una «lingua di testa», più adatta allo studio e al lavoro. A un certo punto ho avvertito il bisogno di far scendere il tedesco dalla testa alla pancia: era un conto in sospeso che avevo con la mia seconda lingua. Non solo: per il bambino lucertola era necessario un linguaggio più scarno e asciutto, meno barocco ed enfatico. La parola «lucertola», anche se non è quella l’etimologia, evoca la luce, mentre in tedesco Eidechse dà la sensazione di un qualcosa che si muove nell’ombra. Scrivere prima in tedesco e poi in italiano è stato come lavorare in penombra per poi tornare alla luce, adottando un linguaggio più sintetico.
Perché ha deciso di autotradursi? È la prima volta? Lo rifarebbe?
Non solo lo rifarei, ma penso proprio che lo rifarò. Ci sono in me queste due lingue, molto diverse tra loro e allo stesso tempo molto vicine. Ora che ambedue si trovano anche «nella pancia», voglio tenerle lì una accanto all’altra. A pensarci bene non so se «autotradursi» sia il termine giusto per un autore che scrive una sua stessa opera in due lingue diverse. Ripensare o ricreare Das Eidechsenkind in italiano non è stato tanto un lavoro di traduzione, quanto di riscrittura. Mi ha inoltre permesso di rendermi conto, una volta di più, delle difficoltà del lavoro di traduzione.
Può dirci allora quali sono state le difficoltà maggiori che ha incontrato?
La sfida è stata enorme: sono dovuto passare dal timbro più scarno del tedesco alla musicalità dell’italiano cercando di mantenere sinteticità e ritmo sincopato dell’originale. Non so, ho come l’impressione che nel tedesco si nasconda una sorta di strana bellezza, un’anima romantica che lo rende asciutto e limpido allo stesso tempo. Asciugare il più possibile il testo italiano è stato un procedimento impegnativo, come lo è stato trovare il modo di tenermi alla giusta distanza, premessa indispensabile per fare letteratura. Il bello invece è stato non dovermi preoccupare per nulla della trama, che già c’era, e potermi dedicare interamente alla forma.
In tedesco la parola Kind («bambino») è un termine neutro che può designare sia una bambina che un bambino. In italiano il neutro non esiste quindi è necessario compiere una scelta ben precisa fin dall’inizio.
Già da questo particolare si nota la grande differenza di prospettiva imposta da una lingua. Grazie al neutro in tedesco è stato possibile nascondere e relegare nell’oscurità quell’essere chiamato lucertola che non ha nome né età e che si muove nella penombra di un non ben precisato appartamento. Molti lettori di lingua tedesca mi hanno rivelato di aver capito solo dopo oltre la metà del romanzo che la lucertola è un maschio, quando das Kind diventa der Junge. L’italiano invece mi ha costretto fin dall’inizio a rivelare l’identità del protagonista. Interessante notare che in francese non c’è stato questo problema: il romanzo porta il titolo L’enfant lézard con “enfant” che può essere sia femminile che maschile.
Nella versione originale in tedesco la storia è narrata tramite frasi brevi e concise, con una sintassi composta per lo più da principali e coordinate. Questa scelta non solo crea un senso di estraniamento, ma è una tecnica piuttosto in voga nella letteratura germanofona contemporanea. Avendo ripreso questa tecnica anche nella versione in italiano, non ha avuto paura che potesse essere percepita in modo «sbagliato» da un pubblico italofono?
Dipende da cosa si intende per modo «sbagliato». Quando si scrive, le incertezze ci sono sempre, non si sa mai come il romanzo sarà accolto dal pubblico e dalla critica. Per fortuna ho avuto modo di confrontarmi con la editor della casa editrice, con un rappresentante della Collana ch e anche con il traduttore della versione francese. Il testo è quindi passato sotto molti occhi e questo mi ha rassicurato. Non credo che in italiano avrei potuto scrivere in modo diverso questa storia. Riprendere la tecnica usata in tedesco era d’obbligo e anzi, penso che che sia stato un percorso salutare che, in un certo senso, mi ha permesso di ripulire il mio italiano letterario da tutto il superfluo.
Nell’originale tedesco vi sono spesso ripetizioni di nomi propri, caratteristica che è stata ripresa anche in italiano andando contro alle convenzioni, che detterebbero un maggior uso di pronomi e sinonimi. Ci spiega la sua posizione in merito?
Francamente non mi risulta che ci sia una tale convenzione. Anche qui si trattava di una scelta che andava fatta. Nella versione tedesca c’è un’insistenza voluta sul termine «das Eidechsenkind», che conferisce alla scrittura un ritmo martellante, ossessivo, proprio per dare voce all’ossessione stessa del bambino. In italiano Eidechsenkind diventa «bambino lucertola», facendo emergere la ripetizione in modo ancor più incalzante.
Nel libro, scritto in terza persona, il punto di vista si sposta dal narratore al bambino, lasciando però quest’ultimo sempre un po’ nascosto. Questo approccio è stato scelto per sottolineare il senso di alienazione vissuto dal piccolo protagonista?
Sì, dopo tanti tentativi, questo si è rivelato l’unico modo possibile di raccontare la storia. Al centro del romanzo si pone la figura del bambino, recluso, come nelle scatole cinesi: dapprima nel palazzo, poi nell’appartamento, in seguito nella stanza e infine dentro l’armadio o sotto il letto. Era necessario dare questa dimensione alla storia. Tutto è narrato secondo la prospettiva del bambino che, rintanato nei suoi nascondigli, non vede mai le cose per intere, ma solo in parte: gambe, stivali o visi spiati dagli spiragli. Era importante mostrare come il bambino si orienti nella penombra dell’appartamento e del palazzo affidandosi all’udito, alla vista e alla percezione tattile.
Dagli abitanti del palazzo il cane dei portinai viene soprannominato Kuschdohära e cioè «Vieniqui», termine che nella versione tedesca crea momenti di comicità. Per quale motivo, pur non essendo comprensibile, Kuschdohära è stato lasciato così anche nella versione italiana?
Anche in questo caso c’era una scelta da fare. Per la versione francese ci abbiamo pensato tanto e alla fine è uscito Blackretour, che è una soluzione creativa. In italiano «Vieniqui» sarebbe stato troppo banale. Pensando a un pubblico prevalentemente svizzero che, pur essendo di lingua italiana, potrebbe capire un termine dialettale svizzero-tedesco, ho preferito lasciare invariato il soprannome del cane. Ma forse è anche uno di quei momenti in cui non sono riuscito a staccarmi del tutto dal personaggio così come lo avevo pensato in tedesco.