Intervista a Riccardo Fedriga, traduttore di "Il pane del silenzio" di Adrien Pasquali

Fokus vom 20.06.2019 von Carlotta Bernardoni-Jaquinta

Già nel titolo, estremamente incisivo, troviamo i due grandi protagonisti, per così dire, di questo testo: il pane, nutrimento di base e simbolo della quotidianità, della vita familiare, della pienezza, che si può toccare e condividere e il silenzio che pesa – «che cadeva, cadeva e non smetteva di cadere, e che il solito ‘’buona sera’’ di mio padre non poteva scalfire né sgretolare» – come un blocco di marmo, sui membri di tutta la famiglia separandoli e accomunandoli allo stesso tempo. Due elementi in contraddizione dunque: «[il silenzio] aveva preso possesso delle nostre membra, che scalfiva, paralizzava, raggelava, sì, dal di dentro, dall’interno all’interno, non c’era bisogno del pane, altrove saporito, per farci deperire un po’ di più, quando pensavamo di nutrirci, di rafforzarci, mentre un poco alla volta diventavamo di pietra». Soffermandoci sui due titoli mi pare interessante rivelare una differenza che, lungi dal mettere in opposizione le due versioni, le rende al contrario complementari: il titolo francese, Le pain de silence, nonostante una certa ambiguità mi sembra esprima in primo luogo l’idea che il silenzio è proprio l’essenza di cui è fatto questo pane; la versione italiana, Il pane del silenzio, mi sembra invece piuttosto suggerire che il pane è ciò di cui questo silenzio si nutre, riprendendo dunque l’idea, presente in tutto il testo, che il silenzio trovi nutrimento in tutto quanto costituisce la famiglia e la sua quotidianità. Perché questa scelta?

Riccardo Fedriga: Al di là della scelta del titolo, che non pertiene mai, o quasi, al traduttore, la domanda coglie la sostanza del libro. Esso infatti si gioca proprio sul chiasma tra le due espressioni. Come in un quadro di Escher, l’una richiama l’altra e viceversa. Da un lato abbiamo il “pane di silenzio”, cioè la pietrificazione di ogni rapporto, come se non vi fosse soluzione di continuità tra casa e miniera; dall’altro, il “pane del silenzio” il quale indica nel silenzio il solo nutrimento della famiglia, e della madre in particolare, legata a quell’ossessivo ripetersi di quel devastante “di certo non sei mai stato bambino”. Sembra una soluzione senza via di uscita, una durezza perenne che blocca ogni cosa. A ben vedere, tuttavia, Pasquali aggiunge qualcosa, sempre legata al silenzio: lo svanire nel silenzio del linguaggio delle prime persone e, quindi, dei soggetti pietrificati. Questa è l’unica via di uscita che Pasquali prospetta, e che trova riscontro linguistico nell’eliminazione della punteggiatura ferma: non si tratta di un flusso di coscienza; i confini tra livelli narrativi sono rispettati, solo che sono le parole e il ricorrere insistente e quasi ossessivo di espressioni come “di certo non sei mai stato bambino” a marcarne gli spazi e i tempi. Si elimina così la discontinuità e la separazione statica tra le cose, le parole, le frasi, i periodi e i contesti. Tutto è riportato alle parole, le quali sono cose reali. Una realtà indurita dalla vita in miniera, dalla polvere che invade e paralizza ogni cosa, dentro e fuori la casa, rendendo il silenzio duro come la pietra, e le parole ridotte a formule che bloccano ogni mutamento, nel tempo come nei rapporti umani. Scardinare questo meccanismo grazie alla vitalità dei periodi che non si possono fermare, pena il ritorno al pane pietrificato, è la funzione della letteratura. Forse per riprendere la domanda sul titolo e la sua traduzione, l’unica via di uscita potrebbe condensarsi nell’espressione “il pane è silenzio”. Le parole sono stati di cose, e il silenzio diventa prosaicamente una pausa per prendere fiato nella lettura. Le parole/cose non sono più osservate dall’esterno, isolate e immobili. In tal modo il cibo per tradizione più fecondo, il pane, potrebbe, e forse potrà, tornare a svolgere la sua fragrante funzione, e il linguaggio produrre quelle emozioni e affetti chiusi da sempre tanto nel pane del silenzio quanto nel pane di silenzio.

