Introvabili, o quasi

Tre libri dimenticati della Svizzera italiana che vale la pena (ri)leggere

Fokus vom 09.07.2019 von Matteo Ferrari

Anche i libri, come gli uomini, conoscono vicissitudini personali, che possono assumere la forma di ristampe e di traduzioni - quando l’opera ha fortuna - ma che possono anche comportare lenti e inesorabili scivolamenti fuori dal circuito. Si tratta in questo caso di processi silenziosi, che agiscono su tempi lunghi; qualche volta essi sono legittimi, risultato dello scorrere del tempo che rinnova i gusti e invecchia le opere, qualche altra sono ingenerosi, frutto di dimenticanze, di timori economici, del peso dei giudizi del passato o persino, semplicemente, della scomparsa delle case editrici che li avevano editi.
Può così capitare che, a distanza di anni dall’uscita di un’opera, questa sia reperibile soltanto sugli scaffali delle biblioteche o nelle librerie dell’usato, sulle bancarelle fisiche di un qualche mercatino o su quelle immateriali ma benvenute della rete. Ogni lettore appassionato ha il proprio giro a cui rivolgersi per la ricerca di un titolo.
La speranza è però sempre quella di venir raggiunti dalla notizia di una ristampa, vero motore di nuova vitalità per un’opera. Lo sanno bene i lettori di Giorgio Orelli, che hanno dovuto attendere anni prima di vedere nuovamente disponibili le poesie dello scrittore leventinese, apparse sull’arco di più decenni e ora raccolte nel volume postumo curato da Pietro De Marchi Tutte le poesie (Mondadori, 2015), o i lungamente introvabili (se non appunto, sugli scaffali delle biblioteche o sulle bancarelle dei mercatini) racconti di Un giorno della vita (1960), riapparsi prima in una raffinata edizione bilingue edita da Limmat Verlag nel 2014 (la traduzione tedesca è di Julia Dengg) e poi in versione tascabile grazie all’editore Marcos y Marcos (2017). Un caso analogo vale per L’ultimo viaggio, il racconto autobiografico con cui si è congedato Enrico Filippini, forse le pagine più belle da lui scritte, che, dopo essere apparse postume nel 1991, sono tornate nelle librerie nel 2013 in una nuova edizione curata per Feltrinelli da Alessandro Bosco.

Vi è in Ticino una collana espressamente rivolta alla ripubblicazione di opere svizzero-italiane del passato. Si tratta della benemerita Rondine dell’editore Dadò, che dal lontano 2000, da quando cioè apparve Signore dei poveri morti di Felice Filippini (1943), a oggi, ha dato alle stampe 19 titoli, con una media esatta di un’opera all’anno, segno di una tenuta ormai pluridecennale. Tra le opere pubblicate si trovano libri per cui il valore storico-letterario può superare ormai l’interesse puramente letterario, quali i due caposaldi della letteratura svizzera di lingua italiana del primo Novecento: Il libro dell’Alpe di Giuseppe Zoppi (1922) e Tempo di marzo di Francesco Chiesa (1925), che è tuttavia bene sapere di nuovo reperibili, perché hanno certo ancora qualcosa da dire. La collana ospita però anche piccoli gioielli, quali il Requiem per zia Domenica di Plinio Martini (1976), nell’imprescindibile edizione commentata di Ilario Domenighetti, o il romanzo d’esordio, spesso a torto poco considerato, di Anna Felder, Tra dove piove e non piove (1972), affidato alle cure di Roberta Deambrosi, che è a tutt’oggi per altro l’unico titolo della collana a figurare esaurito (ed esaurita è anche, per uno strano caso del destino, la traduzione tedesca che Federico Hindermann ha dato dell’opera, Quasi Heimweh, la cui ristampa è annunciata da Limmat Verlag per l’autunno).

