"Nataša ha preso il bus": in libreria e a teatro

Sara Rossi Guidicelli

Fokus vom 03.01.2019 von Sebastiano Marvin

Al pari di 'migrante, 'badante' è una di quelle parole che finisce col definire una persona solo per quello che fa, mettendo da parte ciò che è, ciò che è stata in passato e ciò che desidera essere in futuro. 'Badante' è semplicemente colui ‒ o, più spesso, colei ‒ che bada ad altre persone; «le donne dell'Est, venute ad accudirci i genitori, i nonni, a portare la cura che noi non vogliamo più o non abbiamo più tempo di dare» (p. 8).

Il primo e più grande merito di Nataša ha preso il bus ‒ progetto composto dal libro Nataša prende il bus (Ulivo, 2018) e dalla pièce teatrale quasi omonima Natasha ha preso il bus, presentata tre volte fra l'8 e il 10 novembre scorsi al Teatro Sociale di Bellinzona, che l'ha anche prodotta ‒ è quello di riuscire a restituire umanità e una storia personale a chi fa questo mestiere. Si tratta di un risultato importante perché, come scrive l'autrice di entrambi i testi Sara Rossi Guidicelli, riportando una frase pronunciata dalla prima delle badanti che ha incontrato per scrivere il libro, «la gente pensa che le badanti sono solo badanti, non si ricorda mai che sono anche persone» (p. 8).

È bene comunque chiarire che i personaggi presenti nel libro e nella pièce non sono reali. Le storie che raccontano, rigorosamente alla prima persona, sono però assolutamente verosimili e frutto appunto di decine di interviste condotte dall'autrice. Proprio grazie al gran lavoro di ricerca, queste vite si distanziano parecchio dallo stereotipo a cui siamo abituati, al punto di apparirci a tratti irreali. Non a caso una delle badanti, interpretate sul palco da Ioana Butu, si sente in dovere di specificare che quella che sta raccontando «non è una favola. È la mia vita».

Originariamente il progetto è nato nella forma di una serie di letture sceniche ‒ la prima rappresentazione è avvenuta nell'ambito del festival Territori a Bellinzona nell'estate del 2014 ‒ ma già allora l'aspirazione era quella di farlo diventare una vera e propria pièce teatrale. A darle voce e a creare la giusta atmosfera c'erano già Ioana Butu e Daniele Dell'Agnola alla fisarmonica. L'arrivo di Laura Curino alla regia e la parziale rilavorazione del testo da parte dell'autrice hanno aggiunto ulteriore spessore. Nel frattempo, è nata anche l'esigenza di accompagnare la pièce con un libro.

La prima e più evidente differenza fra le due incarnazioni del progetto sta nel fatto che nel libro non è presente unicamente il punto di vista delle badanti, bensì anche quello di chi ha bisogno del loro servizio. L'esigenza di questa aggiunta è venuta all'autrice in fase di scrittura. Forse, in qualche modo, era comunque già presente sin dall'inizio. È quello che lascia pensare il primo titolo dato al progetto, Questa mamma a chi la do.

L'idea stessa di scrivere anche un libro, in effetti, nasce dall’esigenza di raccontare anche la prospettiva di chi accoglie. A teatro sarebbe stata di troppo, dato che avrebbe costretto autrice e regista a mettere a confronto badanti e badate, cosa che invece nel libro non avviene, perlomeno non direttamente.

La seconda differenza fra libro e pièce teatrale sta invece nel tono con cui sono raccontate le differenti storie. A teatro, Nataša ha preso il bus ha una leggerezza e un'ironia che nel libro sono sì presenti ma forse meno marcate. Fra le pagine è più facile trovare una sorta di naïveté, la quale però viene compensata dalla grandissima forza di queste donne costrette a lasciare la famiglia al fine di poterla sostenere. In modi diversi, Sara Rossi Guidicelli raggiunge in entrambi i casi l'obiettivo di creare una grande vicinanza fra chi racconta e il destinatario, fra il pubblico e i personaggi, allontanando al contempo qualsiasi possibile forma di pietismo.

Provare a individuare quale delle due versioni sia la più riuscita, ad ogni modo, non ha alcun senso. Nate in contemporanea, nessuna delle due è veramente una derivazione dell'altra e le due opere si completano a vicenda. Vale insomma la pena di scoprire Nataša ha preso il bus attraverso entrambe le opere che lo compongono.

Sia nel libro che nella pièce, Nataša e le altre badanti riescono efficacemente a farci entrare nel loro mondo, quello di chi si trova a vivere in un paese straniero e deve fare i conti con questa nuova situazione. Nelle pagine stampate, grande merito in questo senso va al registro della narrazione, che ammicca all'orale senza che il calco della lingua parlata appesantisca o intralci la lettura, o la spinga troppo verso i cliché. Sul palco, l'impresa riesce invece grazie ai piccoli dettagli, come quando all'inizio dello spettacolo, nello spiegare una ricetta del proprio paese, una badante rumena viene aiutata a trovare i termini giusti dal musicista in scena, giustificando tra l'altro pienamente la presenza di quest'ultimo sul palco.

Meno efficace, invece, il lavoro fatto, sempre a teatro, sui differenti accenti (rumeno, russo, bulgaro, polacco, albanese). La mancanza di un ritorno a un italiano privo d'accento finisce col far suonare tutto, nelle orecchie dello spettatore, come un indistinto “parlar male italiano”, il che non rende assolutamente giustizia al grandissimo lavoro che Ioana Butu ha fatto in questo senso.

Si tratta però di un dettaglio che nulla toglie all'efficacia complessiva. Anche perché, quando si sente raccontare di mamme, nonne o zie costrette a cantare ninna nanne via skype, e quando viene detto che quei momenti vengono a volte chiamati dai bambini «abbracci a metà», quegli abbracci a metà si sentono sulla propria pelle, poco importa il loro accento.

C'è però un'ultima differenza, fra pièce e libro, che val la pena di far notare. Il libro si presenta come tante finestre aperte sulla vita di queste badanti; è un'intimità discreta, un invito a guardar dentro più che ad entrare. La pièce invece trasforma di volta in volta il teatro in una casa diversa, nella quale Ioana Butu e le sue badanti ci accolgono, prima di invitarci, infine, a tornare alla nostra, di casa, con un po' di umanità in più addosso.