Il gioco fra i contrasti caratterizza tutto Il pane del silenzio. La contraddizione più evidente e più significativa è proprio quella fra la predominanza, la prepotenza di questo silenzio – che s’insinua nella carne – e il testo stesso: un flusso continuo di parole – il testo è costituito da due grandi frasi che si estendono su 96 pagine – che sembra proprio voler dire questo silenzio, affrontarlo per «far saltare il blocco di cemento dall’interno», «fare i conti con il silenzio per nascere». Il punto tipografico rappresenterebbe al contrario una sconfitta, una marcatura del silenzio e, non da ultimo, la morte. Questo modo particolare di scrivere (definito un gesto folle dall’io narrante) è fortemente tematizzato nel libro. L’esperienza di lettura è particolare, molto intensa. Nonostante l’assenza di paragrafi o periodi, il testo è ritmato dalle virgole, dalle due citazioni ripetute come un ritornello che danno il là rispettivamente alle due parti di cui è costituito il libro, e dalle ripetizioni (di parole, gruppi sintattici). È proprio a questi elementi che si aggrappa il lettore per non perdersi. A cosa si aggrappa il traduttore, invece, per tradurre un testo come questo? Se il lettore può permettersi di lasciarsi trasportare dal flusso, il traduttore deve trovare degli appigli per poter a sua volta accompagnare il lettore nel nuovo testo che ripropone. Quali strumenti ha usato?

Ha perfettamente ragione. Aggiungerei, perché ancora più decisiva, la ripetizione di quel “di certo non sei mai stato bambino” – frase attribuita alla madre che struttura tutta la prima parte – che è davvero un appiglio essenziale per aprirsi una via tra i cunicoli di un testo così duro. Alcuni stereotipi sul lavoro del traduttore vogliono che la traduzione sia una riscrittura: ammesso che le cose stiano così, questo libro mostra con chiarezza che tradurlo è stato anche una continua rilettura se non addirittura quasi una registrazione di molti codici linguistici. Il tempo, il registro, i piani narrativi, i campi di contesto non sono solo scanditi dalla punteggiatura, bensì anche da una serie di spie espressive che permettono una mappatura e la continua individuazione degli spazi narrativi. Nel Pane del Silenzio, queste spie sono, appunto, le espressioni ripetute, oppure le occorrenze di bloc come “blocco di silenzio” (spia della pietrificazione tra parole e persone ridotte a blocchi che giacciono immobili, come la madre, in una vita senza tempo di una famiglia ferma nella ripetizione dei gesti degli spaccapietre) e bloc come “pezzo di silenzio” (che si riferisce al pane sulla tavola e alla possibilità, che resta a mio avviso tale, che il linguaggio riesca a far risuonare nella lettura quel pane così fragrante altrove e che, nella casa, è invece coperto dalla polvere che ricopre tutto). Ecco, il traduttore, così come il lettore, individua gli snodi narrativi grazie a queste spie; vi si aggrappa, le registra, ne fa una mappa e ricostruisce, da lì, i contesti: in questi, poi, situa il senso e il ritmo delle proprie iscrizioni e negozia la resa del testo. Una resa da intendersi sia nel senso di rendere la scrittura (espressioni in francese, espressioni nel francese orientato sulla Svizzera, termini con cui gli svizzeri descrivono gli immigrati, espressioni con cui gli italiani parlano, o credono di parlare, il francese del luogo dove si trovano, termini dialettali italiani traslati, con tutto il corredo di influenze delle altre lingue e dialetti…); sia, d’altro canto, resa nel senso di arrendersi alla forza e all’apertura imprevedibile dell’intraducibilità.

«Scegliere una parola, una serie di parole, vuol dire scartarne molte altre». Questa citazione dell'autore ci porta direttamente a pensare al Pasquali traduttore. Per lo scrittore vallesano figlio di immigrati italiani la traduzione non era solo un’attività professionale ma quasi un modo di vivere. Il vivere fra le lingue e la conseguente ricerca identitaria erano i motivi principali della sua opera. Lo ha appena sottolineato, il francese di Adrien Pasquali è un francese che porta con sé le tracce dell’italiano. Come ha gestito questo aspetto nel tradurre verso l’italiano?