Se alcune opere sono con gli anni riemerse, altre attendono pazientemente nell’ombra. Questo approfondimento ne presenta tre risalenti alla seconda metà del Novecento. Una risale agli anni Cinquanta e due agli anni Ottanta; due sono romanzi e una è una raccolta di racconti. Accomuna questi titoli, tra le altre cose, il fatto di essere stati tutti e tre editi in Italia da prestigiose case editrici.

Giovanni Bonalumi, Gli ostaggi, Firenze, Vallecchi, 1954
Coronato all’uscita dal Premio Veillon, il romanzo d’esordio dello scrittore locarnese Giovanni Bonalumi affronta con pudore le vicissitudini di un ragazzo, Emilio, che, morto il padre (e capita nel primo capitolo), viene inviato dalla famiglia in seminario, dove tra altri ostaggi si confronterà con una formazione che non gli conviene. Accusato (oggi si potrebbe dire: a torto) di anticlericalismo, il romanzo, cauto e allusivo su tutto ciò che il ragazzo incontra tra le mura del seminario, è in realtà, e in tutta onestà - come ha scritto David Maria Turoldo nella prefazione - «un diario essenziale», la «storia di un seminarista non riuscito».
Memorabile l’attacco del primo capitolo, che dice il tono sincero di tutta la narrazione:

"Mio padre morì una sera d’aprile, tanti anni fa, che io ero ancora ragazzo e andavo a scuola con il grembiule.
Dicono che sia morto toccando l’acqua delle vaschette nel bagagliaio della stazione. Era tutto accaldato e volle lavarsi le mani. Mio padre dev’essere morto per questo." (p. 1)

All’edizione fiorentina, impreziosita in copertina da un fotogramma dei Vitelloni di Federico Fellini (film che precedette il romanzo di un anno), seguirono diverse ristampe, due da Casagrande (1979 e 1986) e una da Moretti e Vitali (1997); le prime due sono esaurite, la terza è difficile da reperire. Eppure il romanzo, tradotto in francese nel 2002 da Danielle Benzonelli (Metropolis) e in tedesco nel 2010 per iniziativa di Charles Linsmayer (Huber), meriterebbe nuova attenzione, anche solo per misurare la tenuta del suo stile sobrio e levigato, pacato eppure tenace, per seguire nuovamente i dubbi del giovane Emilio e per apprezzare una volta di più «la sincerità di uno scrittore forse ancora timido ma incapace di mentire» - come ebbe a scrivere Eugenio Montale recensendo l’opera sul «Corriere della Sera».

Claudio Nembrini, La locandina gialla, Firenze, Vallecchi, 1987

Sono undici i racconti che compongono questa raccolta, altra opera d’esordio, nella quale lo scrittore bellinzonese Claudio Nembrini rivisita il mondo - lontano nel tempo ma chiaro nella mente - della propria infanzia, trascorsa nel piccolo paese di Gorduno, «a un tiro di schioppo da Bellinzona, il borgo, ma […] anche, a un tempo, da essa del tutto lontano» (p. 11). Il libro racconta un mondo arcaico, sospeso in una dimensione immaginifica, compresa tra il magico e archetipo perimetro del villaggio evocato nel secondo racconto, sorta di cerchio invisibile che protegge e reclude al tempo stesso, e il sogno omonimo del racconto finale, in cui, mentre l’acqua e il fuoco distruggono in un’onirica apocalissi il villaggio, il protagonista è ricusato da alcuni compaesani per averlo abbandonato:

"Rividi i miei compagni di scuola, la Silva, l’Andreina, l’Agnese, Pio […]. Appena è stato possibile te ne sei andato, disse l’Andreina. Gorduno ti era stretta, troppo stretta, aggiunse la Silva. Non sei più dei nostri, proseguì Pio. Forse non lo è stato mai, continuò l’Agnese. Provai a protestare, a dire che il villaggio l’avevo nel sangue come loro, vi avevo trascorso l’intera infanzia, lo conoscevo centimetro per centimetro, dal piano ai monti, al fiume, al torrente, e che ora dopo una lunga assenza tornavo a rivederlo.
Chi mai ti crede? proseguì Pio. Quante volte sei comparso da allora? gli fece eco la Silva: da quando ha lasciato la casa vicino alla nostra, non l’ho più rivisto." (p. 97)