Penso che molto della risposta a questa domanda risieda nell’immagine del lavoro che ho descritto poco sopra. Aggiungerei alcune note tecniche, che confermano la sua affermazione circa il fatto che tradurre Pasquali sia anche tradurre dal vallesiano all’immigrese (se mi passa i neologismi). Come fare? Direi così: ci si nutre della propria memoria individuale e sociale di paese di immigrati, delle letture, delle immagini della memoria in bianco e nero, della fatica sui volti, delle interviste a quegli spalloni di culture e testimoni di un altrove che erano, e sono in fondo, gli emigranti presenti in ogni famiglia (in alcuni italiani per fortuna la memoria di questa passione sociale ancora rimane). Quindi, una volta che l’immaginazione è sazia di immagini, suoni, fotografie sbiadite, parole, lettere, racconti sentiti sui treni, ecco che allora si negozia la scelta dei termini, facendo passare i termini dalla pura possibilità logica alle parole di un contesto che quasi le richiama per poter essere tale. Infine, si passa dalla responsabilità della scelta del contesto - mi permetta di uscire dal ristretto ambito della traduzione - all’etica che questa responsabilità comporta, ad esempio nei confronti della memoria sociale e del lettore. Tale scelta non è solo verbale, ma dipende anche da come la parola tradotta (soprattutto nel caso di Pasquali) marca il ritmo della frase, scandisce il tempo della narrazione e soprattutto, riproduce e produce, così, il senso del discorso. Queste operazioni, insieme ad altre analoghe, sono negoziazioni intellettuali: la traduzione ha una ineliminabile dimensione pattizia, emotiva, che, nella dinamica tra oblio e scelte, tra parole sommerse e salvate, va bene al di là di trasposizione da un codice a un altro. Tale dimensione è svolta nella consapevolezza che una resa e una linea di tendenza può essere rinegoziata e cambiare a seconda di come si cerca di seguire la realtà, ma che comunque si orienta il destino del testo prodotto dalle parole. Poi vi è la dimensione del piacere del tradurre, quasi un’estetica: bello è infatti sapere che in altri mondi narrativi possibili, altri lettori, altri traduttori, altri editori etc. avrebbero scelto, liberamente, altre linee e altre interpretazioni. Questo atteggiamento, che definirei libertario, impedisce che le tue parole, per scomodare Eugenio Montale, “squadrino” le cose “da ogni parte” in modo deterministico. Devo infine ricordare che questa dimensione pattizia solo non è individuale, come una lotta con l’onnipotenza del testo, ma è socialmente condivisa nel mestiere editoriale: in questo caso ho avuto la fortuna di confrontarmi con i miei studenti, Italiani e Svizzeri della Civica Scuola Altiero Spinelli di Milano, con un redattore di grande esperienza come Fabio Serafini, e, soprattutto, di avvalermi dei consigli di Anna Ruchat, scrittrice, traduttrice e, nel mio caso, editor. La traduzione porta il mio nome ma è in realtà un atto intenzionale che segue la registrazione e la costruzione di un oggetto sociale, il libro, reso presente al lettore concreto.

Nonostante la grande celebrità dell’autore nel contesto svizzero francese, in italiano di Adrien Pasquali è stato tradotto soltanto: Le veilleur de Paris (Il custode di Parigi, traduzione di V. Mazini, a cura di V. Orsenigo, Greco e Greco, Genova, 2011). Com’è arrivata la decisione di tradurre Il pane del silenzio? Perché proporre proprio questo testo, il suo ultimo, ai lettori italofoni? In cosa consiste oggi, a suo avviso, la forza particolare di questo libro?

La decisione di tradurre il libro va ascritta ad Anna Ruchat, che dirige la collana, e a Paolo Veronesi, l’editore. La loro scelta è stata per me una grossa responsabilità, soprattutto perché rivolta al pubblico di un paese in cui la lettura narrativa – con le infinite libertà di scelta che essa porta con sé – è poco praticata. In particolare, una pratica come quella che pretende questo libro. Esso infatti da un lato richiede tempo, attenzione e curiosità per la mancanza di una punteggiatura ferma. E quindi esige dal lettore l’impegno di individuare e creare, e non solo seguire, le pieghe del testo suggerite e/o scovate in quello che Thomas Mann chiamava “lo spirito della narrazione”. Non dimentichiamo poi che la scrittura rimanda al tentativo di sostituire la superfetazione del soggetto con un sano richiamo al realismo della sostituzione diretta tra parole e cose. Credo che quest’ultimo punto sia particolarmente importante perché ci dice che il continuum della scrittura, più che il flusso, non deve essere solo interiore. Anzi: per riuscire a scardinare il rigido confine tra le culture e il silenzio che pietrifica ogni cosa, e aprire al nuovo, esso può e addirittura deve essere portato all’esterno, marcando appunto tendenze, confini e alterità nei quali si può recuperare la memoria storica e fare esperienza di ciò che noi siamo, perché così siamo stati. Oggi capita sempre più spesso che la pervasività dei media e la nostra “mobilitazione totale” come Maurizio Ferraris definisce il nostro essere sempre collegati in prima persona ci spinge e ci esime, quando non ci assolve, da questo dovere della memoria dell’altrove e delle genti, e delle lingue che si muovono lungo ogni confine. Pasquali ci riporta al senso e al richiamo della realtà.