La forza dell’opera, vòlta in francese nel 1990 da Yvette Z'Graggen (Zoé), risiede anche in questo caso nella sua compattezza stilistica, nell’afflato lirico che attraversa le pagine, ma anche nella discrezione con cui gli avvenimenti narrati vengono caricati di valenze simboliche (il cerchio vitale e le conseguenze della sua rottura, la fedeltà e il tradimento, ma non solo): «tutti gli elementi mitici, fiabeschi, poetici, ma anche dolorosi e tragici che oggi siamo costretti ad attingere nell’inconscio o nel sogno» di cui parla lo stesso autore nella Postilla che chiude il libro. Valore simbolico che ha il pregio di rendere al lettore quelli che Enrico Filippini, recensendo l’opera su «Repubblica», aveva definito «gli atomi assoluti della vita». Di tutti e tre, questo è in assoluto il più introvabile dei libri, ed è un vero peccato.

Alice Ceresa, Bambine, Torino, Einaudi, 1990
Anche quest’opera si cimenta con il tema dell’infanzia, sebbene la sua autrice fosse convinta che la letteratura possa affrontare spunti autobiografici soltanto se essi sono ridotti analiticamente e spogliati di qualsiasi riferimento personale. L’infanzia in questione, tema del secondo e ultimo romanzo di Alice Ceresa, mesolcinese d’origine ma romana d’adozione, è quella di due bambine tra loro sorelle, definite semplicemente «la maggiore» e «la minore», in una famiglia i cui membri, su tutti il padre austero e severo, sono «laboriosamente intenti a viversi addosso» (p. 33) perpetuando in questo modo un modello di società patriarcale. I riti famigliari delineano «una quotidianità talmente normale da apparire terribile», come ha notato Paolo Di Stefano sul «Corriere della Sera», che traduce l’ardua esperienza di crescere donna in un mondo pensato per gli uomini. Del romanzo Bambine esistono una versione francese di Adrien Pasquali (Zoé, 1993) e una tedesca di Maja Pflug. I capitoli sono brevi, tracciati in una prosa volutamente a-geografica, clinica, quasi scientifica nel suo volere asciugare l’opera di tutte le convenzioni del romanzo borghese, a immagine di un altro inizio folgorante:

"*Occorre disegnare, per incominciare, una piccola città.

Una fila di facciate allineate in primo piano, ognuna munita pulitamente di almeno una porta d’accesso sulla strada, finestre ai vari livelli nonché qualche balcone irregolare nella sequenza, tetti spioventi e quindi più o meno a punta, a meglio figurare riparo e protezione per lo meno dal punto di vista di chi guarda […]*

In un interno respirano e si muovono i componenti di una piccola famiglia. È un nucleo sotto vuoto che si esprime in operazioni infinitesimali di cui è difficile se non impossibile seguire percorsi meno banali delle semplici incombenze del vivere materiale." (pp. 3-7)

Ristampata nel 2004 all’interno del volume La figlia prodiga e altre storie, l’opera soffre però in quest’edizione dell’ombra che le fa (sin dal titolo) il primo romanzo della stessa Ceresa, La figlia prodiga (1967), ben più sperimentale risultato, coronato all’uscita dal Premio Viareggio opera prima. Un altro testo, tra i pochissimi dati alle stampe da Alice Ceresa, il racconto La morte del padre, apparso sulla rivista «Nuovi Argomenti» nel 1979 e anch’esso compreso nella voluminosa edizione del 2004, è stato oggetto nel 2013 di un’agile pubblicazione a sé stante presso le edizioni et al. di Milano, nella quale è tra l’altro presente, aggiornato, il pregevole Ritratto di Alice di Patrizia Zappa Mulas che apriva il volume del 2004. A quando un’edizione autonoma anche per quella nitida e compiuta prova che è Bambine?